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Macrolibrarsi.it presenta: Parole per Emozionare, il Contest su Facebook

di Frederick Leboyer, ed. Sonzogno

Chi non si è, un giorno, interrogato sulla vita?
Chi non si è, una volta, domandato che cos'è?
Domande troppo ambiziose. E senza risposta.
Ma a chi domanda, più modestamente: "Dove comincia la vita? E quando?" C'è una risposta, immediata, semplice quanto evidente: "La vita comincia con la nascita..."
E ogni preoccupazione si dissolve. È un'evidenza? La vita comincia con la nascita... Veramente?
Nel ventre... Nel ventre di sua madre, il bambino non è già vivo? Non si muove? Non c'è dubbio, si muove. Ma, dicono alcuni, è una semplice attività riflessa. Attività riflessa! No!
Noi sappiamo, oggi, che molto prima di essere "venuto alla luce", il bambino la percepisce. E che sente. E che, dal suo oscuro rifugio, tende l'orecchio al mondo.
Sappiamo anche che egli passa dalla veglia al sonno. E che sogna!
Per cui, a far cominciare la vita al momento della nascita, si commette un errore grossolano.
Ma cosa ha inizio, allora, quando il bambino viene al mondo? Che cosa, se non la vita? Ciò che ha inizio è la paura. La paura e il bambino nascono insieme. E non si lasceranno mai.
La paura, compagna segreta, discreta come l'ombra e, come lei, fedele, ostinata. La paura che non ci abbandonerà fino alla tomba dove fedelmente ci avrà condotti.

Ho raccontato questa epopea della nascita (Per una nascita senza violenza, Ed. Bompiani n.d.r).
E questa nascita della paura. Ho mostrato il giovane avventuriero, aggredito appena osa spingersi fuori dal suo rifugio, dai mille mostri che sono le sensazioni del mondo di fuori.
Esse lo aspettano e lo devastano con la loro frastornante novità.
Ho mostrato il giovane eroe prossimo alla resa, distrutto dalla sorpresa e dal terrore più che dalla sofferenza. E ho cercato di mostrare come con un poco di intelligenza e di destrezza, si potessero, qui, cambiare molte cose.
"E dopo?" mi hanno domandato. Cosa succede nei primi giorni, nelle prime settimane?
Le difficoltà, certo, non sono finite. Il bambino incontrerà dei nuovi mostri. Il nostro Argonauta dovrà intraprendere nuove battaglie. Per afferrare bene di che si tratta, ritorniamo, ancora una volta, indietro. Nel ventre della madre, la vita era di una ricchezza infinita. A prescindere dai suoni e dai rumori, tutto era, per il bambino, costantemente in movimento.
Che la madre si alzi e cammini, che si giri o che si chini, che si alzi sulla punta dei piedi, che peli la verdura o usi la scopa, sono altrettante onde, altrettante sensazioni per il bambino. E, anche, che la madre si riposi, che prenda un libro e si segga o che si corichi e si addormenti, la sua respirazione non cessa mai, il cui placido moto, la cui risacca, continua a cullare il bambino.
E poi, passata la tempesta della nascita, ecco il bambino, solo nella sua culla.
O piuttosto, ahimè, in uno di quei piccoli letti che sono gabbie per neonati.
Nulla si muove più! Il deserto. E il silenzio. Il mondo, intorno, è improvvisamente di ghiaccio, fisso, in una totale e terrificante immobilità. E poi, mentre di fuori si è creato un vuoto totale ecco che dentro da qualche parte nel ventre qualcosa afferra torce morde...
"Mamma! Mamma!" Ah, quale terrore! Nel ventre? No è là, nell'ombra. Sì, nel buio c'è una bestia. Sì, sì, una tigre, un leone... "Lo sento! Lo provo! Mamma! Mamma!" Una bestia? Nell'ombra? Pronta ad aggredire il bambino per mangiarlo? Un lupo, forse? Un lupo, in nonna trasformato, che fissa Cappuccetto Rosso mentre si prepara a divorarlo?
Un lupo, allora? E dove? Nel letto? Sotto il letto? Dietro il paravento? Eh, no! Nel ventre! E si chiama la fame. La fame un mostro? La fame è una sensazione piacevole. Non è vero, forse? Che noi vediamo ripresentarsi, diverse volte al giorno, con vera soddisfazione. Sensazione piacevole per noi. Che sappiamo bene che presto mangeremo.
Ma per il bambino? Il povero piccolo, può muoversi? Può avvicinarsi alla dispensa? Può, come al ristorante, chiamare: "Cameriere! Cameriere!"
Lui non smette di gridare! E anche a squarciagola: urla per far capire che dentro... E... non arriva niente! Deve aspettare. E subire. E lasciarsi divorare... dall'ansia. Fino a che, finalmente, dal deserto che è, ora, il mondo di fuori viene qualcosa che calma, infine, il mostro che si è svegliato dentro.
Di fuori, dentro... Ecco il mondo diviso in due. Dentro, la fame. Di fuori, il latte. Lo spazio è nato.
Dentro, la fame. Di fuori, il latte. E, fra i due, l'assenza, l'attesa che è sofferenza indicibile. E che si chiama il tempo.
Ed è così che, semplicemente con l'appetito, sono nati lo spazio e la durata.
Se i piccoli urlano, ogni volta che si svegliano, non è per i morsi della fame. Non muoiono d'inedia. Sono terrorizzati dalla novità della sensazione. Da quel "qualcosa dentro" che prende proporzioni immense proprio perché, di fuori, il mondo è morto. Bisogna nutrire i piccoli. Non vi son dubbi. Non solo il loro ventre, ma anche la loro pelle. E inoltre, in questo oceano di novità, d'ignoto, bisogna fargli riprovare sensazioni passate. Che sole, per ora, possono indurre uno stato di pace, di sicurezza. Questa pelle, questo dorso non hanno dimenticato. Ho raccontato come le prime contrazioni nel seno materno avessero terrorizzato il bambino. Ho detto come, finita la sorpresa, il piccolo avesse cominciato a amare, a invocare quella forza che si impadroniva di lui, che lo premeva. Poi lo lasciava stupefatto e sazio. E come, di settimana in settimana la presa si fosse fatta più appassionata, più potente. Per culminare, finalmente, nel delirio, l'ebbrezza del parto, del travaglio. Sarebbe un grave errore immaginare la nascita come necessariamente dolorosa per il bambino. Non c'è nessuna fatalità del dolore. Né qui né nel parto. Così come "dar la luce" può essere per la donna, liberata dalla paura, un'esperienza esaltante, non paragonabile a nulla, la nascita può essere, per il bambino, la più straordinaria, la più forte, la più profonda delle avventure. Il suo grido, allora, non è che l'appassionata protesta che un piacere così intenso finisca, bruscamente.
Ho detto come, appunto, bisognasse, alla nascita, tenere il bambino, massaggiarlo. Prolungando, così, la sensazione possente, lenta, ritmata. Facendola morire lentamente, si evita la frattura brutale, origine di sofferenza e di rifiuto. Così sembra al bambino che la contrazione lo accompagni alla culla per non lasciarlo che quando si è ben sistemato in questa nuova ed inebriante libertà.
Ciò che si è fatto, al momento della nascita, bisogna ripeterlo ogni giorno, per settimane, per mesi.
Poiché, per lungo tempo ancora, il piccolo, ogni volta che si sveglia, prova lo shock di ritrovare il mondo al contrario: le sensazioni forti "nel" suo ventre, nello stomaco, e "di fuori" più niente! È essenziale ristabilire l'equilibrio. E nutrire il "fuori" con altrettanta cura del "dentro". Per aiutare i piccoli a traversare il deserto dei primi mesi della vita, perché essi non provino più l'angoscia di sentirsi isolati, perduti, bisogna parlare al loro dorso, bisogna parlare alla loro pelle che hanno sete e fame quanto il loro ventre. I piccoli hanno bisogno di latte, sì. Ma più ancora di essere amati, e di ricevere carezze. Sentire...Sentire, col naso, è percepire il mondo al di là di ciò che può raggiungere la mano. Sentire, con le orecchie, è esplorare ancora più lontano. E vedere, ah! vedere... è, con gli occhi, carezzare l'universo a migliaia di leghe di distanza. Ogni senso ci dice il mondo. Il suo mondo. E la fusione avviene. Ogni senso spinge le frontiere un po' più lontano, rendendo l'universo più vasto, più vario e più ricco. Ma toccare: è da lì che, molto semplicemente, tutto è cominciato. Se ne ricorda il linguaggio, che sa tante cose: "È toccante... Davvero, amico mio, la tua attenzione mi tocca, mi tocca molto..." Nel bambino piccolo, la pelle viene prima di ogni altra cosa. È il primo senso. È lei che sa. Nel neonato, come si infiamma facilmente! Rossori, eritemi, foruncoli... Microbi? Infezioni? No, no. Toccato male. Retto male. Che si regge male. Portato male. Mal guidato. Male amato. Ah, sì, questa pelle, bisogna prenderne cura, nutrirla. Con amore. Non con le creme. Essere portati, cullati, carezzati, essere tenuti, massaggiati, sono tutti nutrimenti per i bambini piccoli, indispensabili, come le vitamine, i sali minerali e le proteine, se non di più. Se viene privato di tutto questo e dell'odore, del calore e della voce che conosce bene, il bambino, anche se gonfio di latte, si lascerà morire di fame.



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