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Artiterapie
Fare teatro in carcere: cosa significa?
di
Vincenzo Andraous
Ricordandomi
di avere fatto parte di un gruppo teatrale carcerario,
mi viene da dire che a volte il teatro entra in
carcere esclusivamente per intrattenere e divertire,
infatti molti spettacoli hanno avuto come unico
obiettivo il gioco, l’animazione, senza
che fosse richiesta alcuna professionalità,
o vi fosse interesse ad ottenerla.
Il carcere può essere visto come un laboratorio
in cui gli attori, in quanto dilettanti, risultano
capaci di esprimere un’autenticità
raramente rinvenibile in un professionista, una
spontaneità e un’immediatezza che
si fa evidente nei lapsus, negli scherzi, negli
approcci.
La stessa genuinità che possiede probabilmente
qualunque uomo della strada, dal momento in cui
si trasforma in attore.
Il detenuto infatti anche se recita”dentro”,
è il frutto di un “fuori”,
che non può essere dissolto solo perché
segregato e nascosto.
L’uomo della strada e l’uomo privato
della libertà che si trasforma in attore
non professionista è però diviso
da una condizione imprescindibile: la reclusione.
La differenza diventa la forza e la magia del
teatro in carcere, e si manifesta nel carico di
“energie” che viene riversato sulla
scena, un condensato di sofferenza e frustrazione,
forzatamente compresso e coattato.
Per cui è possibile servire al teatro in
quanto portatori di una umanità modificata
dalla restrizione, che ricerca ed esalta le differenze,
esprimendo, attraverso il lavoro una potenza drammatica
maggiore.
Recitare un testo teatrale offre un doppio sostegno
a chi è in una cella a scontare la propria
pena, permette il libero flusso di emozioni e
sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione
carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà,
allo scambio con gli altri.
La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi
efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva
corrosione di sé.
Qualsiasi rappresentazione teatrale migliora gli
uomini e la dimensione in cui vivono, operando
con modalità opposte dove è contenuta,
collettive anziché individualizzatrici,
coinvolgenti anziché segreganti, portatrici
di arricchimento affettivo e artistico, anziché
di coazione a ripetere.
Fare teatro può significare che l’uomo
della pena riscatti temporaneamente il suo “involontario”
isolamento, smettendo di mimetizzarsi, iniziando
a narrare, a narrarsi.
Ma forse è anche il caso di chiederci oltre
a quale significato dare al teatro in carcere,
se l’impossibilità a ristrutturare
le fondamenta di questa istituzione, è
confermata attraverso l’impegno teatrale
o le buone intenzioni di qualche operatore o di
un paio di direttori.
Alla domanda iniziale mi viene da rispondere che
fare teatro in carcere consente di vedere la differenza
tra significato e funzione, affinché non
sia visto in termini di efficienza, di servizio
utile in quanto terapeutico, pedagogico, ricreativo…
ma tale in quanto terapia, pedagogia, ricreazione
sono in sé valori del teatro.
Per buon ultimo, fare teatro in carcere non vuol
dire creare false illusioni, l’uso di fantasticherie
e sogni per evadere in altri spazi e in altri
tempi, o in altri corpi, come può farci
rammentare il falso benessere suscitato dalle
droghe, tutte.
Come qualcuno ci ha lasciato detto “fare
teatro in carcere riesce ad avere senso soltanto
quando il teatro stesso se ne avvantaggia: non
quando resta prigioniero”.
Gli altri
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