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Società
multiculturale
Per l’altra metà del cielo
di
Carla Ginanneschi
18/03/08
In
Italia il fenomeno immigratorio ha sempre di più
una connotazione femminile. Il Dossier Caritas/Migrantes
ci dice che alla fine del 2006 erano regolarmente
presenti in Italia 1.842.004 donne straniere,
equivalente al 49,9% degli immigrati, verifica
che ci permette di comprendere che la presenza
femminile straniera nel nostro paese è
sempre più numerosa.
Le donne che arrivano nel nostro paese sono quelle
che hanno il coraggio di affrontare i disagi e
i pericoli di un viaggio lungo e doloroso per
poter approdare dove possono trovare lavoro. Esse
migrano o per sfuggire insieme ai figli a rappresaglie
dipendenti dalla realtà politica dei loro
paesi oppure per ragioni diverse: guerra, problemi
economici, sentimentali o lavorativi. Sono proprio
loro che con la forza della disperazione cercano
di salvaguardare la vita dei bambini che hanno
messo al mondo e si assumono in toto l’onere
di crescerli e mantenerli. Vogliono migliorare
economicamente, spesso non sono tutelate nell’attività
lavorativa; in alcune situazioni si fanno carico
della famiglia quando il partner, non trovando
lavoro, cade in depressione. Il fatto di dover
salvaguardare la specie, le rende più combattive
e forti degli uomini.
Negli anni passati poco era stata studiata l’immigrazione
femminile, considerata come accessoria a quella
maschile, in realtà sempre di più
ha assunto la connotazione di figura autonoma,
anzi spesso determinante nell’ambito familiare
ed anche nel contesto sociale italiano. Sono infatti
le straniere che curano i nostri anziani e i nostri
bambini.
“Il proprio corpo, i propri sogni e i figli
sono spesso gli unici beni preziosi, l’unico
vero capitale che la donna porta con sé”
(da “Salute e società multiculturale”
di Aldo Morrone)
Molte donne straniere che si trovano oggi in Italia,
sono arrivate o per ricongiungimento al coniuge
oppure in modo autonomo, in questo caso si assumono,
infatti, il ruolo di pensare al mantenimento dei
figli rimasti in patria con i nonni. Questo crea
problemi affettivi di notevole portata, si cerca
di ovviare al problema generato dalla carenza
affettiva di cui soffrono questi bambini stranieri
attraverso la creazione di circuiti integrati
che permettono con l’istituzione di borse
di studio o di avviamento al lavoro, di far arrivare
nel nostro paese, anche per periodi prolungati,
i figli. Questo offre la possibilità alla
donna straniera di poter assolvere il suo compito
di madre e ai figli di poter vivere per alcuni
periodi con la propria mamma.
L’immigrata deve essere sostenuta nel paese
che la ospita, risente forse più dell’uomo
del fatto di essere sradicata da un luogo dove
tutto le era familiare, dove partoriva seguita
dalle parenti e protetta affettivamente. Anche
nel paese straniero quindi deve poter partorire
i suoi figli, se in età fertile, con serenità.
Spesso l’ambiente ospedaliero le è
estraneo e quindi luogo dove si sente ancora più
sola. Esistono istituzioni che cercano, attraverso
la figura delle mediatrici interculturali, delle
assistenti sociali, di aiutarle a sentirsi meno
abbandonate; rimane comunque il fatto che è
sempre molto doloroso svegliarsi il mattino e
trovarsi sotto un cielo straniero.
Le situazioni patologiche più diffuse nelle
straniere presenti nel nostro territorio sono
le interruzioni di gravidanza e le gravidanze
ravvicinate. Inoltre c’è un alto
livello di prostituzione con tutti i problemi
che questo comporta.
Per alcune ci sono problemi fisici causati dalle
mutilazioni sessuali alle quali le bambine vengono
sottoposte in età precoce; queste pratiche,
legate ad usi e costumi tribali antichi, dimostrano
la sudditanza della donna da parte dell’uomo.
I medici che vengono a contatto con queste donne
devono aiutarle in modo adeguato e far loro comprendere
che in prima persona come madri possono spezzare
la catena e permettere così alle loro figlie
di vivere in modo diverso.
All’inizio della migrazione femminile, le
straniere, per curarsi, facevano ricorso ai rimedi
inviati dai loro paesi d’origine, oggi,
grazie anche ad una maggiore informazione e alla
possibilità di una migliore comprensione
linguistica, ricorrono all’aiuto dei nostri
operatori sanitari.
Sono coraggiose, affrontano i disagi collegati
con la loro situazione di migranti, si adattano,
è proprio della donna, alle nuove situazioni,
cercano di risolvere i loro problemi e sono determinate
ad andare avanti.
In alcune realtà sociali dalle quali provengono,
le donne non erano state educate a considerare
il loro corpo come espressione di sé, ma
come utile per svolgere un lavoro, venendo a contatto
con la società del paese che le ospita
si rendono conto che il corpo è importante
non solo per un fine lavorativo, ma anche per
l’aspetto esteriore e cercano di seguire
un certo modello culturale che dà valore
all’espressione della femminilità
e al ruolo femminile nel contesto sociale. Spesso,
quindi, l’inserimento in una società
diversa da quella di nascita comporta gravi disagi
per l’immigrata sia all’esterno che
dentro il contesto familiare; sono proprio le
donne che con più facilità si adattano
a modelli comportamentali diversi, specialmente
se questi sono di maggior apertura verso il mondo
esterno. Gli uomini stranieri non accettano questa
emancipazione e quindi molte coppie scoppiano,
con problemi molto più gravi di quelli
che possono avere le coppie italiane proprio per
il fatto di vivere in un paese straniero. Oltre
ai problemi di coppia che possono dipendere anche
dall’uomo, c’è il disagio di
non essere sempre salvaguardate dal punto di vista
sociale, medico e di non avere un supporto adeguato
per la crescita dei figli.
Diversi sono gli sviluppi per quanto riguarda
il fenomeno di immigrazione al femminile, da una
parte si nota nelle donne desiderio di isolamento
e di sottomissione, dall’altra di affermazione
e di riscatto della propria femminilità,
è come se fossero in una fase di adeguamento
al nuovo contesto sociale nel quale sono inserite
ed alla ricerca di una nuova identità.
Ci auguriamo che le politiche sociali dei paesi
ospitanti e dei paesi di origine possano permettere
il prevalere del processo evolutivo positivo delle
donne che si trovano nella delicata situazione
di migranti.
Accogliere vuol dire condividere, comprendere
e sostenere persone che appartengono alla razza
umana, pur rispettando le diversità etniche
che nessuno deve perdere per non dimenticare mai
le proprie origini.
Per una bambina
La tristezza mi sommerge,
vorrei offrirti le mie braccia
per difenderti,
bambina non ancora donna,
mortificata nella tua dignità.
Non ci sono stati giochi per te,
subito hai conosciuto
l’indifferenza della famiglia,
la brutalità dell’uomo.
Vorrei cullarti,
vorrei aiutarti
a dimenticare il mondo
che ti ha offerto solo dolore e sofferenza,
piccola donna calpestata,
mutilata, violata.
Immensa la mia ribellione,
vorrei difenderti,
permetterti di crescere,
aiutarti a dimostrare al mondo
il tuo valore.
Carla Ginanneschi
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