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Droga
Ma di quale normalità
stiamo parlando?
di Vincenzo Andraous
La
voce normalità nel dizionario italiano
fa riferimento a quanto è conforme a una
regola, a ciò che serve a dare una norma.
Concetto ondivago la normalità, a seconda
del punto di vista, dell’angolazione, ma
non è più dissertazione di poco
conto se diviene pratica per non rispettare la
persona.
Mi sono chiesto quanta normale tolleranza c’è,
sull’uso e abuso di sostanze, sulla possibilità
di ognuno di comprarne una dose, di venderne altre,
di averci a che fare per una serata o per il resto
della propria vita.
Quando parliamo di droga, di tutte le droghe,
parliamo di persone allo sbando, giovani e sordità
al futuro che bussa alla porta, stiamo parlando
di una parte della nostra vita davvero difficile,
allora bisogna discuterne senza lacrime di coccodrillo
che derubano tempo a una indagine seria e agli
interventi più efficaci.
C’è urgenza di vestirci di dignità
sufficiente a opporci al boia di questo terzo
millennio, l’indifferenza. Come può
essere normale un affaire che supera di gran lunga
qualsiasi altro commercio di prodotti, un vero
e proprio attentato alla vita, illegale e omicidiario,
cosa c’è di normale nella disattenzione
che attanaglia la tragedia “roba”,
è forse normale spalancare gli occhi, quando
le fogne ci danno le dritte giuste, ( se andassimo
a verificare nuovamente, non mi stupirei se la
percentuale di sostanza fosse aumentata ) per
arrivare al buco nero che manda in rovina intere
famiglie.
Quelle fogne ci confidano l’inconfessabile,
ci accusano non solo di essere città galleggianti
sulla droga, ma che nel paese del precariato,
dei licenziamenti, delle estorsioni più
o meno autorizzate, dei mutui che non si riescono
a pagare, coca e fumo sono morte annunciata della
speranza di legalità, unica fonte di vita
per la crescita sana di una società.
C’è necessità di normalità,
ma non quella che appare come una cosa, un dato,
addirittura una e l’altra, a seconda dell’interesse,
del guadagno, e così facendo scompare l’identità
stessa del suo significato originario.
Dove sta rintanata la normalità nel ritenere
sostenibile l’assunzione di una droga: quando
nell’usarla si certifica la convinzione-bugia
che non tutte le droghe uccidono, diventa un disvalore
il coraggio di vivere.
E’ forse normale leggere che è ora
di liberalizzare le droghe, di rendere legale
ciò che non lo è, sostenendo che
uno stato consenziente a questa pratica autolesionista,
fornirebbe risorse sufficienti alla società
per equilibrare prevenzione e repressione, di
contrasto alla criminalità organizzata
che ne fa il più grande dei business.
E’ normale avere timore di chiamare con
il proprio nome i morti e i feriti per la loro
età, non per la sola quantità, le
sofferenze e le tragedie di tanti figli e genitori
ridotti a manichini privi di un amore irrinunciabile.
Non è normale e neppure corretto manipolare
l’educazione, quindi gli itinerari che invece
bisogna percorrere per crescere insieme: forse
la tecnica di successo, per tirare fuori il meglio
da ognuno di noi, non sta nel propugnare la droga
non più proibita, ma chiederci: “quanto
le uscite da neofiti del rigorismo” abbiano
somiglianza con gli spot elettorali, che non posseggono
incisività, forse occorre rifiutare la
repressione e il buonismo di facciata, più
urgente ritornare a educare, educare e ancora
educare, affinché valori inalienabili,
come la libertà, la solidarietà
e la giustizia, vengano ricondotti a una più
umana consapevolezza.
La
responsabilità del fallimento
di Vincenzo Andraous
La cocaina e l’alcol, la droga e i rituali,
i totem che non sono mai scalfiti dalle conseguenze,
dai dazi che verranno pagati, perché i
conti prima o poi richiedono di essere saldati.
Ragazzi griffati e giovani con firme di rincalzo,
stanno in piedi a guardare il mondo che passa,
e improvvisamente franano sul pavimento per non
essersi accorti di quanto è andato perduto.
Forse la violenza non è davvero connessa
con l’uso delle sostanze, forse le droghe
non sono ree confesse delle disperazioni che costruiscono,
forse l’uso e abuso delle sostanze è
un problema di seconda fascia.
Ci vuole più coerenza e coraggio per ripudiare
i troppi “forse” spalmati sul terreno
come trappole mortali, quando si tratta di giovanissimi,
di uomini, di persone, destinate a diventare drammaticamente
delle “cose”.
Stiamo parlando di una società del diritto
alla vita, basata sulla legalità e sulla
sua democratica accettazione delle regole, ma
nonostante questo invito al rispetto di se stessi
e degli altri, c’è un rumore persistente
in sottofondo, che induce a portare avanti le
tesi che vorrebbero le droghe sugli scaffali del
supermercato, o ben risposte nelle tasche di chi
non ha capacità di scelta, anche di chi
scelte non ha mai avuto.
Sarebbe sufficiente riprendere in mano poche ma
chiare regole, una su tutte, e cioè che
la libertà non vende in piazza la propria
mercanzia, ma fa della giustizia uno stile di
vita che non abbisogna di eccessi, né timori
riverenziali per chicchessia.
Città grandi e piccole, paesi e periferie,
hanno in casa quesiti complessi, che investono
i più giovani, i quali non posseggono la
misura che intercorre tra i diritti e i doveri,
tra un sogno da rincorrere e una speranza che
non abbandonerà mai gli uomini che diventeranno.
Quando i ragazzi stanno piantati al vicolo cieco,
è inizio di una sofferenza, il frutto di
una comoda cecità del cuore, degli occhi,
una irresponsabilità a non volere sapere
e vedere il mondo interiore di chi si ostina a
mantenere le scarpe slacciate, ma anche di chi
non fa nulla per prendere in mano la situazione.
Cocaina e affanno che avanza con le sembianze
di una stanchezza di vivere, ma nutrire questa
sensazione a meno di vent’anni non è
solamente una bestemmia indicibile, è di
più, una resa che ha domicilio ben preciso,
seppure forte è il tentativo di mimetizzarsi,
di inabissarsi nei tanti problemi che ognuno ha
e porta nella propria casa, eppure la responsabilità
non è mai una giustificazione, una attenuante,
una assoluzione scontata.
Studi e ricerche vorrebbero significare che droga
e violenza non è binomio inscindibile,
le due dimensioni del dis-valore non sono compagni
di viaggio, eppure dall’incontro e dalla
cerimonia di iniziazione cui spesso i giovani
sono soggetti, accade che lo spazio conquistato
divenga un ring, un’arena dove sfogare frustrazioni
e regole inventate, decalogo non disponibile ad
accettare titubanze o insubordinazioni.
Ai vuoti familiari, alle assenze di dialogo, alle
incapacità del parlare e farsi comprendere,
fanno supplenza gli atteggiamenti della forza
che fa prepotenza, perfino il mito della bellezza
non riesce più a coprire gli ammanchi esistenziali.
Ora e non domani è il momento per tentare
di fare nascere uno stare insieme diverso, in
cui si parla e non si grida, in cui si ascolta
e non si sparano sempre più grosse per
fare rumore, e qualche volta si pensa al bene
da fare attraverso il proprio comportamento.
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