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Il 24 e il 25 maggio di ogni anno Saintes Maries de la Mer, città francese della Camargue a pochi chilometri da Marsiglia, si tinge di colori, si anima al ritmo incalzante della musica tzigana, si popola di anime diverse provenienti da ogni parte d'Europa per onorare Santa Sara, o come preferiscono chiamarla gli zingari: Sara-la-Kali, o Sara la nera gitana la cui santità non fu mai riconosciuta dalla Chiesa di Roma. È un raduno che si tiene dal 1946 ed è lo spettro di tutte le paure recondite di ogni cittadino occidentale: l'apparizione di migliaia di Rom, Sinti, Gitanos, Manouches che arrivano da tutta Europa e che "armati" di chitarre, violini, armoniche festeggiano per due giorni e due notti la loro santa protettrice, che forse ha poco di santo e molto di profano. Ma la cultura gitana, anzi zingara, come sottolinea lo scrittore Guido Ceronetti in un suo recente articolo su "Domenica" de Il Sole 24 Ore, è improvvisazione, contaminazione, gioia e dolore. Lo scrittore e giornalista torinese chiede a gran voce di tornare a chiamarli zingari. Rom, che letteralmente significa uomo (al singolare) è una stortura giornalistica che ha preso il posto del millenario buonsenso popolare che continua a chiamarli innocentemente zingari, tzigani, gipsies, cingariie, atzigàni, zigeuner: ovvero, provenienti dall'Egitto. La festa di Santa Sara non è l'unico esempio di perfetta integrazione in Europa tra nomadi e gagè (nome che gli zingari attribuiscono a coloro che non fanno parte di nessuna etnia).

Le recenti aperture ad Est, i conflitti bellici, gli esodi di massa, hanno avvicinato i popoli più di quanto non sia accaduto in secoli e secoli di storia. Per forza di cose ci si è trovati a confrontarci con le più remote culture e anche il mondo dell'arte ha subito influenze e cambiamenti radicali con conseguenze ancora imprevedibili dovuto al continuo mutare dei confini e delle migrazioni. Nel mondo dell'arte contemporanea, il primo ad accorgersi di una vera e propria rivoluzione in atto nel mondo balcanico fu il critico Harald Szeemann che tracciò una mappa piuttosto esaustiva del mondo artistico "al di là del mare" con la mostra "Blood & Honey: Future's in the Balkans". Insieme a nomi già noti del mondo dell'arte contemporanea balcanica come Marina Abramovic, Adrian Paci, Rasa Todosijevic, cominciarono a circolare nomi di artisti più giovani come Maja Bajevic e Sislej Xhafa artista albanese, oggi conosciuto in tutto il mondo. Nel 2007 è la volta di una importante mostra organizzata a Roma da Ludovico Pratesi e Dobrila Denegai presso il Complesso di San Michele a Ripa. "InBetweeness. Balcani: metafora di cambiamento", è stato il titolo della mostra romana, che ha visto come protagonisti assoluti i giovanissimi artisti del Sud est europeo che hanno rappresentato attraverso l'arte, storie complesse, etnie e religioni diverse, ciò che in definitiva non è mai stato unito ma che ha trovato un terreno comune nell'arte contemporanea.

La vera e definitiva consacrazione del mondo gitano è avvenuta alla Biennale di Venezia del 2007 con la mostra Paradise Lost con l'allestimento di un vero e proprio padiglione Rom. Se fino ad allora si era abituati a considerare il mondo balcanico una fucina di talenti emergenti, mai si era giunti a voler evidenziare in modo così delineato il mondo artistico gitano. Il dato rivoluzionario della mostra è stato lo scardinamento dell'intero sistema espositivo. È consuetudine che ogni paese presente alla Biennale di Venezia venga rappresentato su base nazionale nei famosi padiglioni che animano la kermesse artistica. Per la comunità Rom, che tradizionalmente viene definita nomade, senza basi precise, fu presa una decisione storica appoggiata dall'allora Ministro italiano per le Politiche Europee Emma Bonino. Un intero padiglione dedicato ad una comunità transnazionale, con una "identità flessibile" che supera i confini geografici, formata da una pluralità di lingue, religioni e riferimenti sociali, non era mai accaduto prima nel mondo dell'arte. Gli organizzatori si trovarono in grande difficoltà soprattutto per la diversità di lingue presenti all'interno del padiglione. Perfino gli artisti, dovettero comunicare fra loro in inglese per via della diversità dei dialetti. I lavori esposti rappresentavano un unico grande dilemma: quello di essere parte di una minoranza etnica estremamente complessa e variegata. Il video di una artista rappresentava per esempio una giovane donna ungherese rispondere alla domanda: "i rom ti creano problemi?". "Solo uno" afferma la ragazza "esistono!".

La consapevolezza da parte degli artisti gitani di rappresentare un problema per la comunità è stato uno dei fili conduttori di tutta la rassegna, nella quale tuttavia sono emersi alcuni dei caratteri fondanti della comunità Rom: eterogeneità e libertà di espressione. La critica trovatasi piuttosto spiazzata dalla novità dei contenuti artistici assolutamente inediti, ha commentato la mostra come una sequenza di orrori kitsch. Altri invece si sono interrogati sul significato complesso dell'arte Rom, mai rappresentata fino ad allora. In ogni caso un tentativo ben riuscito di uscire dai soliti stereotipi.

Chi si è occupato da vicino del mondo nomade nei suoi molteplici aspetti con una chiara matrice contemporanea è stato il gruppo artistico Stalker. Un vero e proprio laboratorio sul complesso universo Rom. Il gruppo nasce nel 1990 durante l'occupazione universitaria della "Pantera" e si sviluppa come un vero e proprio laboratorio di arte urbana compiendo ricerche sui e nei luoghi marginali della città. Un primo viaggio attraverso quelle zone inesplorate della periferia urbana, dal Casilino, ai sottoponti fino alle nascenti baraccopoli romane. Nel 1995 il gruppo prende il nome di Stalker e compie il suo primo vero progetto dal titolo Stalker Attraverso i Territori Attuali. Un percorso a piedi di cinque giorni intorno alla città di Roma alla ricerca di spazi interstiziali e soprattutto di contaminazione. Nel 1999 Stalker partecipa all'occupazione di un edificio all'interno del Campo Boario con la comunità Curda, dando vita a dei veri e propri happening, workshop e tavole rotonde per sensibilizzare la gente ai problemi delle minoranze. Nel 2002 comincia un vero e proprio percorso legato al nomadismo e alla realtà Rom. Osservatorio nomade, questo il nome dell'ultimo progetto, una rete interdisciplinare di ricercatori e artisti che realizza Immaginare Corviale e Egnatia a parth of displaced memories. Alla prossima Quadriennale di Roma, che inaugurerà il 18 giugno al Palazzo delle Esposizioni, parteciperanno con un progetto basato esclusivamente sulla realtà Rom ponendo interrogativi di grande attualità. Un lavoro che sicuramente farà discutere visti gli ultimi terribili fatti di cronaca accaduti nei campi nomadi di Ponticelli a Napoli e le prese di posizioni del nuovo governo in materia di immigrazione.

Fonte: http://www.rivistaonline.com


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Ricerca in psicologia clinica: Emisfero destro emisfero sinistro dal sito www.hermespsi.com di Andrea Leonardi
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