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Psico-racconti
Il Maestro
Decima parte:
Conclusioni
di
Roberta Pedicino
A
distanza di tempo, vivendo nuove esperienze, al
di là di tutto ciò che era successo,
Ale sentì affacciarsi un nuovo pensiero,
una nuova comprensione cominciò a materializzarsi.
Sembrava una contraddizione, ma il tempo risana
le ferite e lascia venire a galla il succo di
un’esperienza, la sua parte migliore, ciò
che ha veramente lasciato dentro.
Cominciarono pian piano a tornare delle sensazioni,
a riaffiorare il ricordo di un’atmosfera
vissuta e difficile da ritrovare altrove, un qualcosa
riprese a salire, un sottile ed esplosivo piacere
che arrivava sorprendendola nello stomaco e nel
petto, le si fermava un po’ in gola e pareva
soffocarla con una risata che veniva dal cuore
e che poi leggero ma inarrestabile le riempiva
la testa, come un sottile orgasmo dell’anima.
Ricominciando a sentire queste sensazioni, si
riaccese in lei una strana e combattuta nostalgia
di ciò che provava quando era in presenza
del Maestro e di ciò che lui elargiva senza
buonismi, senza sentimentalismi, senza nessun
tipo di sentimento umano, ma con un’enorme
sapienza cosmica, imponente e glaciale, apparentemente
cinica ma inesorabilmente giusta.
Lui sapeva quali corde sfiorare in ognuno e lasciarli
“essere”, lasciar sgorgare in loro
l’amore per se stessi, la loro vera natura,
le loro attitudini, buone o cattive, dolci o perverse,
senza frenare nulla, senza apparentemente imporre
delle regole. Eppure davanti a lui rispettavano
tutti delle regole universali che erano come scritte
nell’aria, quell’aria rarefatta e
brulicante di energia, un’aria così
densa da rendere difficile il muovercisi dentro.
Il suo sguardo, come una vera spada affilata,
spesso ammoniva e tagliava in due, i suoi occhi
specchiavano tutti i loro difetti e le loro mancanze
e bastava quello per capire come migliorare, come
tendere a diventare “perfetti” nel
caos, come essere “giusti” per il
Cosmo, fluidi e leggeri per non inquinarlo. Come
l’Angelo dell’Apocalisse, colui che
distrugge tutti gli orpelli, ogni sovrastruttura,
ogni pensiero umano mentale, ogni desiderio, ogni
attaccamento, colui che uccide per far rinascere
nuovi e puri. Colui che rende santi... Ma anche
il padre putativo, la guida, il Maestro, colui
che ama veramente e che è capace di grande
compassione ma che non è mai pietoso. Era
di una dolcezza avvolgente che disarmava e che
la faceva sprofondare in chissà quali memorie
perdute… Il profumo delicato dei petali
di rosa con cui faceva le coroncine da regalare
le ricordava questa particolarissima sensazione
di amore totale e ogni volta che lo risentiva,
anche se ormai le sue non le aveva più,
le si riapriva un mondo dentro di lei in cui poter
volare e a cui poteva ricollegarsi ogni volta
che la vita le girava le spalle.
Ale ripensava a queste cose e anche a come tutto
ad un certo punto sembrò cambiare: tutto
ciò che lui aveva insegnato sembrò
non avere più valore, non per lui, iniziando
ad agire nel modo esattamente opposto.
Nonostante la delusione Ale però non riusciva
a serbare rancore, non poteva giudicare; non l’uomo,
la persona che poteva incontrare fuori per strada
e con cui non aveva mai avuto nessun tipo di rapporto
umano, ma lui in quell’ambiente, dove si
venivano a creare quel tipo di energie, dove poteva
mettere in pratica la sua conoscenza e dove lui
era il Maestro.
Non riusciva a ritrovare in nessun luogo quel
tipo di sensazione che la aveva accompagnata per
tutto il suo percorso con lui e poteva solo ricordarla
e provarne nostalgia. In quei cinque anni Ale
si era sempre sentita come avvolta da braccia
divine, nonostante la freddezza, l’apparente
indifferenza, la severità, le bastonate
verbali, gli sguardi taglienti, il sentirsi piccoli
e inadeguati di fronte a Lui, nonostante Armida…
nonostante tutto Ale si sentiva al sicuro, protetta.
Ovunque andasse, qualsiasi cosa facesse, c’era
la sua presenza e si sentiva forte, sicura, distaccata
e nello stesso tempo compassionevole, capace di
amare se stessa come gli altri, gli esseri viventi
così come le cose inanimate. Tutto era
sacro, ogni più piccola cosa della creazione
era viva, le sue percezioni erano potenziate al
massimo, non le sfuggiva più nulla, soprattutto
di se stessa: ogni debolezza era subito individuata
e trasformata in forza, ogni angolo ruvido subito
smussato. Attenta come un soldato faceva di tutto
per fare quello che Lui le chiedeva: l’introspezione
e un grande lavoro di testimonianza su se stessa;
cercava di mettere in pratica alla lettera le
sue parole, vigile verso tutto ciò che
le succedeva intorno, imparava oltre che dalle
sue esperienze anche da quelle altrui. Tutto entrava
a far parte di un bagaglio di conoscenza e la
sua coscienza man mano si evolveva o semplicemente
si riagganciava ad una coscienza più grande
e recuperava informazioni. Era talmente distaccata
da tutto che non sprecava energie in litigi e
questioni inutili con gli altri, tutto intorno
a lei le sembrava piccolo e infantile, riusciva
a perdonare, non si offendeva più. Il suo
ego alleggerito, era diventato un qualcosa di
più grande che riusciva ad abbracciare
tutto ciò (cose e persone) con cui entrava
in contatto.
Era una grandiosa sensazione di potenza, di espansione
e un piacere immenso di vivere. Non più
ansia, non più depressione, non più
angosce, non più rabbia, non più
odio, ma uno stato di continua esaltazione della
vita, di comprensione massima di tutti i suoi
aspetti, belli o brutti. Si, perché ciò
che stava iniziando a crollare in lei era il concetto
dualistico dell’essere umano che, nel momento
in cui sceglie una cosa o un’altra, discrimina
e si divide dal Tutto, si limita e non si espande,
giudica e non può amare.
Le aveva insegnato a vivere, ad amare veramente,
a non giudicare, a non scegliere più ma
comprendere tutto. Le aveva insegnato a crescere
finalmente, a diventare grande, a superare il
dualismo, a non aver più paura del buio,
perché il buio e la luce nascono dalla
stessa Madre, così come il bianco e il
nero, il buono e il cattivo, il negativo e il
positivo. L’uno non esiste senza l’altro.
E proprio questo forse alla fine le aveva voluto
lasciare come insegnamento: la strada stessa che
Ale stava facendo poteva crollare, Lui stesso
poteva avere in sé i due opposti: il Maestro
amorevole e protettivo e colui che all’improvviso
abbandona e crea una sofferenza incolmabile…
Ale pensava che lei e il suo compagno si erano
pian piano allontanati forse proprio perché
non dava più loro quello che volevano.
Improvvisamente gli era sembrato che gli voltasse
le spalle… senza pensare che probabilmente
il suo scopo era proprio questo: mettere a nudo
i loro attaccamenti, dimostrare loro che potevano
elevarsi quanto volevano, diventare esseri spiritualissimi,
ma finché abitavano in questa dimensione
materiale, incarnati in un corpo umano, mai sarebbero
potuti essere distaccati totalmente. Potevano
avere momenti illuminanti ed estatici che servivano
loro per andare avanti nella ricerca di se stessi,
piccole illuminazioni, piccoli passi avanti, ma
l’unica vera e permanente fusione con il
Tutto si può avere solo nel momento in
cui ci si stacca definitivamente dalla materia
e forse addirittura dal corpo fisico, e alla fine
di tutto il percorso umano e cioè quando
non c’è più il bisogno di
reincarnarsi in questa dimensione. Solo allora
si può essere completamente privi di giudizio.
Questo Ale comprese: di essere ancora un essere
umano in via di evoluzione, che più cercava
e più aveva la possibilità di andare
avanti, ma che mai doveva rilassarsi, sentirsi
arrivata, considerarsi superiore o come usava
dire Lui, starsene sulla “nuvoletta rosa
numero nove”. Aveva capito che bisogna vivere
la materia, amarla, ed essere umili senza mai
considerarsi al di sopra di nessuno solo perché
si sta facendo un percorso più profondo,
una strada spirituale, un cammino iniziatico,
o come vogliamo chiamarlo. Chiunque lo fa, a modo
suo e con i suoi tempi, guidato o in solitudine.
Tutti sono esseri spirituali che camminano verso
una meta comune, chi prima e chi dopo, tutti ci
arrivano, e ognuno deve poter fare tutte le esperienze
di cui ha bisogno per evolversi, anche se esse
siano malvagie o deprecabili per il pianeta e
per l’umanità. Gli altri devono sì
contrastare, ma anche comprendere e aiutare, e
soprattutto: mai giudicare. Chi giudica si separa
e manipola gli altri, gli impedisce di fare il
proprio cammino.
Ale a maggior ragione non voleva giudicare il
suo Maestro, aveva capito quanto questo la limitasse,
le impedisse di aprire la mente a nuove esperienze,
a nuovi orizzonti di conoscenza, di comprendere
nel profondo le cose che le succedevano e quello
che era successo: la fine di un percorso, la mancanza
di un appoggio sicuro, il rifiuto, l’abbandono.
Tutto questo era semplicemente da analizzare,
da testimoniare.
Il comportamento del Maestro degli ultimi tempi
era stato interpretato in modi diversi dagli altri
suoi compagni; alcuni nello stesso periodo se
ne andarono ma ognuno ebbe esperienze differenti
con Lui. Ale pensò a distanza di qualche
anno che forse ciò che era accaduto era
semplicemente un giusto fluire delle cose. Cioè
che quello era stato il momento giusto per lei,
per Max e per alcuni degli altri di staccarsi
dal Maestro, ma il distacco doveva essere netto
e nessuno forse lo avrebbe fatto di propria iniziativa
se non ci fosse stato uno sprone, una concreta
motivazione. Ognuno aveva avuto bisogno di una
spinta diversa per staccarsi da lui. In ciascuno
Lui aveva stimolato diverse reazioni negative,
ognuno era rimasto male per qualcosa che gli altri
però non avevano visto, né percepito.
Come se Lui abilmente avesse rispecchiato di ognuno
il punto debole, la resistenza più grande,
il blocco più duro da sciogliere, la cosa
rispetto alla quale niente e nessuno al mondo,
neanche il Maestro e il suo insegnamento potevano
valere di più. Non era per portarli a cedere
di fronte a Lui, ma per farli vedere i loro limiti
e per condurli così verso l’autonomia,
per lasciarli integri nella loro dignità
e stimolarli a pensare con la propria testa, ad
essere i San Tommaso della situazione, a camminare
finalmente con le proprie gambe e a lasciarli
liberi… perché il troppo amore crea
un rifugio sicuro, crea attaccamento dal quale
è difficile liberarsi. La guida dovevano
trovarla dentro se stessi, ma Lui non poteva manipolarli
e li aveva indotti sapientemente ad un’immagine
improvvisamente diversa di sé e a un diverso
significato delle sue lezioni, lezioni in cui
Lui era sempre più spesso assente e dove
l'insegnamento fazioso e fanatico di Armida, urlato,
scimmiottato, male interpretato, aveva preso il
posto del prezioso nettare a cui erano abituati.
Ale capì che c’era un tempo per ogni
cosa e volle testimoniarlo, volle scrivere nero
su bianco ciò che aveva vissuto, per fermare
gli attimi, per ricomporre il puzzle, per ricordare
e per non scordare mai…
Questa fu la sua esperienza, questo ciò
che imparò, solo una personale testimonianza…
la sua verità, non la Verità.
Ale non aveva mai dato la sua testimonianza al
Maestro ma comunque la stava scrivendo. Quando
sua figlia ebbe circa quattro anni si sentì
pronta a concluderla e decise di spedirgliela
per posta.
La accompagnò con una lettera:
“Caro Maestro,
una serie di eventi ultimamente mi hanno riportato
spesso col pensiero ai cinque anni in cui ho seguito
il suo insegnamento. Ho voluto più volte
riprendere in mano gli appunti che avevo conservato,
rileggerli e ricopiarli, come per cercare ancora
tra le righe le sue parole, i suoi consigli. L’esperienza
della maternità ha apparentemente messo
uno stop alla mia ricerca, ma in realtà
niente si è fermato.
Da soli è tutto più duro e faticoso
e mi accorgo a malincuore che è difficile
trovare posti o persone presso cui avere vera
comprensione e sincera accoglienza; per non parlare
poi dei “secondi fini” che sono praticamente
una regola.
È anche vero però che adesso sono
molto più esigente e selettiva e che tutto
sommato non mi sento poi così insicura.
A volte penso che quello che ho avuto finora è
già molto e con queste basi qualsiasi posto
io possa frequentare mi può dare quello
che mi serve per proseguire il mio cammino e cioè
la possibilità di confrontarmi e di agire.
Dall’ultima piccola lettera scritta da me
e Max in cui ci congedavamo, non le ho mai scritto
nient’altro... a partire dalla mia “testimonianza”
che mai le ho dato… Forse adesso è
venuto il momento di chiarire, di spiegarmi, perchè
è come se qualcosa fosse rimasto in sospeso,
è come un nodo che sento il bisogno di
sciogliere.
Tutto quello che Lei mi ha insegnato me lo ritrovo
ogni giorno e mi accorgo di come ero guardando
i comportamenti delle altre persone. Questo mi
permette di comprenderli ma nello stesso tempo
mi rendo conto che loro non possono comprendere
me.
Il più delle volte devo passare sopra a
reazioni eccessive degli altri nei confronti di
cose che per loro sono enormi e che per me invece
sono completamente superate, o sono semplici piccoli
scogli superabili in poche ore. Ricordo quando
diceva: “Sta a voi decidere quanto soffrire”.
Adesso capisco cosa significa.
Poi però a volte succede che qualcuno oltrepassa
il limite, allora esplodo e non sopporto più
l’ignoranza e l’invadenza degli altri.
La sensazione che ho sempre avuto è quella
di sentirmi diversa dagli altri, adesso questa
sensazione è ancora più forte. È
come se il suo insegnamento mi avesse reso ancora
più lontana da tutto ciò a cui gli
altri aspirano, ma c’è una differenza:
oggi mi sento diversa si, ma non mi interessa
più integrarmi ad ogni costo, almeno non
come prima.
Tornando alla mia testimonianza volevo dirle che
avevo cominciato a scriverla e poi nel tempo l’ho
completata con altri pezzi. È vero che
direttamente non me l’ha mai chiesta e probabilmente
neanche le interessa più ormai, ma mi piace
l’idea che possa leggerla… sempre
se vorrà farlo.
Il non avergliela mai data mi ha lasciato una
sensazione di capitolo non concluso, di porta
non chiusa, di qualcosa insomma di non finito,
di lasciato lì.
Darle la mia testimonianza è un modo per
gestire e risolvere questa sensazione di non completezza…
di “debito da saldare”. È molto
schietta, senza peli sulla lingua, come sono io:
critica, diffidente, dubbiosa ma anche analitica,
precisa e forse un po’ sentimentale e capricciosa.
Sicuramente vera, forse troppo vera. Infilerò
questa lettera nella buchetta della posta e poi
mi tapperò le orecchie e chiuderò
gli occhi e dimenticherò di avergliela
spedita.
Farò finta di averla mandata a me stessa,
e in fondo è questa la sensazione che ho
a volte e cioè che Lei sia una parte di
me. Forse la mia guida interiore ha assunto le
sue sembianze ma un po’ mi assomiglia anche:
è me al maschile ma sembra Lei, è
così che nei sogni la visualizzo. Interessante,
no? È un po’ complicato da spiegare,
ma non era questo uno degli obiettivi? Avere una
voce interiore saggia e acuta che sa intervenire
al momento giusto e che abbia un ascendente su
di noi per far sì che sia ascoltata. Finora
però interviene solo di rado e cioè
quando assumo il giusto atteggiamento nei confronti
della vita, altrimenti tace. Si fa viva solo quando
sono aperta ad accoglierla.
La mia testimonianza in alcuni punti è
un po’ dura, quasi sfacciata, ma è
la mia storia, rispecchia esattamente me stessa
con tutti i miei difetti e non posso omettere
nulla, non sarebbe onesto.
Alcune cose adesso forse le scriverei diversamente
e infatti ho aggiunto altri pezzi che testimoniano
un cambiamento, un’evoluzione nel tempo.
Ci sono tutti i miei alti e bassi, tutte le cose
non dette, i miei dubbi, tutti i miei pensieri
inespressi e che non avevo mai il coraggio di
comunicarle, tutto il mio desiderio di ribellarmi,
di ingaggiare una rivoluzione e nello stesso tempo
il mio sentirmi stupida e arrogante.
So comunque che Lei saprà leggerla nel
giusto modo.
Ogni cosa che ho scritto è frutto del momento
in cui l’ho scritta e i formalismi non mi
sono mai piaciuti. È inutile negare che
certe cose le ho pensate e le ho anche scritte
e continuare a tenerle nel cassetto non mi dà
nulla. Il non agire, il non osare non mi fa andare
avanti, non ho niente da perdere e tutto da guadagnare.
Ho deciso di mandargliela anche perché
se continuo a rileggerla, a limarla e ad aggiungere
pezzi non la finisco più, già è
abbastanza lunga e se aspetto ancora, invece di
una testimonianza diventa un libro!…E tutto
sommato non sarebbe neanche una cattiva idea!
Una notte, qualche tempo fa, ho sognato che mi
si era riaperta la fontanella sulla cima della
testa, sentivo al tatto un grosso buco romboidale
sotto il cuoio capelluto proprio come quello dei
neonati. Ho sognato anche, pochi giorni fa, un
neonato bellissimo con gli occhi celesti che era
mio figlio e che mi sorrideva complice e mi soffiava
sul viso.
Anche da una serie di altre fenomenologie, sento
che mi si stanno riattivando i vortici vitali,
pian piano tutto si sta risvegliando. Dopo la
morte di mio padre Lei mi disse che il trauma
aveva creato un blocco e che bisognava ricominciare
da capo… Non aveva un’espressione
molto rassicurante in quel momento mentre lo diceva
e pensai di aver perso qualcos'altro di imolto
mportante. Adesso però Le scrivo per dirle
che sicuramente il suo lavoro non è andato
sprecato, qualcosa sta riprendendo vita in me.
Lei ci ha sempre detto di “masticare la
materia”, di vivere la sofferenza, accettarla…
amarla… e questa è una cosa ancora
un po’ difficile per me. Ci sto provando.
Spesso mi ha anche ripetuto: “Io ti ho accettato”,
ma forse in fondo non ci ho mai creduto realmente
e mi rendo conto che questo è ancora un
grosso scoglio per me.
Quello che voglio dirle comunque è che
il mio lavoro e la mia ricerca continuano, niente
è finito, nulla è stato abbandonato,
ho ancora un grande desiderio di risolvere e di
capire.
Il suo insegnamento per me ha rappresentato una
vera e propria ri-educazione alla vita e resterà
per sempre la base fondamentale e la colonna portante
della mia esistenza.
Ciò che è venuto dopo e che verrà,
fonda le radici sui cinque anni che sono stata
da Lei e voglio sinceramente ringraziarla di tutto.
Non so come accoglierà questa lettera e
la mia testimonianza, mi scuso fin d’ora
per la lunghezza, ma in realtà sono tante
le cose che avrei ancora potuto scrivere.
Ho dato la precedenza alle più importanti
e ho cercato di fare il quadro completo della
mia esperienza, anche se, più rileggo quello
che ho scritto e più ho l’impressione
che ci sia ancora qualcosa che mi sfugge, che
non ho capito nel profondo. Forse è questa
la risposta che mi aspetto, forse ho bisogno di
una traccia, di un segno che mi permetta di proseguire.
Non ho altri fini, questo non è un voler
tornare indietro, anzi il mio scriverle e mandarle
la mia testimonianza vuole essere un modo per
proseguire, per andare avanti; è anche
un impegno da portare a termine e il dimostrarle
la mia gratitudine.
Non nascondo anche il semplice desiderio umano
di una “figlia spirituale” che vuole
darle notizia di sé e avere forse un po’
della sua attenzione…
Le auguro pace e benessere.
Ale”
Due giorni dopo aver spedito la lettera con la
testimonianza Ale era in casa e sentì suonare
il citofono. Era il portiere dello stabile che
le diceva che c’era un certo Professor Xavier
che la cercava. Il cuore le balzò in gola
e cominciò a battere a mille. Pensò
che era lì, che era venuto fino a casa
sua e fu presa dal panico, “Cosa vorrà
da me?” - “Avrà letto ciò
che ho scritto e non gli sarà piaciuto?”
- “Sarà arrabbiato con me?”
- “Cosa faccio adesso?” - Mille pensieri
le passarono nella testa nel giro di pochi secondi,
poi in un attimo di lucidità chiese all’uomo
se fosse veramente lì e il suo animo si
risollevò quando il portiere le disse che,
sì c’era, ma al telefono e voleva
solo il suo numero per chiamarla. Ale disse al
portiere che poteva darglielo… riabbasso
il citofono e i minuti che trascorsero tra quel
momento e il primo squillo del telefono le sembrarono
interminabili… il cuore continuava a battere
all’impazzata, il respiro era corto e bloccato,
le mani le tremavano… al terzo squillo prese
coraggio e decise di alzare la cornetta. Ale disse
“pronto” e lui disse “Roberta…”.
Al solo sentire la sua voce e quelle prime sillabe
che pronunciavano il suo nome, nel giro di pochi
istanti i suoi polmoni si riaprirono, il cuore
riprese il suo normale ritmo e Ale non potè
fare a meno di stupirsi di come il suo stato d’ansia
si fosse così velocemente dileguato, di
come il suo respiro fosse rilassato e la sua voce
ferma e tranquilla.
Parlarono per quasi mezz’ora durante la
quale Lui le espresse tutta la sua ammirazione
per ciò che aveva scritto, forma e contenuto.
Disse: “Scrivi benissimo, hai uno stile
secco ma scorrevole ed efficace...” Ale
lo ringraziò e gli disse che non si aspettava
una telefonata, le sarebbe bastata anche una lettera,
ma Lui rispose: “Te lo dovevo”. Le
disse anche cosa aggiungere e cosa limare, le
diede consigli per la sua vita e aggiunse: “Io
sarò sempre il tuo Maestro”. E riguardo
alla frase della lettera “ho l’impressione
che ci sia ancora qualcosa che mi sfugge, che
non ho capito nel profondo” le disse semplicemente:
“Capirai”.
FINE
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