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Salute
e lavoro
Salute e sicurezza nei call center
Lo stress corre sul filo
tratto da (Rassegna sindacale,
n. 37, ottobre 2001)
di Davide Orecchio
Cominciamo
da un fatto: a luglio di quest’anno è
nato un call center a Palermo. Gestito dalla società
Cos.Med, si occupa dell’assistenza ai clienti
per Wind e Pagine Gialle: 250 operatori all’inizio,
con l’obiettivo di arrivare a 2.000 entro
un paio di anni. Prima del varo, la Regione Sicilia
ha finanziato un migliaio di contratti in formazione.
Leggiamo nel bando alcuni dei requisiti necessari:
diploma di scuola media superiore, età
minima di 25 anni, competenze informatiche, conoscenza
dell’inglese, ottima dizione, disponibilità
a fare turni di lavoro (anche nei festivi) e al
part time, predisposizione a rapporti interpersonali
e propensione al lavoro di gruppo, orientamento
al cliente e (citiamo testualmente) “tolleranza
allo stress”.
Passiamo a un altro fatto (fonte: Cmmc, l’associazione
dei call center italiani): durante i colloqui
per l’assunzione in un call center, il 75
per cento dei candidati operatori viene scartato
in seguito a una prova di simulazione e alla verifica
della capacità di “reazione allo
stress”. Il concetto, dunque, ricorre. Dall’attitudine
a dominare situazioni critiche e invasive, per
le aziende, scaturisce un requisito indispensabile:
chi non lo ha viene scartato, chi ce l’ha
ottiene l’assunzione. Tuttavia (è
questo è un terzo fatto) alle persone che
cercano posto in un call center è difficile
riconoscere una professionalità maturata
nel settore. Spesso, per loro, si tratta della
prima esperienza di lavoro. E sono giovani: in
Italia l’età media di un operatore
di call center è di 29 anni, con un diploma
o una laurea alle spalle (fonte: Ires); in Europa
la media cala a 23-25 anni (fonte: Euro-Telework,
Report on call centres). Di conseguenza, quando
un’azienda assume un candidato non lo fa
perché ha selezionato un veterano, che
magari vanti un curriculum di esperienze professionali
e formative, ma perché (99 volte su 100)
ha trovato una persona psicologicamente idonea
ad affrontare un lavoro logorante. Il che suona
come un avvertimento: se lavorerai da noi, è
quasi certo che vivrai momenti di stress.
Lo stress e i suoi fattori
Negli ultimi due anni le campagne avviate dai
sindacati (soprattutto britannici e australiani)
e alcune ricerche hanno dimostrato che lo stress
è una patologia molto diffusa nei call
center. Stando al rapporto di Euro-Telework, “tutte
le ricerche effettuate nei call center degli stati
dell’Unione europea rivelano sintomi di
disagio organizzativo: pesanti carichi di lavoro,
stress e ricambio continuo di personale”.
Questo avviene perché gli operatori “sono
lasciati soli nella relazione con il cliente,
mentre le tecnologie e l’organizzazione
spesso non supportano efficacemente il flusso
comunicativo”. Sempre secondo l’indagine,
l’operatore, sebbene il suo livello d’istruzione
sia spesso elevato, “è normalmente
gestito come se si trattasse dell’operaio
di una volta”, ossia “non ha una visione
globale e integrata dei processi”, né
conosce gli obiettivi per i quali sta lavorando.
Tutto ciò produce una tensione cui il personale
non sa fare fronte, dal momento che non ha gli
“strumenti cognitivi ed emotivi” adeguati.
In un testo divulgativo l’Inail definisce
lo stress da lavoro e i fattori che lo procurano.
Ne emerge un quadro sorprendente. Secondo l’istituto
lo stress può derivare dalla “scarsa
conoscenza del software e dell’hardware”
utilizzati; dalla “mancanza d’informazioni
sulla progettazione”, nonché “sull’organizzazione
e sui risultati del lavoro”; dalla “mancanza
di una propria responsabilità lavorativa”;
da “sistemi di controllo del lavoro inadeguati
e contrari allo sviluppo della personalità
del lavoratore”; dalla “mancanza di
possibilità di carriera”. Ma la tensione
può scoppiare anche se il lavoro non è
sicuro, o se è poco interessante, o se
è svolto in condizioni d’isolamento.
Dall’insieme di questi fattori, informa
l’Inail, consegue che “gioia, ansia,
paura, rabbia influenzano il tono muscolare che
aumenta e poi, finito lo stimolo, diminuisce.
Ma se gli stimoli permangono per un certo tempo,
lo stato di contrattura si stabilizza e può
determinare un cambiamento dei programmi di controllo
del sistema nervoso centrale”. Quello che
sorprende, di questo testo, è che descrive
quasi puntualmente le condizioni di lavoro di
un operatore di call center: chi indossa cuffie
e microfono e risponde alle chiamate dei clienti
non sa quanto durerà il proprio mandato,
né come è giudicato dal management,
non ha prospettive di carriera, né è
coinvolto nell’organizzazione del lavoro.
“Gli addetti ai call center vivono una contraddizione
evidente – spiega il rapporto di Euro-Telework
–: sono addestrati a perseguire la qualità
nelle comunicazioni con il cliente e ricevono
pressioni perché questo avvenga, eppure
operano in condizioni logoranti. Non c’è
alcuna omogeneità tra le mansioni e l’organizzazione
del lavoro, spesso è difficile controllare
le tecnologie e altrettanto spesso i compiti sono
ripetitivi”. Per questo motivo, prosegue
il rapporto, la tensione è molto diffusa
nei call center, “dov’è frequente
lavorare in condizioni d’isolamento o, specialmente
nelle piccole aziende, senza che siano rispettati
gli standard ergonomici. A ciò si aggiunga
che la costante sorveglianza sulle prestazioni
si traduce in un controllo dei comportamenti che
arriva a ingerirsi negli spazi di libertà
e di privacy. Questa sorveglianza (di solito condotta
mediante misurazioni elettroniche: il cosiddetto
sistema Epm-Electronic performance monitoring,
ndr) produce stress in chi la subisce, dal momento
che costringe ad assumere una condotta ispirata
da un insieme di regole e valori esterni”.
Fonte: http://www.rassegna.it
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