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Counseling
L'autobiografia: raccontarsi come cura di Sè
di
Gabriella D'Amore Costa
347 1751469
www.artcounseling.it
http://ri-trovarsi.myblog.it/
mail to: gabriellacosta@artcounseling.it
fogli bianchi sono la dismisura dell’anima
e io su questo sapore agrodolce
vorrò un giorno morire,
perché il foglio bianco è violento.
Violento come una bandiera,
una voragine di fuoco,
e così io mi compongo
lettera su lettera all’infinito
affinchè uno mi legga
ma nessuno impari nulla
perché la vita è sorso,
e sorso di vita i fogli bianchi
dismisura dell’anima
(Alda Merini)
Cercavo
un incipit per parlare di autobiografia, qualcosa
che toccasse il cuore delle persone e le incuriosisse
in modo da arrivare in fondo all’articolo
e “per caso” mi è capitato
tra le mani un romanzo “Treno di notte per
Lisbona” di Pascal Mercier e tra le pagine
di questo libro un brano che ha colpito tutti
i miei sensi, intenerito la mia anima e dato forse
un senso a quello che leggerete dopo.....
“delle mille esperienze che facciamo, riusciamo
a tradurne in parole al massimo una e anche questa
solo per caso e senza l’accuratezza che
meriterebbe. Fra tutte le esperienze mute si celano
quelle che, a nostra insaputa, conferiscono alla
nostra vita la sua forma, il suo colore, la sua
melodia. Allorché ci volgiamo, quali archeologi
dell’anima, a questi tesori scopriamo quanto
sconcertanti essi siano. L’oggetto che prendiamo
in esame si rifiuta di stare fermo, le parole
scivolano via dal vissuto e alla fine sulla carta
rimangono pure affermazioni contraddittorie. Per
lungo tempo ho creduto che questa fosse una mancanza,
una pecca, qualcosa che si dovesse superare. Oggi
penso che le cose stiano diversamente: che il
riconoscimento dello sconcerto sia la via regia
per giungere alla comprensione di quelle esperienze
tanto familiari quanto enigmatiche. Tutto ciò
può suonare strano, anzi singolare, lo
so. Ma da quando vedo la faccenda in questo modo,
ho la sensazione di essere per la prima volta
davvero vigile e vivo.....”
“C’è un momento nel corso della
nostra vita, come dice Duccio Demetrio ,in cui
si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso
dal solito. “Capita a tutti, prima o poi
.... da quando forse, la scrittura si è
assunta il compito di raccontare in prima persona
quanto si è vissuto e di resistere all’oblio
della memoria....” (D. Demetrio –
“Raccontarsi” p.1).
Raccontare di sé, della propria vita, dei
propri ricordi, dei successi e delle sconfitte,
dei sentimenti, delle paure, degli amici e degli
amori,…l'autobiografia è uno sforzo
di attenzione/cura di sé che collega parti
differenti della nostra vita fornendo un repertorio
di modi di essere di sé nel tempo e nello
spazio ed un senso del proprio posto nel mondo,
secondo una prospettiva di continua costruzione
e ri-costruzione della propria immagine identitaria.
È, dunque, da un lato, organizzazione e
formalizzazione dell'identità vissuta,
dall'altro raccolta e organizzazione di elementi
costitutivi l'immagine di sé capaci di
essere strumenti per scoprire la personale chance
evolutiva che ognuno di noi possiede quella “tendenza
attualizzante”, coniata da Rogers in base
al quale ogni individuo ha in sé la capacità
di realizzare le proprie potenzialità .
La rivisitazione della propria vita è così
sempre un invito e quasi una necessità
di ricominciare a vivere e a cercare, abilitandosi
a vivere il tempo futuro, consapevole che ogni
abilitazione non è mai l'ultima e che ogni
abilità maturata nasconde sempre un'altra
faccia di sé che è quella del non-ancora-realizzato.
Scrivere di sé è un modo di attribuire
un significato alle esperienze passate per poter
costruire il proprio futuro; può aiutarci
a ripensare a chi siamo e alla nostra storia;
ci obbliga a fermarci un attimo e a capire dove
siamo.
Narrare di Sé riattualizzando il passato
sollecita nelle persone il recupero di “
quelle tracce di senso” esistenziali, spirituali,
relazionali, cognitive, affettive presenti lungo
il continuum esperienziale della personale storia
di vita e, spesso, sommerse, e in-comprese dalla
tumultuosità di quello che ci accade, unite
spesso, dalla superficialità e automaticità
che accompagnano le azioni della vita quotidiana.
Azioni vissute frequentemente come disunite e
apparentemente prive di connessioni, per le molteplici
interferenze e imprevisti che accrescono il disagio,
il disorientamento e ci costringono reattivamente
a patteggiare, ad operare scelte, non senza sofferenza
e frustrazioni, in un continuo costruire e ri-costruire
contesti di vita.
Parlando di sé ci si consente inoltre di
sentirsi autore, protagonista e regista di quello
che si sta scrivendo. Questo sentirsi personaggio
principale ci ricompensa di tutto quel tempo in
cui la vita ci ha “obbligato” ad essere
comparse, spettatori a volte muti di tutto quanto
si è fatto.
Lo spazio autobiografico è il tempo della
“tregua”, una “base sicura”
nata da noi stessi per noi stessi, in cui pressante
diventa il rintracciare i molti ruoli, le molte
parti recitate non per colpevolizzarci, bensì
per attendere alla “sutura”, alla
ri-composizione di tutti i frammenti.
Ri-tessendo le trame della nostra esistenza, alla
moviola di uno spazio-tempo per sé, si
genera, altresì, quel momento essenziale
di distanza emotiva da se stessi mentre si rivive
se stessi, necessario per guardarsi sulla scena
cercando di individuare ruoli, battute, esibizioni
superflue o viceversa cruciali.
Fare autobiografia è un darsi pace, pur
affrontando il dolore del ricordo: scrivendone,
infatti, si allevia la sofferenza e se ne rielabora
il senso.
È trovare una stanza tutta nostra in cui
far emergere dallo sfondo indistinto cose ,fatti,
sensazioni, figure.
È un guardarsi dall’alto osservandoci
“come un paesaggio affatto ordinato dove,
in quanto autori, stabiliamo simmetrie e asimmetrie,
zone oscure o chiarificate, picchi o pianure,
vie maestre e sentieri.... non sempre le figure
emergono evidenti. È però un tentativo
della mente di ritrovare un punto, un’ansa
..... al quale ancorarsi. Almeno per qualche istante,
tra giochi della memoria e riflessioni sul senso
degli accadimenti...” (D. Demetrio “Raccontarsi”
pag. 34).
Raccontare la propria storia, cercando di portare
alla luce dalla penombra dell’oblio le immagini
più lontane che si credevano perdute ma
che invece sono ancora lì tra le pieghe
della nostra memoria, è un atto di solidarietà
e amore verso se stessi, è un voler prendersi
per mano entrando in contatto in modo autentico
con il nostro mondo emozionale iniziando un viaggio
verso la parte più profonda di noi stessi
portandola alla luce in tutta la sua ricchezza
e le sue sfaccettature.
Da tutto ciò possiamo delineare i benefici
della pratica autobiografica in un percorso di
Arteterapia.
Raccontare la nostra storia, scriverla, buttarla
fuori, è già di per se stesso un
atto liberatorio. Non può cancellare il
dolore o la sofferenza, ma può essere almeno
un modo per prenderne le distanze, per mettere
un punto. Questo è uno dei motivi più
profondi (e per questo curativi) dell’autobiografia.
Scrivere di sé è qualcosa che aiuta
a stare bene, o meglio.
Prendendosi del tempo per sé, vuol dire
aver cura di noi, in sintesi: volerci più
bene. Inoltre l’ascolto di noi stessi ci
aiuta anche ad aumentare la nostra capacità
di ascolto verso gli altri.
Ritornare con la mente ad eventi ed emozioni passate
ci fa capire il motivo di scelte che forse oggi
non faremmo più ma in quel momento rappresentavano
l’unico modo possibile e questo ci aiuta
a perdonarci, ad alleviare quei sensi di colpa
che spesso avvelenano la nostra vita.
Andare alla scoperta di pezzi lontani della nostra
storia vuol dire anche riannodare fili che credevamo
persi, trovando il coraggio di elaborare eventi
che sembravano compiuti, giungendo a spiegazioni
fino a quel momento rimaste nascoste, aprendosi
così spazi di progettualità e cambiamento
e permettendoci di intravedere ciò che
è possibile fare ancora.
Andare alla ricerca dei ricordi, serve anche a
ricercare la bellezza di tanti momenti che abbiamo
dimenticato . Gli esercizi della memoria, ci aiutano
a tirarli fuori, e così..... a sorridere
di più.
Scrivere di sé e condividere la nostra
esperienza con altri, significa offrire ad altri
la possibilità di conoscerci così
come noi ci percepiamo riscoprendo il nostro valore,
arricchendo la nostra immagine e di conseguenza
aumentando la nostra autostima. Ci permette inoltre
di trovare cose comuni e punti di contatto sentendosi
così vicini e sviluppando sentimenti di
unione. Crea comunicazione.
Narrare di sé, aiuta ad acquisire sicurezza.
Ad operare delle scelte ascoltando le nostre intuizioni
più profonde, superando la paura del giudizio
degli altri.
E da ultimo l’aspetto più importante
è sentire che si è vissuto e che
si sta ancora vivendo.
Bibliografia:
- Duccio Demetrio “Raccontarsi” Ed.
Raffaello Cortina
- Duccio Demetrio “Il gioco della vita “
Ed.Guerini e Associati
- Natalie Goldberg “Scrivere Zen”
Ed. Ubaldini
- Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine
di Bernardo Soares” Ed. Feltrinelli
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