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Lo zodiaco vegetale

di Giorgio Mortini
18/11/08

Il fascino dell’astrologia, intesa come influsso delle stelle e dei pianeti sulla personalità degli individui, è ancora fortissimo nella società moderna e, anche se non si può affermare che sia una scienza esatta, bisogna tuttavia prendere atto che è una forma di cultura ancora profondamente radicata nella società e ritenuta valida da una larga fetta di popolazione.
Esiste però un aspetto spesso trascurato dagli astrologi moderni, ma tenuto in grande considerazione nel passato: il legame esistente fra le erbe e i segni zodiacali. Secondo l’astrologia verde il potere delle erbe è subordinato all’influsso delle stelle; le persone nate in periodi diversi dell’anno subiscono l’influenza di erbe differenti, ovvero la stessa erba può influenzare differentemente persone di segni zodiacali diversi. Un’erba può esercitare il suo potere terapeutico su ognuno di noi, ma la sua forza è massima per i nati nel segno a cui quella particolare erba è collegata.
Otto secoli fa, l’alchimista arabo Geber, indicò dodici piante utili per curare i disturbi più frequenti, tanto che le denominò “oro vegetale”. In seguito Paracelso le mise in relazione con i dodici segni zodiacali, attribuendo ad ognuna di esse la virtù di curare alcuni dei disturbi caratteristici del segno. La visione astrologica di Paracelso esprime benissimo il concetto di tema natale, rapportato alla comprensione delle possibili debolezze fisiche del tipo umano nato in un determinato momento dell’anno e quindi tendenzialmente portato a sviluppare alcune malattie, anche se non in maniera assoluta.
Secondo Paracelso i 12 ori vegetali sono da considerarsi le piante principali (alle quali ne vanno aggiunte altre) per la cura delle malattie.
Le relazioni tra segni zodiacali, regno vegetale, distretti corporei, organi e funzioni malattie del corpo, vengono chiamate “melotesie”.



SAGITTARIO
(segno di Fuoco, domicilio diurno di Giove)

CARCIOFO (Cynara scolymus)


È una pianta erbacea perenne, appartenente alla famiglia delle Composite, con un robusto rizoma cilindrico da cui sorgono le foglie basali, disposte a rosetta, e il fusto eretto, semplice o ramificato, che raggiunge l’altezze di un metro. I fiori sono riuniti in capolini molto grandi, con brattee carnose che, in alcune specie, terminano con una spina. In cucina utilizziamo del carciofo quello che è il ricettacolo del fiore, così come le brattee, impropriamente chiamate foglie che vi si attaccano. La parte medicinale è invece la grande foglia dentata che guarnisce lo stelo. Prima che i fiori di colore azzurro violaceo si aprano, le brattee più interne si mangiano come verdura, sia cruda che cotta; crudo è consigliabile soprattutto nella dieta di anemici e rachitici per l’alto contenuto di ferro.

Sconosciuto allo stato spontaneo, in quanto si è probabilmente evoluto da un antenato “addomesticato”, viene coltivato nell’Europa meridionale, nella zona mediterranea, e in America.
Secondo gli studiosi il carciofo è una varietà carduccio (cynara cardunculus) e sarebbe comparso per mutazione nelle colture di questa specie verso l’inizio del XV sec.
Nei tempi antichi era una specie selvatica, dura e assai spinosa, i cui fiorellini viola-azzurri venivano utilizzati per far cagliare il latte e trarne il formaggio. Questa proprietà coagulante lo rendeva un ottimo rimedio per i disturbi del fegato, organo considerato capace di trarre dal sangue la virtù guerriera e il coraggio, per coagularli e concentrarli nel cuore e poi diffonderli nel resto del corpo.
È l’amaro (voce indoeuropea “maruh” = dolce; con la “a” privativa davanti, diviene “a-maruh” = non dolce, da cui il latino “amarus”) che la funzione epatica stimola e ripristina, e di principi amari il carciofo ne è ricco.
L’etimologia del nome Cynara è incerta. Secondo alcuni tale pianta, sarebbe stata presa per la radice della china (non la china cinese), specie vegetale che il grande Plinio, ci dice essere assai ricercata in Egitto, suo luogo d’origine. Secondo altri deriva da Kyon (cane) per la somiglianza delle brattee spinose del bocciolo non ancora aperto con i denti del cane. Il fiore, amarognolo ma gustoso, così ben protetto da spine e contrafforti robusti, ha fatto pensare che la pianta potesse aiutare in particolare chi, pur nascondendosi dietro un aspetto burbero o un atteggiamento arido e scostante, dovuto all’amarezza che si porta dentro, ha comunque un cuore leale e coraggioso. In sostanza, questa pianta è il simbolo dell’amarezza incontrata e accettata, della frustrazione superata; particolarmente indicato quindi per il tipo collerico.
La prima descrizione botanica del carciofo risale al III sec. a.C., ad opera del filosofo Teofrasto, e ad essa si riferì lo scrittore latino Columella (I sec.), a cui si deve il primo trattato di agricoltura dell’antichità. Questi sosteneva che il nome cinàra, poi cambiato in cynara per l’influsso greco, derivasse dall’uso di concimare con la cenere, cioè a cinere, i carciofi. Il termine carciofo deriva invece dall’arabo kharshuf. E proprio agli arabi il carciofo evocava immagini delicate, tanto è vero che un poeta arabo andaluso dell’XII secolo lo definì simile a “una vergine greca nascosta in un velo di spade”. Nel medioevo le ragazze non potevano mangiarlo, era loro proibito in quanto si riteneva che avesse un effetto afrodisiaco. Le prime coltivazioni di carciofo risalgono però al XV secolo, ma a causa del loro costo elevato erano ben pochi coloro che potevano gustarli e tra questi Caterina dei Medici, che rischiò addirittura di morire per averne mangiati troppi.

Il carciofo contiene glucosidi e tannini, flavonoidi, sali di potassio, calcio e magnesio, ed è molto ricco di cinarina, un principio amaro che lo rende particolarmente utile nei disturbi di origine epatica.
È una pianta molto apprezzata anche dall’industria farmaceutica per le sue proprietà: colagoga, coleretica, colecistocinetica, protettrice e regolatrice della funzionalità epatica, tonica, digestiva, disintossicante e diuretica. È noto soprattutto come epatoprotettore, poiché depura e protegge il fegato. Indicato nelle insufficienze epatiche; ittero; ipercolesterolemia; aterosclerosi e segni associati (vertigini, ronzio alle orecchie, cefalee, mosche volanti, sensazioni di dita morte, ecc.), artritismo, affezioni epato-renali, eccesso di urea, gotta, reumatismi.
In erboristeria viene utilizzato sotto forma di tintura, tisana (infuso o decotto), polvere, estratto secco, estratto fluido. Il decotto è adatto anche per impacchi e lavaggi in caso di pelle del viso stanca e impura.
Come coleretico, regolatore del flusso biliare ed epatoprotettore, si rende utile nelle turbe epatobiliari ove può alleviare la sintomatologia. Usato con buoni risultati per l’eccesso di colesterolo (aumenta la produzione di colesterolo HDL nel fegato e l’escrezione a livello biliare). Grazie all’azione epatoprotettrice si verifica inoltre una diminuzione dell’azotemia.
Per la particolare azione stimolante sulla cistifellea, può essere controindicato in presenza di calcoli alla colecisti: l’uso della pianta è sconsigliato in caso di occlusione delle vie biliari, mentre nelle colelitiasi deve essere assunta sotto controllo medico.
Inoltre se ne sconsiglia la somministrazione nelle donne che allattano in quanto sembra che freni la lattazione.

La sua azione a livello sottile favorisce lo scarico della rabbia e delle tensioni che si accumulano nel fegato. Il colore azzurro-violaceo dei suoi fiori, ci fa riflettere sull’urgenza di vivere la nostra sensibilità e di crescere interiormente, ma anche sul nostro bisogno di perdonare prima di tutto noi stessi e tutti coloro che abbiamo incontrato e che non erano come noi avremmo voluto che fossero. In questo senso, ci induce a riflettere su alcuni motivi della rabbia, come l’impazienza e il senso di superiorità che si scontra con i diritti degli altri, e a comprendere la necessità di porsi dei limiti e di rispettare tempi e spazi altrui. Il carciofo ci insegna ad andare al di là delle apparenze, a scoprire la fragilità che si nasconde dietro un comportamento duro o “pungente”, a vivere il rapporto con noi stessi e con gli altri con armonia ed equilibrio, ad avere fede e ad affidarci alla saggezza della vita.


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