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Danzamovimentoterapia
Il corpo del paziente
La DanzaMovimentoTerapia nella malattia psichiatrica
Esperienza nell’Spdc di un ospedale romano
di Roberta Pedicino
Il
corpo nella DanzaMovimentoTerapia è considerato
come lo strumento del fare artistico creativo.
Attraverso il movimento e la danza emergono stati
emotivi e simbolici con una forma, un ritmo, uno
spazio ed un’energia. Il corpo è
anche sede dello scambio simbolico in cui tutto
è reversibile, per cui ciò che è,
è se stesso, ma anche altro da sé.
La prima cosa che mi ha colpito, entrando per
la prima volta al Servizio psichiatrico diagnosi
e cura di un ospedale di Roma, è stata
che proprio di fronte all’ingresso due stanze
con le porte aperte esponevano i pazienti che
riposavano sui letti a una totale mancanza di
privacy: “corpi” stesi sui letti,
verso i quali mi sono sentita invadente. Ho visto
quelli stessi corpi trascinarsi, in quella e nelle
varie sedute successive, fino alla sala per provare,
spesso con non poca diffidenza, l’attività
che gli veniva proposta. Diffidenza e resistenza
forse verso il cambiare forma al proprio corpo,
verso il fatto di metterlo in altre posizioni
e fare esperienza di sensazioni nuove e opposte
alle solite?
La giustificazione per un rifiuto a partecipare
è stata spesso che non ce la facevano fisicamente,
che il loro corpo era stanco e debilitato, ma
si può facilmente comprendere come la condizione
stessa che vive il ricoverato psichiatrico sia
già di per sé un freno alla partecipazione
a qualsiasi cosa.
Nella psichiatria italiana è Basaglia a
dare importanza al “recupero dell'entità
corporea, dando nuovo valore al corpo custodito
all'interno delle istituzioni manicomiali. Egli
adotta da Sartre la nozione di “corpo vissuto”.
Basaglia afferma inoltre che il corpo non è
“soltanto oggetto complementare alla soggettività
dell’io, ma rappresenta l’esperienza
più profonda ed insieme la più ambigua
delle percezioni: proprio questa ambigua bipolarità
del corpo, contemporaneamente presente e dimenticato,
soggetto e oggetto delle percezioni, fa dell’esperienza
corporea la più fragile delle esperienze.”
In “Se la cura è una danza”
Vincenzo Bellia scrive: “Alla psichiatria
la danzaterapia offre la possibilità di
rimettere in gioco una corporeità storicamente
imprigionata. Imprigionata dalla camicia di forza,
dalle mura manicomiali, da catene neurochimiche
meno visibili, certo: ma anche dalle “catene”
ideologiche di una psicopatologia che del discorso
sul corpo ha fatto uno dei suoi punti di forza…”.
E ancora: “Il corpo della danzaterapia…
È piuttosto un corpo vivente, senziente;
corpo-soggetto, corpo-attore, attivo protagonista
di eventi; corpo intersoggettivo, attivo protagonista
di un gioco comunicativo… corpo danzante”.
Ambiguità, fragilità, prigionia,
questo e molto di più si legge nei corpi
dei pazienti che ho avuto modo di osservare. Aggiungerei
anche sospensione, vuoto, dipendenza. La mancanza
di autonomia e della possibilità di gestirsi
il tempo, gli spazi, la cura di sé…
e ancora la convivenza forzata, gli orari…
Spesso sono corpi non curati, non lavati, malvestiti,
sfregiati, tagliati, sanguinanti… frammentati.
Segni di autolesionismo sì, ma anche lividi
provocati dalle flebo e chissà...
A volte sono corpi gonfi per le terapie (molti
psicofarmaci fanno ingrassare, provocano diabete
e malattie cardiovascolari) a cui sicuramente
mancano diete personalizzate, a parte forse le
allergie gravi. Si nota molto quindi che non c’è
un reale “prendersi cura” di loro
e del loro corpo.
E questo è scritto nei loro sguardi, nelle
posture, nel modo di camminare, ma anche nei movimenti
che gli si chiede di creare, che a volte ricalcano
l’appena visto, ma che altre volte a tratti
esprimono una vitalità presente anche se
“drogata” e inibita.
Il contenimento chimico, che è sì
rassicurante per coloro che hanno a che fare con
persone in crisi acuta, è di intralcio
però all’attività della DanzaMovimentoTerapia,
gli effetti collaterali sono un danno per la mente
e per il corpo che spesso diviene ancora più
rigido di come sarebbe normalmente, le reazioni
sono lente e la creatività resta spesso
dormiente.
D’altro canto lo scopo della DanzaMovimentoTerapia
all’interno dell’Spdc, oltre ad essere
quello di favorire l’espressione del malessere,
di canalizzare l’emotività, di promuovere
la relazione, di produrre un senso di benessere,
è anche quello di contrastare gli effetti
collaterali dei farmaci.
Il corpo è anche ciò che lo ricopre
e l’abbigliamento dei pazienti non è
sempre adatto ad una sessione di DanzaMovimentoTerapia.
Alcuni arrivano in pigiama, altri portano abiti
scomodi che limitano i movimenti, inoltre l’ambiente
non permette di poter stare scalzi o di sedersi
per terra. Il contatto dei piedi e del corpo a
terra, oltre ad aumentare le percezioni sensoriali,
aprirebbe a più ampie possibilità
di dialoghi motori molto più liberi e creativi.
Anche il luogo in cui si svolge la sessione di
DanzaMovimentoTerapia quindi crea molti disagi
e difficoltà all’espressione corporea
e oltre a questo ci sono tutta una serie di limiti
dovuti chiaramente al disturbo mentale.
Ciò che appare evidente quindi è
una scarsa percezione del proprio corpo, come
fosse un corpo “congelato”, e di conseguenza
una grande difficoltà ad esprimere le emozioni
attraverso il movimento. Il corpo parla e c’è
sempre una relazione tra il vissuto emotivo e
mentale e il movimento, la postura, il modo di
spostarsi nello spazio, la forma del corpo, il
peso, il ritmo.
Nei vari incontri a cui ho preso parte ho notato
quanto la tendenza di gran parte dei pazienti
sia quella di parlare più che di muoversi,
e di non usarlo proprio il corpo, almeno non in
maniera consapevole, ripetendo invece spesso le
stesse frasi e interrompendo la seduta, fuggendo
dal qui e ora e non riuscendo a restare concentrati
per più di pochi minuti. Altri invece mantengono
per tutto il tempo movimenti stereotipati con
rara gestualità spontanea e basso livello
di energia e restano muti e inespressivi per tutta
la seduta. In entrambe i casi è sempre
molto difficile la comunicazione con il resto
del gruppo: quello che fanno o non fanno, ciò
che dicono o non dicono il più delle volte
è per se stessi e basta. È un po’
come trovarsi di fronte a dei muri invalicabili,
e il rimando è forte, al punto che anche
la percezione del mio corpo a volte è stata
diversa, “strana”… spesso durante
le sedute mi sono sentita più forte e insensibile,
come anestetizzata, come se avessi la stessa loro
corazza e quindi anche protetta da eventuali coinvolgimenti
emotivi. Mentre invece, in tutte le altre esperienze
che ho vissuto come utente, il più delle
volte ho potuto conoscere quell’aspetto
dell’espressione corporea - e anche vocale
(oltre che nella danza anche nel teatro e nel
canto) - che è come uno spogliarsi, un
mettersi a nudo ed essere libera di esprimermi
nella totalità di me stessa, lì
in quel luogo e in quel preciso momento.
Il poter osservare da vicino questo mondo, il
potermici accostare nel ruolo di tirocinante,
tramite uno strumento corporeo, creativo e olistico
come la DanzaMovimentoTerapia–EspressivoRelazionale,
mi ha dato la possibilità di sperimentarmi
e di osservare non solo i pazienti e, nello specifico
di questa relazione, il loro corpo, ma anche il
mio, un po’ come se lo vedessi rispecchiarsi
nel loro, e sentirlo di più nelle sue espressioni
somatiche, nel suo vibrare o restare in silenzio,
nel suo ampliarsi o restringersi, nel suo curvarsi
o irrigidirsi.
In conclusione mi piacerebbe saper avvicinare
queste persone con un maggior contatto, riuscire
a stabilire una relazione con un ascolto attento
e partecipe senza temere l'esperienza dell'immedesimazione
e della sofferenza e non vedere più solo
corpi sofferenti e contratti, ma finalmente liberi
corpi danzanti.
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