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Ale non si era mai preoccupata di arrivare, di perseguire un obiettivo, non aveva mai dovuto lottare per qualcosa. Aveva sempre lasciato che le cose avvenissero, che semplicemente accadessero, senza fretta, senza schierarsi per un ideale, per un fine ultimo. La sua vita era spensierata e un po’ banale e non capiva perché tutti intorno a lei si affannassero tanto a fare certe cose o ad affermare le proprie opinioni, a battersi per qualcosa spesso inutile ai suoi occhi. Non perché fosse ignava o senza passioni nel cuore ma perché ancora non aveva trovato l’obiettivo sul quale investire tutta se stessa senza freni, il motivo per il quale valesse veramente la pena mettersi in gioco, la vera ragione per cui era venuta al mondo.
Fino ad un certo punto della sua vita non aveva mai pensato alla ricerca interiore come ad un lavoro concreto da poter realizzare su se stessa nell’immediato, piuttosto ne aveva una vaga idealizzazione distante da lei come la Terra dalla Luna. Avere la piena Consapevolezza di se stessi, accedere alla Conoscenza di "tutte le cose" era per lei un mito, una favola, un gioco sognato, un’immagine astratta e sfocata e soprattutto ne aveva una visione molto materialistica.
La conoscenza era una cosa mentale, razionale e volta allo scopo di avere potere sulla materia: l'idea dell'uomo che tramite la scienza domina la natura e la trasforma a seconda del proprio bisogno era ciò in cui credeva e al suo opposto c'era il mondo spirituale che apparteneva ai religiosi.
Il ricercatore per antonomasia era per lei lo scienziato. La religione era vista come un limite alla libera ricerca, un dogma da abbattere, un condizionamento che incatenava le menti.
Nonostante tutto, non poteva scordare le sensazioni particolarissime che aveva provato, quando, all'età di sette anni fu accostata per la prima volta alla religione. La figura di Cristo aveva colpito molto la sua attenzione tanto da desiderare fortemente, già a quella tenera età, di averlo come Maestro e poteva calarsi talmente tanto in questa suggestione da riuscire a trasformare la Messa a cui assisteva in un realissimo viaggio a ritroso nel tempo e a ritrovarsi in quei luoghi, all'ombra di enormi cedri, con addosso tunica e sandali, ad ascoltare con profonda commozione le Sue parole.

L’idea di poter conoscere nel profondo se stessa aveva cominciato ad attrarla e nuovi imput le vennero dagli studi della filosofia; nomi come Socrate, Platone, Pitagora, parole come maieutica, imperturbabilità, catarsi, gnosi, idealismo, entrarono a far parte del suo bagaglio ed ebbero in lei una forte risonanza.
Aveva ventidue anni quando si avvicinò allo yoga che, anche se si poneva come un serio e difficile cammino spirituale volto all’illuminazione, il tutto veniva visto in una prospettiva orientale che aveva come metro di misura l’eternità, per cui non c’era neanche da porsi il problema, almeno non in questa vita. Era quindi il modo migliore per entrare in punta di piedi in un mondo ancora troppo grande per lei, era il giusto inizio per saggiare il terreno senza crearsi troppe aspettative. Per almeno un anno restò prudentemente a pelo d’acqua evitando di immergersi e di coinvolgersi troppo, ma il viaggio ormai era iniziato.
Faceva yoga come una sorta di “auto-terapia psico-fisica con velleità spiritualistiche”, ma con il tempo capì il vero scopo di ciò che stava facendo e cioè raggiungere un benessere nel corpo e nella mente, imparare a rilassarsi, combattere i suoi mille disturbi psicosomatici, sentirsi forte e stare bene…finalmente! Aveva un’idea molto pragmatica e occidentale di ciò che aveva intrapreso e un po’ le veniva anche posto così, ma un qualcosa di sottile la attraeva nel profondo e cominciò a legarla giorno dopo giorno ad una pratica che sempre di più si insinuava in ogni sua cellula e ne cambiava quasi il dna.
In parte era riuscita a trovare il benessere psico-fisico che cercava e negli anni a venire più volte ebbe a rimpiangere la determinazione con cui eseguiva le varie serie di esercizi, con cui intonava i mantra e la scioltezza e il tono muscolare che era riuscita a raggiungere. La salute del corpo, il sentirsi in forma, e l’abbattimento delle insicurezze: erano questi i suoi principali obiettivi.
Il kundalini-yoga è lo yoga del “guerriero”, è incitante, energizzante, dà un grande senso di vitalità a chi lo pratica, sviluppa la forza interiore, l’autostima, la capacità di non farsi travolgere dagli eventi, la disciplina e il distacco. L’esperienza, durata sei anni, era stata coinvolgente ed emozionante: Ale era entrata pian piano in contatto con parti di sé che non conosceva, si sperimentava in un confronto continuo con se stessa e, nonostante fosse difficile, aveva la sensazione di vivere un’avventura con nuove scoperte ogni giorno. Tuttavia era consapevole che non poteva durare in eterno perché avrebbe significato fermarsi… mentre lei invece voleva andare avanti, sperimentare nuove cose, superare i limitanti confini della sua mente. Rimase dolcemente legata a quel periodo, a quella casa, all’odore dell’incenso, al rumore dello scorrere dell’acqua che risuonava fluida e libera nel suo essere, ai canti e ai suoni, vibrazioni che scollavano pian piano gli strati dimensionali della sua coscienza.
Il suo insegnante si era imposto il principio di non fare proseliti e di non portare nessuno dei suoi allievi verso il suo ambiente religioso perché già lui stesso se ne stava lentamente distaccando; cominciò a chiedere di non chiamarlo più Maestro, sciolse le bende del suo turbante e tornò a indossare i suoi vecchi vestiti; aggiunse alle sue lezioni nuovi esercizi attinti da altre discipline come il Taj Chi, il Chi Gong e lo Zen e infine smise completamente di insegnare tornando ad essere allievo lui stesso.
Nonostante tutti intorno sembrassero destabilizzati dall'evento, Ale apprezzò molto questa sua metamorfosi, questo stravolgimento delle regole e la sua grande umiltà che forse fu il più importante insegnamento che ricevette. Prima che lui si trasferisse, eclissandosi completamente, aveva già smesso di andarci da più di un anno, aveva seguito i suoi corsi per circa sei anni e poteva continuare a fare gli esercizi da sola anche se sapeva che niente era risolto. Con il passare del tempo e il diradarsi dei momenti che dedicava alla pratica degli esercizi, infatti, riemersero i blocchi e i conseguenti disturbi e le somatizzazioni. Capì che lo yoga poteva servire da sostegno, ma che il vero lavoro doveva farlo dentro di sé e molto seriamente.
Forse, ironia della sorte, stava peggio di prima: dalla superficie fintamente spensierata della sua vita aveva scoperto che c’era un nuovo spazio da esplorare, aveva iniziato a toccare con mano una dimensione fino ad allora conosciuta solo nell’incoscienza dell’infanzia e nella profondità dei sogni ma che adesso si trovava ad osservare con altri occhi e con una diversa consapevolezza.
Lo yoga aveva sicuramente avuto un ruolo di iniziazione e aveva innescato in lei un processo ormai irreversibile di auto-conoscenza.
Tornò ad avere crisi d’ansia, mancanza di respiro, mal di testa, mal di pancia, coliche e forti crampi intercostali che le toglievano il respiro. Sapeva che erano sintomi psicosomatici e che solo lei avrebbe potuto porvi fine se fosse riuscita a scoprirne la causa, ma le provocavano rabbia e impotenza; lo stare male la paralizzava ed era d'intralcio a quella che voleva fosse la sua vita: NORMALE. Non voleva che qualcosa le impedisse di fare le cose che aveva messo in programma, la costringesse a letto senza fare nulla, la paralizzasse nella noia, le imponesse di assistere allo scorrere lentissimo del tempo, e allora cominciava a fantasticare, per viversi una vita sognata, per sprofondare nel sottile piacere di una sofferenza non più solo fisica.
La nostalgia, le sensazioni dell’infanzia, di gioia, di vita, di gioco…e di morte, tutto riaffiorava tra alti e bassi; il ricordo di un dolore poteva trasformarsi prima in piacere, poi in angoscia, poi in senso di colpa e non essendoci una soluzione lo dimenticava: “non esiste il problema”. Il senso di vuoto per la mancanza di un “qualcosa” diventava noia, apatia, un’attesa interminabile che sostituiva subito con qualsiasi cosa potesse darle una gratificazione immediata.
A volte fin da piccola aveva avuto fenomeni di accelerazione del tempo: per alcuni minuti tutto si velocizzava, i suoni, i movimenti del suo corpo, le macchine che passavano in strada, la voce e i gesti degli altri, e tutto questo era esilarante, divertente. Pensava spesso a cosa potesse essere e forse non era altro che una sorta di auto-ipnosi, un immergersi nell’astrazione pura del fantasticare e anestetizzarsi così dalla vita materiale; era lei a rallentare, forse a volersi fermare.
Quando stava bene dimenticava completamente i suoi malesseri, né voleva pensarci e tutto sommato era convinta di non avere problemi: la sua vita era normale, i suoi rapporti con gli altri normali, lei stessa si sentiva e voleva sentirsi “nella norma”, ma questa normalità diventava sempre più lenta e noiosa. Si annoiava sì, ma allo stesso tempo amava la noia, perché le permetteva di restare immobile. Si sentiva mediocre e superficiale ma si crogiolava nella pigrizia e quando questa diventava apatia ricominciava ad odiare la noia.
Aspettava che succedesse qualcosa, che giungesse inaspettato un cambiamento, forse una rivoluzione… o forse solo che arrivasse la sera per andare a letto e aspettare di sognare… sognare di aspettare. Aspettava che mutassero gli eventi per poi forse aspettare ancora che tornassero come prima...
E intanto le scivolava addosso il tempo, un tempo che aspettava da tanto e che poi inesorabilmente sprecava. Faceva il minimo indispensabile per andare avanti e per non avere fastidi ma si rendeva conto, e questo le provocava rabbia verso se stessa, che avrebbe potuto fare mille volte di più se solo avesse sentito in lei la giusta motivazione… insomma non c’era nulla per cui valesse la pena di sprecarsi un po’ di più.
Era faticoso vivere ma in fondo lo era anche il pensare di morire, perché comunque significava agire. Qualsiasi spostamento dal suo punto fisso era faticoso e anche lo stare male fisicamente le imponeva un cambiamento di stato.
Il dolore fisico la esasperava, non voleva assolutamente accettarlo. I mal di testa e i mal di pancia la costringevano a vedere la sua sofferenza interiore. Non voleva problemi, voleva solo essere “felice” e lo stare male la obbligava a mettere se stessa al centro della sua attenzione… il suo corpo era costretto ad urlare per farsi sentire da lei!
Ad un certo punto si acuirono i crampi intercostali tanto che pensò di fare una serie di analisi per vedere se ci fosse una qualche patologia polmonare: non risultò nulla naturalmente, anzi Ale ebbe così la conferma che, proprio come pensava, si trattava solo di ansia e stress; la continua preoccupazione per tutto ciò che si trovava ad affrontare e per qualsiasi novità che potesse prenderla alla sprovvista, il senso di inadeguatezza e la paura di fallire le impedivano di condurre una vita serena e trasformavano la sua esistenza in una continua fuga da se stessa e dagli altri.
Perso il sostegno dello yoga si sentì ogni giorno più smarrita e sempre più forte si faceva in lei l'idea di aver bisogno di una guida, di un insegnamento, di qualcuno a cui affidare se stessa... cercava il "Maestro" con cui intraprendere un percorso di crescita, di consapevolezza, di sviluppo della coscienza. Aveva cominciato a prendersi in mano e aveva deciso di impegnarsi ad esplorare e a purificare se stessa.

Proprio in quello stesso periodo la sua amica Sofia aveva iniziato a frequentare una persona e le parlava di ciò che lui insegnava e cioè della possibilità di conoscersi attraverso l’interpretazione dei sogni. Entrambe lo conoscevano già: Xavier era stato uno stilista in passato, Sofia aveva lavorato per lui e Ale ricordava bene l’occasione in cui aveva avuto modo di conoscerlo, episodio che aveva lasciato in lei, circa dieci anni prima, un grosso punto interrogativo aleggiante sopra la sua testa per via di una questione di “tacchi alti”.
Sofia le aveva proposto di partecipare alla sfilata di moda della collezione di abiti che lui aveva disegnato e creato. A lei era piaciuta l’idea, aveva già avuto altre esperienze come modella e decise di provare.
Ale si recò nel suo atelier un pomeriggio. Quando arrivò lui le aprì la porta e dopo un breve sguardo e pochi convenevoli la guidò all’interno e le fece vedere l’abito che pensava di affidarle per la sua sfilata: l’abito da sposa. Inutile dire che non se l’aspettava, poteva sembrare un premio ma Ale non ne era per niente entusiasta. Perché a lei quel difficile compito? Non l’aveva neanche mai vista prima... Accettò, ma nella sua testa mille dubbi e paure si affollavano: avrebbe significato uscire una sola volta, da sola, alla fine della sfilata ed essere così al centro dell’attenzione nel finale, troppo per i suoi gusti di diciottenne, troppa responsabilità e troppa visibilità. Avrebbe preferito essere meno in vista, fare più uscite e indossare abiti più sobri, essere più anonima insomma e più a suo agio… l’abito da sposa certo questo non glielo permetteva. Pensava di sentirsi ridicola e inadeguata in panni che non erano i suoi. Era comunque intenzionata a mettere da parte le timidezze e la paura di sbagliare quando, oltre a tutto questo, le impose di sfilare con dei tacchi che definire alti sarebbe un eufemismo: erano dei veri e propri trampoli! Gli disse che non era abituata a portare tacchi così alti… provò lì sul momento, ma proprio non se la sentiva.
Lui con tono freddo e severo le disse che se voleva poteva portarsi le scarpe a casa, provare a camminarci per abituarsi e poi ritornare dopo un paio di giorni e dire se accettava di fare la sfilata con quelle scarpe. Lei fu d’accordo, anche se la soluzione migliore forse sarebbe stata quella di permetterle di usare scarpe un po’ più basse, ma non sembrava possibile poter discutere per cui accettò di fare quella prova.
Quando tornò, due giorni dopo, trovò solo l’assistente, un'ex-modella, alta, bionda che le disse in tono secco: - “Xavier ha deciso che è meglio che tu non faccia la sfilata e che è inutile che resti qui, puoi tornare a casa.” - Stupendo! Neanche una telefonata per avvertirla!
Ale era furente e delusa, aveva camminato avanti e indietro per i corridoi della sua casa per due giorni rompendo le orecchie ai vicini del piano di sotto... e la sua amica che le aveva proposto questa cosa era rimasta di sasso più di lei.
Andarono comunque a vedere la sfilata e Ale rimase tutto il tempo in trepida attesa per assistere alla performance di colei che aveva preso il suo posto e che sicuramente era una “strafica” altissima che portava i famosi mega-tacchi con una naturalezza da top model.
Quando fu il momento dell’abito da sposa i suoi muscoli tesi sulla sedia e il suo respiro sospeso le davano un senso di confusione nella testa e ovviamente i suoi occhi puntavano in basso pronti a cogliere i primissimi passi di quei piedi rivali in equilibrio perfetto sui famosi tacchi...!? Ma quale tacchi!! Con totale stupore e crescente imbarazzo misto a rabbia Ale non vide altro che delle banalissime ballerine raso terra! Come poteva essere successo? Allora non era vero niente? I tacchi non erano poi così necessari e insostituibili. Ale era completamente allibita! La sensazione forte che ebbe fu di rifiuto e di esclusione, che quella fosse stata tutta una scusa e che la verità era che a Xavier lei non era piaciuta affatto e che aveva abilmente trovato un out-out per escluderla dalla sua sfilata.
Era stato facile con una come Ale, con così poca stima di se stessa...
La sostituta non era poi la top model che immaginava, era una ragazza normalissima… ma una differenza con lei ce l’aveva, e nei minuti che seguirono le saltò subito agli occhi: lei sì che era felice di indossare l’abito da sposa e il suo entusiasmo era talmente tangibile che rendeva all’abito il valore che meritava. Sicuramente Ale non sarebbe stata capace di fare altrettanto.
Quando lui uscì per il finale al braccio della sposa, arrivato in fondo alla passerella si girò, guardò Ale intensamente e con un lampo negli occhi le sorrise come per ribadire il suo pensiero, come per dire che era proprio quello il motivo.
Qualsiasi sia stata la reale motivazione le rimase sempre il pensiero di questo episodio come di una vera e propria lezione, degna di un vero Maestro.
Più volte, quando le tornò in mente, vi rivide il suo carattere diffidente, giudicante, orgoglioso, snob e il grande condizionamento ricevuto da suo padre che aveva sempre giudicato in modo molto critico il mondo femminile con i suoi vestiti, i tacchi, le frivolezze, gli abiti da sposa…
Capì quanto questo l’avesse limitata nella vita e le avesse lasciato spesso un senso di rabbia, di insoddisfazione di sé e di… occasioni perse.
Così quando Sofia a distanza di alcuni anni le parlò di quella stessa persona, appartenente a quel vecchio episodio della sua vita, come di un Maestro che portava i suoi allievi verso la Conoscenza di Sé attraverso l’analisi dei sogni, pensò che sarebbe stato bello… e che forse era proprio Lui che stava cercando ma... chissà, con i presupposti che c’erano stati, se l’avrebbe accettata alle sue lezioni.

fine prima parte

Seconda parte
Terza parte
Quarta parte

Quinta parte

NB: ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale e il contenuto del racconto è frutto di fantasia.


Le altre notizie del 18/03/08


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Introduzione: Accogliere e prendersi cura. Una sfida del nostro tempo a Roma con persone vittime di tortura. Terza parte: Bambini e donne torturate - La legge sulla tortura in Italia: tra ipocrisie e disinteresse - Con la violenza e il terrore: l'uso della tortura - Verso una legge sul diritto d'asilo
a cura di Aldo Morrone
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