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| Società
Attraverso
il sudore della solidarietà
di Vincenzo Andraous
Perché
il carcere dovrebbe parlare il linguaggio dello
sport?
Perché questi due mondi apparentemente
distanti dovrebbero accorciare le distanze per
consentire a chi sta male di stare un po’
meglio?
Ricordando di avere fatto parte di un gruppo teatrale
carcerario, mi viene in mente il testo teatrale
“Il Maratoneta”, un’autoscrittura
che prendeva il via dall’opera originale
di Alan Sillitoe: La solitudine del maratoneta.
Un testo aspro, una ricognizione autentica del
proprio vissuto, una maratona interpretata fino
alla fine con il cuore in gola, tutta dentro una
scelta dura come pietra che dura, un faccia a
faccia attraverso il riesame intero del proprio
passato, un mutamento interiore senza somme da
detrarre, una nuova condotta sociale priva di
una comoda ultima fila a nascondersi.
La corsa, la maratona, le gambe, le braccia, i
muscoli tesi al parossismo, la fatica, il dolore,
il sudore, la voglia di mollare, di dare una fine
alla sofferenza, e poi ancora l’espulsione
delle tossine, il benessere di una scelta di libertà,
il desiderio di arrivare, di farcela, di non rimanere
nuovamente a terra, di soccombere alla didascalia
della prigione, dove non esistono uomini vincenti,
ma soltanto uomini sconfitti.
A volte lo sport entra in carcere esclusivamente
per intrattenere e divertire, come unico obiettivo
il gioco, eppure il detenuto corre e suda da quel
”dentro”, che è il frutto di
un “fuori”, che non può essere
dissolto solo perché segregato e nascosto.
Nella differenza che diventa la forza e la magia
dello sport in carcere, e si manifesta nel carico
di “energie” che viene riversato sulla
scena, un condensato di sofferenza e frustrazione,
forzatamente compresso e coattato.
È possibile servire reciprocamente allo
sport, in quanto portatori di una umanità
modificata dalla restrizione, che ricerca ed esalta
le differenze, esprimendo, attraverso il lavoro
della fatica una potenza anche maggiore.
Quella incredibile espulsione delle tossine offre
un doppio sostegno a chi è in una cella
a scontare la propria pena, permette il libero
flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi
dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione,
alla solidarietà, allo scambio con gli
altri.
La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi
efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva
corrosione di sé.
Il sacrificio, il sudore della solidarietà,
migliora gli uomini e la dimensione in cui vivono,
operando con modalità opposte dove è
contenuta, collettive anziché individualizzatrici,
coinvolgenti anziché segreganti, portatrici
di arricchimento affettivo e artistico, anziché
di coazione a ripetere.
Fare sport in carcere non vuol dire creare false
illusioni, l’uso di fantasticherie e sogni
per evadere in altri spazi e in altri tempi, o
in altri corpi, ma sport per crescere, un gioco
liberamente vissuto, con la mente e con il corpo,
un nuovo linguaggio, socialmente accettato, adeguato,
reso produttivo e creativo.
Per stabilire dei legami che ti fanno sentire
finalmente accettato, per entrare in contatto
con gli altri, edificando relazioni importanti,
per smetterla di rimanere muti, obbligando gli
altri a non parlare.
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Zadra, ©Tantra per due - Una guida alla felicità
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- Società: Attraverso
il sudore della solidarietà di Vincenzo
Andraous
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