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Psicologia
Dolore maschile, dolore femminile
della Dott.ssa Carla
Piccini
La sofferenza si direbbe connaturata all’essere
umano e a questo non tanto in virtù della
nostra eredità biologica, quanto della
eredità culturale.
Il dolore appartiene ad ognuno di noi, sebbene
lasci tracce diverse e cicatrici più o
meno profonde.
Senza dubbio tra maschile e femminile esiste una
profonda diversità, ma l’aspetto
più interessante è che essa viene
determinata dalle fasi più precoci dell’esistenza.
La sofferenza femminile può essere, infatti,
vissuta anche come risorsa.
Il disagio, il male di vivere può essere
considerato come uno strumento di conoscenza,
di scambio, uno strumento di crescita culturale.
Ma cosa si intende per
sofferenza?
Il termine sofferenza indica la condizione psicofisiologica
che viene connotata negativamente dall’organismo
e che l’organismo vorrebbe cercare di risolvere.
Si può distinguere una sofferenza primaria
e una sofferenza secondaria.
SOFFERENZA PRIMARIA: sensazione
che può essere collocata su più
livelli di intensità, da lieve a grave,
di disagio, dolore, angoscia, che una situazione,
un’esperienza produce come reazione automatica
dell’organismo (es. fobia specifica).
SOFFERENZA SECONDARIA: è
il risultato del tentativo della persona di risolvere
la sofferenza primaria.
Quindi la sofferenza primaria è il prodotto
diretto ed automatico dell’organismo ad
una situazione ed esperienza di vita.
La sofferenza secondaria è ciò che
nasce dal tentativo psico-sociale di risolvere
quella primaria.
Ad esempio immaginiamo che si deve per forza di
cose telefonare ad una persona che non sopportiamo,
se alla prima sensazione di disagio del tipo “devo
chiamare ma proprio non mi va…” prendiamo
il telefono e chiamiamo, vivremo di certo quello
stato di disagio e di sofferenza ma lo vivremo
per il tempo necessario, quello della telefonata.
In questo caso vivremo una sofferenza primaria,
cioè una sofferenza inevitabile per definizione
ma che termina quando la sperimentiamo e la viviamo
senza contrastarla.
Se, invece, rimandiamo la telefonata il più
possibile per cercare di evitare la sofferenza,
allora stiamo allungando i tempi della sofferenza
stessa.
Alla sofferenza che ci causerà comunque
telefonare si aggiunge quella relativa al tempo
che intercorrerà fino a quando non saremo
costretti a telefonare (spesso anzi la sofferenza
sarà di intensità maggiore).
In questo caso vivremo una sofferenza secondaria,
che avrà una durata maggiore della telefonata
stessa.
Tipologie di dolore femminile:
Lo sviluppo psicologico
Prima o poi tutti dobbiamo abbandonare la protezione
che il legame materno ci offre.
La realtà esterna è ovviamente ricca
di pericoli e sguarnita di quella protezione che
solo in famiglia si poteva trovare.
Ciò significa che il desiderio di tornare
ad una dimensione di protezione è insita
nell’essere umano e si manifesta in vari
momenti della vita.
Non staccarsi dal nido materno, tuttavia, equivale
a non diventare individui autonomi, a non differenziarci.
Da un punto di vista dello sviluppo si evidenzia
una netta diversità tra femminile e maschile,
nel senso che il maschio si separa prima dalla
madre rispetto alla femmina. Per il femminile
il distaccarsi è, infatti, molto più
difficile in quanto il processo di identificazione
con la madre è molto più forte.
Questo sviluppo in realtà costituisce per
la femmina un enorme vantaggio. Partendo dalla
premessa che il rapporto con la figura materna
si basa principalmente sulla dimensione del sentimento
e della relazione, cioè sulla dimensione
fondamentale per la crescita psicologica di una
persona, si può affermare che il femminile
apprende in anticipo rispetto al maschile quanto
sia importante questa dimensione (l’aspetto
sentimentale e relazionale).
L’accettazione del
tempo dell’attesa
Vi è nel femminile una maggiore capacità
di gestione e sopportazione dell’attesa,
che si esprime tanto nella riflessione-introspezione
quanto nell’accettazione del dolore.
Al contrario, il maschile, in termini psicologici,
si contraddistingue come simbolo del movimento
(inteso anche come fuga) e del cambiamento.
È estremamente difficile per un uomo sostare
nel dolore, attendere il passaggio della bufera.
La sua prima reazione, in simili circostanze,
è l’agire pratico e risolutorio.
Le ragioni di questa differente vocazione all’attesa
sono da rintracciare, sul piano dello sviluppo,
proprio nella diversa permanenza all’interno
della simbiosi identificatoria con la madre.
Questa diversità non solo darà luogo
ad un differente modo di affrontare il dolore
e la sofferenza ma a una peculiare modalità
di esperire la dimensione relazionale.
La sindrome da “nido
vuoto”
Le donne rinunciano e si sacrificano nel nome
della difesa della famiglia e in particolare dei
figli. Con il passare degli anni però si
trovano all’età di mezzo (cinquantenni)
con un pugno di mosche in mano. Sfiorite ed affaticate
rimangono senza l’oggetto tanto amato ed
accudito, il figlio, che si è involato
in nuove storie.
La conseguenza è che le donne diventano
incapaci a provvedere ad un eventuale sostituto
dell’amore perduto e si trovavano così
sole e prive di significato.
Le possiamo definire: “madri private del
soggetto che giustifica la loro ragione d’essere,
cioè il figlio”.
Da uno studio emerge che il dolore psicologico
in una persona, come ad esempio la sofferenza
provocata dal sentirsi soli e rifiutati dagli
altri, coinvolge gli stessi meccanismi cerebrali
che elaborano il dolore fisico (la corteccia cingolata
anteriore è una zona collegata al dolore
fisico).
È un dato di fatto, quindi, che una ferita
dell’anima provoca la stessa sofferenza
di una ferita del corpo.
Sotto l’aspetto bio-psicologico uomini e
donne scelgono strade diverse: la materia i primi,
l’anima i secondi.
Si può affermare allora che c’è
una diversità nell’affrontare il
dolore da parte delle donne rispetto all’universo
maschile.
Le donne, se si liberano dall’inibizione,
sanno esprimere il male di vivere e il modo che
hanno di esprimerlo è specifico, diverso
da quello degli uomini, in quanto c’è
un diverso approccio al dolore.
In particolare è il modo diverso di vivere
la sofferenza emotiva, il modo diverso di percepirlo
e di riconoscerlo, che fa sì che le donne
utilizzino la psicologia come uno strumento che
può essere d’aiuto.
Per il sesso maschile, invece, le soluzioni più
appetibili afferiscono ad altre forme di aiuto
legate alla medicina di tipo biochimico e ai trattamenti
farmacologici.
Alcune persone, al contrario, non vogliono e non
sono in grado di rivolgere una domanda di aiuto,
per ragioni che oscillano dalla vergogna alla
non capacità di comprensione del proprio
stato.
Con il passare degli anni sono però cambiati
i costumi e le condizioni culturali ed economiche.
Da casa i giovani si allontanano tardi, le donne
lottano per conciliare famiglia e lavoro, senza
dover rinunciare la seconda nel nome della prima.
Sono cariche di aspettative ma anche colpite da
pregiudizi, sentono che la frenesia può
far saltare i sistemi di controllo ed esplodere
nella paralisi (attacchi di panico, tachicardia,
tremori, sudorazioni).
Se un tempo le donne si sentivano attanagliate
dal sentimento di colpa per non aver corrisposto
perfettamente al quadro normativo, oggi è
il narcisismo che spesso vacilla.
I bisogni di appartenenza rischiano di risultare
inevasi e l’essere umano subisce repentine
mutazioni causate dall’insicurezza.
Il corpo può diventare facile bersaglio
negandolo, maltrattandolo, iperalimentandolo.
È il paradosso della felicità declinato
al femminile. Più rispetto, indipendenza,
sicurezza fisica ed economica non hanno portato
alle donne maggiore serenità e soddisfazione.
Ricerche scientifiche sostengono che secondo parametri
oggettivi, la vita delle donne è migliorata
negli ultimi 35 anni, eppure la misurazione del
loro benessere soggettivo mostra che la loro felicità
è diminuita rispetto a quella degli uomini.
Trovare una spiegazione a questa situazione sicuramente
non è facile.
La società di oggi ha aumentato così
tanto le aspettative nei confronti delle donne
da renderle più ansiose e insoddisfatte,
ma la soluzione di questo rompicapo può
essere preso proprio dal mondo maschile che dedica
più tempo delle donne alle attività
che ama, facendo così diminuire il tempo
speso in modo sgradevole.
Una ricerca condotta dall’economista Alan
Krueger e del premio Nobel Daniel Kahneman sostiene
che i luoghi dove le donne provano più
spesso emozioni negative sono dal medico, in ufficio
e dentro casa e molto più degli uomini.
Di seguito alcune percentuali
tratte da questa ricerca:
- Cucina 17% delle donne contro 12% degli uomini
- Visita agli amici 19% delle donne contro 7%
degli uomini
- Guardare la tv o un video 21% delle donne contro
15% degli uomini
- Stare con i genitori 27% delle donne contro
7% degli uomini
Si calcola che all’incirca il 30% delle
consultazioni che fanno i medici di medicina generale
afferiscano a disturbi che sono specifici della
sfera emotiva e quindi di pertinenza e di trattamento
di tipo psicologico.
Questo anche perché l’aspetto psicologico
è intrinseco alla sofferenza in quanto
non c’è dolore fisico senza una componente
emotiva.
Il dolore ha il senso di stimolare l’individuo
con atti denominati di “lotta e fuga”
in funzione della conservazione di se stessi,
anche se il dolore è vissuto da ogni individuo
in modo del tutto personale a causa di molte variabili.
Studi psicosomatici sostengono che i vari dolori
sono messaggi simbolici inconsci che il corpo
cerca di trasmettere proprio grazie alla sofferenza
di una parte piuttosto che di un’altra.
Il mal di testa, ad esempio, è un dolore
che rivela una lotta interiore tra il mondo del
capo, della ragione e il mondo delle emozioni,
degli istinti; tipico nelle persone che pensano
molto e che non amano la spensieratezza.
Un altro esempio è quello della cervicalgia.
La funzione della colonna cervicale è quella
di sostenere la testa, cioè il mondo del
pensiero razionale e della coscienza vigile.
Il dolore (vedi le cervicali di tipo muscolare)
è il risultato di uno sforzo fisico della
colonna cervicale assieme a uno psicologico (vedi
la volontà) finalizzati a “non perdere
la testa” in contrapposizione al desiderio
di “lasciarsi andare” a istinti come
l’aggressività e la sessualità.
Un detto cinese dice: “l’uomo è
come una canna di bambù, forte ed elastica
insieme, che si piega senza rompersi”. L’uomo
moderno, invece, è il contrario, soffre
di lombalgia, in quanto si spezza piuttosto che
piegarsi.
CONCLUSIONI
Il dolore e la sofferenza non abbandoneranno mai
l’itinerario del cammino individuale. Le
persone devono, quindi, arrangiarsi a gestire
il loro disagio attraverso relazioni private o
attraverso un dolore muto.
La questione del genere sessuale nella sofferenza
dovrebbe, comunque, diventare un punto di attenzione,
in modo tale che il dolore si trasformi da disperazione
in risorsa.
Occorre sempre ricordare che la paura di una persona
di soffrire genera una sofferenza maggiore di
quella che la persona teme.
Ascoltare e sentire il dolore altrui riporta automaticamente
a sentire il proprio dolore, un dolore spesso
assopito, ma mai elaborato del tutto.
Un dolore troppo intenso evocato proprio dal dolore
degli altri, e non volendo sentire questo dolore,
viene congelato, non dando ascolto all’altro
che ci chiede aiuto, anche quando quest’altro
è una persona cara a cui vogliamo bene.
Si diventa sordi e ciechi al dolore nostro e altrui;
un rumore mentale come meccanismo di difesa attuato
per proteggersi da ciò che ci fa male.
Eppure il poter dire semplicemente “ho paura,
sono arrabbiato, sono felice” costituisce
di per sé una possibilità in più.
E se poi queste emozioni vengono accettate, accolte,
e non considerate come minacciose, non ignorate,
non sminuite, si potrà dare l’opportunità
a quel bambino interiore che c’è
in tutti noi di crescere e diventare un adulto
capace di vivere nel mondo assieme alla sofferenza.
BIBLIOGRAFIA:
• ll mio dolore è diverso - Sofferenza
femminile come risorsa” a cura di Umbero
Nizzoli, Direttore Programma Aziendale Salute
Mentale e Dipendenze Patologiche.
• "Il mio dolore è diverso -
Sofferenza al maschile, sofferenza al femminile”
a cura di Aldo Carotenuto, Professore di psicologia
della personalità presso l’Univeristà
“La Sapienza” di Roma.
• "I concetti di sofferenza primaria
e secondaria in psicologia emotocognitiva”
di M. Baranello.
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