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Salute
La prevenzione? Quasi una malattia
di Daniela Mattalia
Intervista: Gli screening di massa sono,
in larga parte, una nevrosi collettiva. Che non
salvano la vita. Lo afferma il libro di uno statistico
sanitario.
Aggiungerei che la prevenzione è una fabbrica
della paura che aumenta la possibilità
che la persona si prenda una malattia… rl
È quasi una parola magica: prevenzione.
Già solo a pronunciarla evoca un senso
di tranquillità. Del resto non è
forse vero che prevenire è meglio che curare?
Che facendo i test per la diagnosi precoce dei
tumori, che monitorando colesterolo, trigliceridi,
pressione e quant'altro, si allontana il rischio
di ammalarsi?
Che le cose, in realtà, stiano in altri
termini lo dimostra, cifre alla mano, il saggio
dello statistico Roberto Volpi, il quale da oltre
30 anni opera in ambito sanitario. Il suo libro
L'amara medicina (Mondadori) ha due sottotitoli
eloquenti: «perché il sistema della
prevenzione non funziona», «come la
sanità italiana ha sbagliato strada».
Gli screening di massa, sostiene Volpi, sono uno
spreco di tempo e di risorse. E non garantiscono
la salute.
Cosa l'ha spinta a partire, lancia in
resta, in una battaglia antiprevenzione?
Mi sono imbarcato in quest'impresa, dopo anni
passati a interpretare dati, perché oggi
il problema appare in tutta la sua intensità,
anche culturale.
La prevenzione è un problema?
Sì, e lo dimostrano le cifre: tanto più
viene organizzata in modo indistinto, tutti a
fare test per la diagnosi precoce dei tumori o
di altre malattie, tanto meno risulta efficace.
E che cosa dimostrano le cifre?
Prendiamo i tumori, il bersaglio cardine della
medicina preventiva.
È vero che la sopravvivenza a 5 anni dalla
diagnosi è cresciuta, ma la contabilità
delle vittime non ha avuto alcuna flessione. Nel
biennio 1980-82 i morti per tumore erano il 23
per cento del totale dei morti, oggi sono oltre
il 30 per cento.
Significa una media annua di 40 mila decessi per
cancro in più, in Italia, negli ultimi
20 anni.
Sta dicendo che non serve farsi controllare
con regolarità?
Sto dicendo che le campagne di screening per tutti
non sono la soluzione.
Supponiamo che nella popolazione adulta ci sia
un'incidenza dell'1 per cento di un certo tipo
di tumore. Per individuare quell'unica persona,
dovremmo avere un metodo diagnostico che non esponga
a errori. Non solo l'esame in sé, ma anche
come viene letto, interpretato, visto da altri
occhi.
E invece?
Invece che cosa succede, per esempio,
per la mammografia?
Cito un rapporto dell'Osservatorio nazionale screening:
su 1.000 donne che l'hanno fatta, 88 vengono richiamate
per ulteriori controlli, ossia per sospetto tumori.
Ma poi quelli presumibilmente identificati sono
6-7 ogni 1.000 donne. Intanto tutte hanno dovuto
fare test ansiogeni e invasivi, come prelievi
e biopsie.
Però in quei 6-7 casi, il tumore
è stato individuato.
Non è nemmeno detto. Fra le donne positive
ai test e che poi affrontano la terapia chirurgica,
340 su 1.000 hanno una lesione benigna. Perché,
per ammissione stessa di chi segue gli screening,
non sempre i medici sono preparati, le procedure
diagnostiche sono eseguite in modo molto diversificato
anche a pochi chilometri di distanza, con dislivelli
nei risultati.
Ma il messaggio non può essere:
non fate nulla perché tanto non serve.
Ovvio che no. Quello che va detto, però,
è che questa riconversione della sanità
verso la prevenzione a tutto campo non si basa
su elementi di fatto, quanto piuttosto su convenienze
della medicina. Spingendo tutti a controllarsi,
si gonfia la spesa sanitaria, si creano liste
di attesa, si producono falsi positivi che richiedono
altri esami. Una nevrosi collettiva nello sforzo
di fare lo slalom tra un rischio e l'altro.
C'è un modo alternativo, più
efficace, di organizzare la prevenzione?
La popolazione da esaminare, che si tratti di
tumori, di malattie cardiocircolatorie o altro,
va selezionata tenendo conto di un rischio concreto,
non teorico. Solo così il metodo diagnostico
può sbagliare meno.
Il ruolo chiave dovrebbero averlo i medici di
base, che conoscono i pazienti, l'anamnesi. Ma
ormai non prendono decisioni se non hanno esami
in mano.
Si guardi quello che succede in pediatria. Abbiamo
oltre 7 mila pediatri di base.
Non va bene?
Andrebbe bene se facessero da filtro. Invece,
ecco il paradosso: siamo l'unico paese ad avere
i pediatri di base, ma abbiamo anche il maggior
numero di ricoveri infantili e di accessi ai pronto
soccorso.
La dimostrazione che più si medicalizza
il sistema, più si crea questo effetto
di ricerca spasmodica della salute.
Forse è anche una reazione a un
ambiente dove, così ci dicono, il rischio
è ovunque: cibi poco sani, vita sedentaria,
città inquinate...
Sulle città la fermo subito. Anche qui
i dati sfatano qualche luogo comune. Per esempio
che si viva di più nelle campagne, lontano
da traffico e smog. È spesso il contrario.
L'analisi dei dati mostra che il livello di mortalità
è minore nelle città, anche quelle
grandi, che in campagna. Non solo: nella provincia
di Sondrio, poco industriale e poco inquinata,
si vive in media 4 anni meno che in quella di
Firenze.
Un'enormità. Forse la metropoli
aiuta la longevità. C'è più
vita, più opportunità di realizzare
progetti, di avere un lavoro appagante, di sentirsi
al centro di processi creativi, di divertirsi.
Leggere un libro, andare al cinema, non fa bene
alla salute?
I rischi non spiegano tutto. E accanto
all'epidemiologia del rischio dovrebbe nascere
anche un'epidemiologia dei vantaggi.
Fonte: http://www.newmediaexplorer.org/rinaldo_lampis/
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