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Psico-racconti
Il Maestro
di Roberta Pedicino
26/05/08
Prima
parte
Terza
parte
Quarta
parte
Seconda parte: I sogni
Condizione necessaria per accedere
al suo insegnamento era sottoporgli dei sogni
scritti.
Ale aveva sempre fatto attenzione a ciò
che sognava anche se tendeva a dare una spiegazione
psicanalitica un po’ superficiale fatta
di cose lette e orecchiate qua e là e pensò
che un insegnamento di questo tipo potesse colmare
una lacuna e darle degli strumenti per aiutarla
a trovare ciò che cercava.
Chiese alla sua amica di consegnare a Xavier una
serie di sogni che negli ultimi sei mesi erano
stati particolarmente simbolici rispetto al solito.
Glieli diede e non ci pensò più.
Qualcosa nel profondo la spaventava, qualcosa
le diceva che una volta entrata avrebbe dovuto
cominciare a fare davvero sul serio. Forse nell’intimo
una parte di lei sperava che quei sogni non bastassero
per accedere alla sua scuola. Eccone alcuni.
La
grotta
Ale sognò di trovarsi in un bar affollato
pieno di gente di tutti i tipi che parlava forte,
seduti ai tavolini o accalcati al bancone. Decise
di andarsene per allontanarsi da quella confusione.
Fuori da lì camminò a lungo in un
luogo sconosciuto in evidente stato di abbandono:
terreno incolto pieno di erbacce, muri scrostati,
pezzi di macchine rotte e copertoni. Proseguendo,
il paesaggio era sempre più brullo: rocce
umide, terra nera, odore di degrado, resti di
vecchi accampamenti abbandonati. Arrivò
in un punto dove le rocce erano più alte,
scostò delle lamiere appoggiate alla pietra
sapendo che lì dietro ci sarebbe stata
un’uscita da quel luogo, doveva esserci
il mare. Si ritrovò infatti dentro un’altissima
ed enorme grotta aperta sul mare. Cominciò
a camminare con lo sguardo dritto all’orizzonte
e non fece caso ai suoi piedi che calpestavano
nera e viscida fanghiglia. Il mare e il cielo
di un azzurro rasserenante la attraevano fortemente,
era quello il posto che cercava, era quello il
luogo che doveva raggiungere… ma ecco che
all’improvviso sentì il vuoto sotto
i suoi piedi e in un istante precipitò
giù risucchiata in un liquido nero e bollente.
Una tremenda vertigine e la consapevolezza della
fine imminente la travolse, era totalmente inerme
e incapace di poter risalire con le sue sole forze,
un impeto violento e potentissimo la stava attirando
giù, sempre più giù. Ma nei
sogni tutto è possibile e Ale riuscì
a fare marcia indietro e nell’istante dopo
aver provato la più grande delle paure
umane, quella della certezza della morte, si ritrovò
di nuovo dentro la grotta, a un attimo prima di
cadere, a un passo dall’abisso, ma ora con
la nuova consapevolezza che oltre quel limite
ancora non poteva e non doveva andare. Aveva rischiato
di morire ed era sola… nessuno sarebbe venuta
a cercarla in quel luogo. Bagnò nell’acqua
fangosa solo la punta del piede che divenne color
nero pece e poi andò a sdraiarsi accanto
ad una parete della grotta. Rimase lì alcune
ore a godere di quella pace, perse la cognizione
del tempo e cadde in profonda meditazione. Al
suo ritorno nel locale trovò Max ad aspettarla,
prima non c’era e lei fu felice di ritrovare
il suo compagno. Fu l’unico a guardarla
in modo diverso e a sorriderle complice, l’unico
ad aver capito cosa aveva provato e il rischio
che aveva corso.
Gli “Epuri”
In un altro sogno Ale si trovò in una grande
hall di un albergo di lusso, soffitti alti e decorati,
grandi tendaggi rosso porpora, rosse anche le
guide di moquette sui pavimenti di marmo, preziosi
lampadari di cristallo e oro, tanta luce e tanto
rosso e oro, andirivieni di camerieri e inservienti
con uniformi impeccabili. Il tutto dava l’impressione
di un ambiente di lusso e molto affidabile in
cui sentirsi al sicuro e ben accolti. Uno di loro
le indicò la direzione verso cui doveva
proseguire: la sala da pranzo. Ale entrò
e si trovò di fronte a tavole imbandite
piene di cibi di tutti i tipi, tutto qui era bianco,
tovaglie raffinate, muri con stucchi, marmi bianchi
e soprattutto ogni ben di dio presentato ad arte
dagli chef. Tante persone mangiavano in piedi
o sedute, ma Ale esitò e preferì
non mangiare, non voleva fermarsi; dietro una
tenda che incorniciava un ampio passaggio verso
altri ambienti Ale vide un altro cameriere che
la chiamò e le fece cenno di proseguire
da quella parte. Ale continuò il suo viaggio
all’interno di quei luoghi passando attraverso
stanze, corridoi, scale e più andava avanti
e più il lusso cedeva il posto all’austerità,
i colori brillanti, rosso, oro, bianco sparivano
e tutto diventava più grigio, la luce era
sempre più cupa e lo stile sempre più
modesto e scarno. Sembrava ci fosse sempre qualcuno
dietro un muro o al di là di una scala
a farle segno e dirle esattamente dove andare,
le pareva una caccia al tesoro, una ricerca nell’assoluta
ignoranza di quale fosse l’obiettivo, un
andare avanti spinta da una guida invisibile che
alla fine di tutto la portò ad incontrare
un gruppo di persone che, come le altre, le fecero
cenno di seguirla.
Ma a questo punto Ale prese improvvisamente coscienza,
cominciò a stufarsi di essere passiva e
volle assolutamente saperne di più; si
avvicinò a quelle persone chiedendo che
le spiegassero qualcosa. Si sedettero tutti su
una scala, soffitti alti, muri grigi e poca luce,
al di là della scala c’era il passaggio
successivo che Ale avrebbe dovuto varcare…
si accorse che erano tutte donne, più o
meno sue coetanee, più o meno simili a
lei, ma anche molto diverse, le sembrava di conoscerle,
come se fossero state sue vecchie amiche o compagne
di scuola, tra loro si sentiva a suo agio. In
quel momento le interessava di più ascoltarle
che proseguire il percorso alla cieca, loro le
avrebbero spiegato, forse erano loro che lei cercava.
Si rivolse a quella che sembrava rappresentarle
tutte e le chiese: “Perché devo fare
questo cammino? Cos’è che mi fa scegliere
una stanza invece di un’altra, che mi fa
attraversare un passaggio o una porta o percorrere
un corridoio, invece di scegliere un altro passaggio,
un’altra porta un altro corridoio? Sento
di non essere più io a scegliere ma come
di seguire un tracciato già stabilito,
come se sapessi dove andare senza in realtà
saperlo, seguendo un invisibile filo sistemato
per me chissà da chi o da che cosa…
comincio a sentirmi un burattino, e non poter
più decidere nulla e non riesco a darmene
una spiegazione.”
La ragazza ascoltò con attenzione le sue
parole e le rispose dicendole: “Siamo noi
che ti guidiamo, siamo stati noi finora a determinare
il tuo cammino e a darti dei segni che tu avresti
riconosciuto e seguito perché noi siamo
gli “Epuri” e il nostro compito e
di farti uscire dalle tenebre”.
Il viaggio
Ale e il suo compagno Max si trovavano in America
sulla West Coast e seguivano un Maestro che li
stava preparando a compiere un viaggio; aveva
i lineamenti orientali e la testa rasata, era
vestito con una tunica grigia ed era di pochissime
parole. Loro lo capivano senza che lui parlasse,
avevano totale fiducia in lui e non si permettevano
di mettere in discussione mai le sue parole perché
lui era il Maestro. Lui disse che se volevano
erano pronti per intraprendere il viaggio verso
est e diede ad Ale cinque spessi fili di rame
che lei prese con la mano destra. Poi le porse
una catena d’ottone che aveva alle due estremità
due anelli più grossi, come due maniglie,
alle quali lei e Max dovevano tenersi aggrappati
per rimanere uniti. I cinque fili di rame erano
il motore, l’energia che avrebbe permesso
loro di volare… ma Ale si sentì insicura,
un senso di paura la pervase e Max prese in mano
la situazione, le strappò di mano i fili
di rame e disse “guido io!”. Improvvisamente
cominciò il viaggio e si ritrovarono a
volare trascinati a velocità umanamente
impensabile, letteralmente scagliati in un’altra
dimensione buia e vuota dove solo esistevano i
loro corpi uniti dalla catena e il rumore dello
sventolare delle loro tuniche. La sensazione del
volo era stupenda, un misto di leggerezza, vertigine,
abbandono che non aveva mai provato. Improvvisamente
Max decide però di interrompere il viaggio,
in pochissimi secondi avevano raggiunto New York
e Ale le chiese perché fermarsi così
presto quando invece avrebbero potuto andare ancora
più a Est. Lui le rispose che era meglio
fare una cosa alla volta, secondo lui non erano
ancora pronti per arrivare fino alla fine del
viaggio e che avevano ancora bisogno del Maestro.
Si ritrovarono infatti in uno strano posto, simile
a delle catacombe, illuminato da torce, una dolce
luce soffusa rendeva l’ambiente chiaro ma
non accecante. Lì ritrovarono il loro Maestro
e nuove persone che adesso lo seguivano. La cosa
strana era che Ale si rese conto che tutto quello
che era successo prima lo ricordava solo lei,
Max aveva dimenticato tutto del loro viaggio per
arrivare fin lì ed era come se si fossero
incontrati solo ora a New York. Il Maestro ripropose
l’esperimento di continuare il viaggio e
di poter finalmente concludere ciò che
avevano iniziato. C’erano tante persone
che volevano partire e tutti ascoltavano gli insegnamenti
del Maestro prima di andare, ma molti, in fila
a due a due, man mano rinunciarono e un po’
timorosi si spostarono in fondo alla fila. Quando
giunse il loro turno anche Max decise di rinunciare,
non per paura come gli altri ma consapevole della
sua scelta di voler aspettare. Ora era Ale a dover
decidere ma rinunciò anche lei perché
sapeva che partire da sola era molto più
pericoloso.
Gli smeraldi
Ale percorreva una strada di un paese con case
basse dai muri chiari che riflettevano tanta luce.
C’era tanto sole e i banchi di un mercato
dove si vendevano stoffe e vestiti. Camminava
di fretta perché doveva andare alla stazione
a prendere un treno per la capitale. Aveva paura
di essere in ritardo e chiedeva a tutti quelli
che incontrava se sapevano dirle se il treno era
già passato, ma riceveva sempre risposte
vaghe. Ad un certo punto incontra un uomo giovane
vestito di lino chiaro che le dice di aver perso
il suo smeraldo e le chiede se lo aiuta a cercarlo.
Ale accetta dimenticando il suo treno. Cercano
per terra tra i banchi ed è lui a ritrovarlo
in un angolo del marciapiede e lo porge ad Ale
per farglielo vedere. Più che uno smeraldo
sembra un pezzo di vetro tondeggiante, verdastro
e molto grezzo. Lui la ringrazia per averlo aiutato
e se ne va.
Continua a camminare per giungere alla stazione
ma incontra subito un secondo uomo, simile al
primo fisicamente e nell’abbigliamento ma
più interessante. Anche lui le dice la
stessa cosa e cioè che ha perso il suo
smeraldo e se lo aiuta a cercarlo. La somiglianza
dei due eventi la mette un po’ in guardia,
Ale pensa anche che forse il primo uomo potrebbe
aver trovato lo smeraldo del secondo ma nonostante
i suoi dubbi si mette a cercare insieme a lui.
Anche il secondo uomo trova il suo smeraldo: era
semiavvolto in una stoffa bianca e morbida su
uno dei banchi del mercato (sembrava la garza
di cotone usata per i turbanti). Anche lui ringrazia
Ale per averlo aiutato e le fa vedere il suo smeraldo:
assomigliava a un pezzo di vetro rotondo e trasparente,
più liscio e lucido del precedente, con
una parte piatta sulla cui sommità era
incastrata una pietra fossile a forma di cappello
di fungo. Inglobati nell’interno del vetro
c’erano dei microscopici animali marini
preistorici, per lo più crostacei. Ale
rimane affascinata e dice all’uomo: “È
bellissimo! ...e ha il mare dentro!” Lui
sorridendo le dice che quello che lui chiama smeraldo
è in realtà solo la parte fossile
in cima. E mentre parla arriva all’improvviso
un terzo uomo. È molto simile agli altri
due per l’aspetto e l’atteggiamento
ma è più scuro di pelle, sembra
nordafricano ed è sicuramente il più
attraente. Chiaramente ha perso anche lui il suo
smeraldo, anche lui le chiede di aiutarlo a ritrovarlo
e anche lui lo ritrova da sé e nello stesso
posto in cui lo aveva ritrovato il secondo uomo.
Ale è sempre più colpita dalla sincronia
degli eventi ed esprime il dubbio che i tre uomini
si siano potuti scambiare gli smeraldi per errore.
Il terzo uomo le risponde: - “Questo non
è possibile perché ognuno di noi
sa riconoscere il suo.” - Il secondo uomo
annuiva sorridendo alle parole dell’altro
ed insieme ad Ale era curioso di scoprire com’era
fatto il terzo smeraldo. Tutti e tre insieme si
mettono a guardarlo: la forma era molto simile
a quella del secondo, con lo stesso fossile sulla
sommità, ma la parte trasparente sembrava
più pura e di una qualità bellissima,
inoltre non aveva il “mare dentro”.
Ale gli chiede come mai e lui le risponde: - “Il
vero smeraldo è la sommità fossile.”
- E lei: - “Ma allora sono uguali!”
- E lui le dice: - “No, perché questo
suona… senti?” - e colpendo forte
con l’unghia il bordo del fossile fa sentire
il suo suono limpido e armonioso come quello di
un cristallo purissimo.
******************************************
Xavier lesse questi e altri sogni di Ale e la
accettò alle sue lezioni, ma la sera in
cui sarebbe dovuta andare, forse un venerdì,
uno dei suoi terribili mal di testa le fece passare
completamente la voglia di uscire di casa e di
tornare troppo tardi. Telefonò alla sua
amica e le disse che per il momento rinunciava
ad andare. La sentì ridere di stupore come
se le stesse dicendo chissà quale assurdità.
La resistenza ad andare in fondo usciva fuori
anche dai suoi sogni, anche se lei ancora non
ne era del tutto consapevole.
Ale passò un periodo piuttosto buio, anche
il lavoro non andava e le sue giornate erano sempre
più lunghe e tediose. Pian piano la noia
diventò nichilismo e le angosce fobie.
Arrivava a fantasticare di poter restare chiusa
in un bocciolo di un fiore senza sbocciare mai,
protetta dai petali, e appassire con loro, senza
vedere mai la luce di un mondo stridente e pericoloso…
senza doversi mai muovere e lasciando che una
breve vita le scivolasse addosso come una carezza;
senza essere chiamata a prove o ad esami, senza
dover mai rendere conto a nessuno di nulla, neanche
la sua esistenza, senza esistere nemmeno…
essere solo un pensiero di quel fiore e tale rimanere.
fine seconda parte
Prima
parte
Terza
parte
Quarta
parte
NB: ogni riferimento a fatti e persone è
puramente casuale e il contenuto del racconto
è frutto di fantasia.
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