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Giovani
e società
Rave party e danza della
sordità
di
Vincenzo Andraous
Da più parti si vuole insinuare un dubbio:
i giovani sono vuoti a perdere, inutile prendersela
con la società, con la famiglia, con il
mondo adulto, il problema sono loro.
Ogni volta che un adolescente inceppa il potente
meccanismo sociale, c’è qualcuno
che innalza bandiere “giustificanti”,
per ribadire che la generazione precedente era
migliore.
Con cappa e spada e qualche artificio clownesco
portiamo in scena la rappresentazione più
desueta sulla vita, su come viverla al meglio,
su come sopravviverle quando non è di nostro
gradimento.
Nel frattempo si ripetono accadimenti poco edificanti,
fatti che non posseggono alcuna attrattiva se
non quella di seminare indifferenza per chi è
piegato in due dalle proprie fragilità
e dalle proprie rese.
Rave party e giovani alla spicciolata, un mondo
capovolto, inverso, uno sparo diritto a ogni banale
conformità, a ogni inconfessabile obbedienza,
che pesa come un macigno, insopportabile da trascinare
appresso.
Si muore nello sport, sul lavoro, sull’auto,
al parco divertimenti, si muore nel rumore e nel
silenzio, in modo consapevole e più impertinente
verso la vita trasformata in una danza inarrestabile
in onore della sordità, del rigetto, del
disamore.
Si muore muovendo il corpo, ma non vedendo, non
sentendo, non capendo più che c’è
anche domani, si muore in gruppo, dentro il recinto,
fuori da ogni reale condivisione, senza la pietà
della compassione, privati di una mano amica a
sorreggerti, accompagnarti, accoglierti.
Rave party e eutanasia, chi è morto dentro
muore davvero, raduni organizzati illegalmente,
folle della controcultura, masse della politica
underground? Ci si va per curiosità, per
passioni incrociate che hanno l’esigenza
di incontrarsi, di conoscersi, di fondersi? Per
ascoltare musica come forma di espressione futuribile,
alfabeto e vocabolario per parlare finalmente
alla collettività? Un tempo sarà
stato così, ora c’è solo un
gran bisogno di “calare giù”,
per ricominciare a sopravvivere.
Forse non è il caso di demonizzare un fenomeno
giovanile, però occorre avere più
attenzione sulle parole d’ordine, sulle
immagini, che vorrebbero possedere carisma sufficiente
per un pensiero di socialità, di unità
e libertà.
C’è qualcosa di ancora sconosciuto
in un rave party, in quei capannoni dimessi, nelle
storie anonime dei macchinari in disuso, dal basso
delle mura altissime di diffusori sonori, che
sparano drumm, hard, techno, jungle?
Stigmatizzare e giudicare una moda non è
sempre corretto, forse c’è anche
del buono da salvare, ma è necessario usare
le parole con un linguaggio che non fa curve inesistenti,
dichiarando che l’alcol, la droga, il sesso
veloce, e qualche lama di coltello, non possono
apparire come una periferia ambulante ove ognuno
nel fine settimana può ritornare a “essere”
qualcosa di non meglio definito.
Rave party è sgretolamento del concetto
di libertà, rispetto a qualunque regola
e convenzione, non è accomunabile a una
discoteca, non è la trasgressione a una
accondiscendenza controllata, rave è altro,
il rifiuto a ogni auspicata e non più rinviabile
rinascita sociale.
Rinascita sociale di relazioni intelligenti, non
perchè elitarie, ma perché sane
e equilibrate, mai affidate a comportamenti che
sbaragliano letteralmente la possibilità
di continuare a crescere e migliorare insieme.
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