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Riflessioni
L’integrazione interculturale
di Carla Ginanneschi
Ancora
oggi alla domanda che cosa s’intenda per
educazione interculturale, si sentono risposte
confuse. Sicuramente una parte dell’iter
è stato però fatto perché
solo alcuni anni fa non c’erano proprio
risposte. Alla fine degli anni ottanta, infatti,
sia la scuola italiana sia le amministrazioni
locali non avevano intuito, anche se attente ai
nuovi fenomeni demografici e sociali, la portata
dell’immigrazione.
Oggi dobbiamo fare i conti con una immigrazione
di notevole rilevanza e quindi abbiamo la necessità
di riuscire a fare una integrazione culturale
nelle scuole dei tanti bambini stranieri presenti
sul territorio nazionale. Non dobbiamo pensare
che il fatto di essere stranieri implichi necessariamente
un inesorabile deficit, anzi, come dice Marie
Rose Moro etnopsicoanalista, - il trauma migratorio
non deve essere ritenuto costante ed ineluttabile,
comunque può insorgere a prescindere dalla
personalità dell’individuo. Le condizioni
sociali sfavorevoli, quelle che hanno spinto all’emigrazione
e quelle che gli emigranti sono costretti a subire
nel paese d’adozione, sono fattori aggravanti,
ma non determinanti, spesso un trauma del genere
non provoca conseguenze psicologiche, anzi può
determinare nuove dinamiche che favoriscono l’individuo
che si trova in situazioni del genere. La migrazione
è anche un evento ricco di potenzialità
creative ed è necessario individuare tutti
quei fattori che lo rendono tale e per l’individuo
e per la società nella quale è inserito.
-
Nell’educazione interculturale si evidenziano
tre approcci fondamentali: quello di tipo compensativo
che mira all’assimilazione passiva dell’immigrato
nella cultura del paese; quello di tipo integrativo
che si basa sul bisogno dell’immigrato di
accedere alla cultura e alla lingua del Paese
di accoglienza, ma anche coltivare la propria
lingua e cultura d’origine. Poi c’è
l’approccio interculturale che considerando
la diversità un valore, consente ad ogni
persona di autopromuoversi nella scoperta della
propria e dell’altrui cultura.
Gisele Legault sostiene che essere coscienti dei
propri valori e prendere coscienza di quelli degli
altri costituisce il momento preliminare di un
intervento appropriato. Al centro della nuova
educazione interculturale deve essere posta l’individualità.
Si è cercato di mantenere una mediazione
tra la pedagogia compensativa che cerca di non
penalizzare i figli di chi è immigrato,
e quella interculturale dove c’è
il riconoscimento dell’alterità,
con il delineamento di una linea di condotta che
vada contro i pericoli più evidenti (prevenzione
e contrasto del razzismo (tendenza cioè
a considerare la razza come fattore determinante
della civiltà di una società e quindi
a conservarne la purezza, evitando le contaminazioni
con altri popoli considerati di razza inferiore),
della xenofobia (indiscriminata avversione per
gli stranieri), dell’antisemitismo (atteggiamento
di ostilità nei confronti degli Ebrei),
e dell’intolleranza.
La differenza tra multiculturale ed interculturale
è notevole, multiculturale è un
termine neutro, descrittivo di una classe che
è così detta per la presenza di
bambini o ragazzi che hanno altre appartenenze
e altri riferimenti culturali. Usiamo invece il
termine interculturale quando vogliamo intendere
un processo di confronto e di scambio, di cambiamento
reciproco e contemporaneamente ribadire l’unità
e la convivenza democratica.
La pedagogia interculturale fa il suo ingresso
ufficiale in Europa nel linguaggio dei servizi
educativi più di vent’anni fa (il
documento del Consiglio d’Europa è
del 1978). L’educazione interculturale è
entrata ufficialmente nella scuola italiana nel
1990, c’è una circolare ministeriale
del luglio del 1990 che tratta per la prima volta
i temi dell’inserimento degli alunni stranieri
nella scuola e dell’educazione interculturale.
Oggi la multiculturalità delle molteplici
etnie che si trovano a convivere è diventato
il problema centrale con il quale siamo tutti
i giorni a confronto. Spesso la scuola, anche
oggi, risponde più ad essere organizzata
dal punto di vista burocratico e il giovane utente
straniero si trova davanti ad una organizzazione
di servizi a lui sconosciuta, la logica burocratica
di efficienza penalizza la reale richiesta dei
bisogni dell’utente che sono quelli di essere
accolto nel rispetto della propria cultura e della
propria individualità.
La strada da percorrere è lunga e difficile,
ma se tutti s’impegneranno e cercheranno
di fare al meglio il loro lavoro, forse raggiungeremo
in un prossimo futuro risultati positivi.
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