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Riflessioni
Un viaggio tra l'arte nomade
Sotto il nome di zingaro
di
Alessandro Sandorfi
foto di Alessandro Serranò
Il
24 e il 25 maggio di ogni anno Saintes Maries
de la Mer, città francese della Camargue
a pochi chilometri da Marsiglia, si tinge di colori,
si anima al ritmo incalzante della musica tzigana,
si popola di anime diverse provenienti da ogni
parte d'Europa per onorare Santa Sara, o come
preferiscono chiamarla gli zingari: Sara-la-Kali,
o Sara la nera gitana la cui santità non
fu mai riconosciuta dalla Chiesa di Roma. È
un raduno che si tiene dal 1946 ed è lo
spettro di tutte le paure recondite di ogni cittadino
occidentale: l'apparizione di migliaia di Rom,
Sinti, Gitanos, Manouches che arrivano da tutta
Europa e che "armati" di chitarre, violini,
armoniche festeggiano per due giorni e due notti
la loro santa protettrice, che forse ha poco di
santo e molto di profano. Ma la cultura gitana,
anzi zingara, come sottolinea lo scrittore Guido
Ceronetti in un suo recente articolo su "Domenica"
de Il Sole 24 Ore, è improvvisazione, contaminazione,
gioia e dolore. Lo scrittore e giornalista torinese
chiede a gran voce di tornare a chiamarli zingari.
Rom, che letteralmente significa uomo (al singolare)
è una stortura giornalistica che ha preso
il posto del millenario buonsenso popolare che
continua a chiamarli innocentemente zingari, tzigani,
gipsies, cingariie, atzigàni, zigeuner:
ovvero, provenienti dall'Egitto. La festa di Santa
Sara non è l'unico esempio di perfetta
integrazione in Europa tra nomadi e gagè
(nome che gli zingari attribuiscono a coloro che
non fanno parte di nessuna etnia).
Le
recenti aperture ad Est, i conflitti bellici,
gli esodi di massa, hanno avvicinato i popoli
più di quanto non sia accaduto in secoli
e secoli di storia. Per forza di cose ci si è
trovati a confrontarci con le più remote
culture e anche il mondo dell'arte ha subito influenze
e cambiamenti radicali con conseguenze ancora
imprevedibili dovuto al continuo mutare dei confini
e delle migrazioni. Nel mondo dell'arte contemporanea,
il primo ad accorgersi di una vera e propria rivoluzione
in atto nel mondo balcanico fu il critico Harald
Szeemann che tracciò una mappa piuttosto
esaustiva del mondo artistico "al di là
del mare" con la mostra "Blood &
Honey: Future's in the Balkans". Insieme
a nomi già noti del mondo dell'arte contemporanea
balcanica come Marina Abramovic, Adrian Paci,
Rasa Todosijevic, cominciarono a circolare nomi
di artisti più giovani come Maja Bajevic
e Sislej Xhafa artista albanese, oggi conosciuto
in tutto il mondo. Nel 2007 è la volta
di una importante mostra organizzata a Roma da
Ludovico Pratesi e Dobrila Denegai presso il Complesso
di San Michele a Ripa. "InBetweeness. Balcani:
metafora di cambiamento", è stato
il titolo della mostra romana, che ha visto come
protagonisti assoluti i giovanissimi artisti del
Sud est europeo che hanno rappresentato attraverso
l'arte, storie complesse, etnie e religioni diverse,
ciò che in definitiva non è mai
stato unito ma che ha trovato un terreno comune
nell'arte contemporanea.
La vera e definitiva consacrazione del mondo gitano
è avvenuta alla Biennale di Venezia del
2007 con la mostra Paradise Lost con l'allestimento
di un vero e proprio padiglione Rom. Se fino ad
allora si era abituati a considerare il mondo
balcanico una fucina di talenti emergenti, mai
si era giunti a voler evidenziare in modo così
delineato il mondo artistico gitano. Il dato rivoluzionario
della mostra è stato lo scardinamento dell'intero
sistema espositivo. È consuetudine che
ogni paese presente alla Biennale di Venezia venga
rappresentato su base nazionale nei famosi padiglioni
che animano la kermesse artistica. Per la comunità
Rom, che tradizionalmente viene definita nomade,
senza basi precise, fu presa una decisione storica
appoggiata dall'allora Ministro italiano per le
Politiche Europee Emma Bonino. Un intero padiglione
dedicato ad una comunità transnazionale,
con una "identità flessibile"
che supera i confini geografici, formata da una
pluralità di lingue, religioni e riferimenti
sociali, non era mai accaduto prima nel mondo
dell'arte. Gli organizzatori si trovarono in grande
difficoltà soprattutto per la diversità
di lingue presenti all'interno del padiglione.
Perfino gli artisti, dovettero comunicare fra
loro in inglese per via della diversità
dei dialetti. I lavori esposti rappresentavano
un unico grande dilemma: quello di essere parte
di una minoranza etnica estremamente complessa
e variegata. Il video di una artista rappresentava
per esempio una giovane donna ungherese rispondere
alla domanda: "i rom ti creano problemi?".
"Solo uno" afferma la ragazza "esistono!".
La consapevolezza da parte degli artisti gitani
di rappresentare un problema per la comunità
è stato uno dei fili conduttori di tutta
la rassegna, nella quale tuttavia sono emersi
alcuni dei caratteri fondanti della comunità
Rom: eterogeneità e libertà di espressione.
La critica trovatasi piuttosto spiazzata dalla
novità dei contenuti artistici assolutamente
inediti, ha commentato la mostra come una sequenza
di orrori kitsch. Altri invece si sono interrogati
sul significato complesso dell'arte Rom, mai rappresentata
fino ad allora. In ogni caso un tentativo ben
riuscito di uscire dai soliti stereotipi.
Chi si è occupato da vicino del mondo nomade
nei suoi molteplici aspetti con una chiara matrice
contemporanea è stato il gruppo artistico
Stalker. Un vero e proprio laboratorio sul complesso
universo Rom. Il gruppo nasce nel 1990 durante
l'occupazione universitaria della "Pantera"
e si sviluppa come un vero e proprio laboratorio
di arte urbana compiendo ricerche sui e nei luoghi
marginali della città. Un primo viaggio
attraverso quelle zone inesplorate della periferia
urbana, dal Casilino, ai sottoponti fino alle
nascenti baraccopoli romane. Nel 1995 il gruppo
prende il nome di Stalker e compie il suo primo
vero progetto dal titolo Stalker Attraverso i
Territori Attuali. Un percorso a piedi di cinque
giorni intorno alla città di Roma alla
ricerca di spazi interstiziali e soprattutto di
contaminazione. Nel 1999 Stalker partecipa all'occupazione
di un edificio all'interno del Campo Boario con
la comunità Curda, dando vita a dei veri
e propri happening, workshop e tavole rotonde
per sensibilizzare la gente ai problemi delle
minoranze. Nel 2002 comincia un vero e proprio
percorso legato al nomadismo e alla realtà
Rom. Osservatorio nomade, questo il nome dell'ultimo
progetto, una rete interdisciplinare di ricercatori
e artisti che realizza Immaginare Corviale e Egnatia
a parth of displaced memories. Alla prossima Quadriennale
di Roma, che inaugurerà il 18 giugno al
Palazzo delle Esposizioni, parteciperanno con
un progetto basato esclusivamente sulla realtà
Rom ponendo interrogativi di grande attualità.
Un lavoro che sicuramente farà discutere
visti gli ultimi terribili fatti di cronaca accaduti
nei campi nomadi di Ponticelli a Napoli e le prese
di posizioni del nuovo governo in materia di immigrazione.
Fonte: http://www.rivistaonline.com
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viaggio tra l'arte nomade. Sotto il nome di zingaro
di Alessandro Sandorfi
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