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seconda parte: La tortura tra storia e attualità

Purtroppo non solo la tortura esiste ancora, anche se talora mimetizzata e nascosta nelle pieghe della storia, ma rappresenta ormai uno dei momenti di crisi più acuti del rapporto con l’altro. Formalmente sempre condannata, ripudiata e confutata nelle sue pretese giustificazioni teoriche, oggi appare e riappare continuamente sotto forme e motivazioni diverse costringendo tutti noi a interrogarci sulle dinamiche che la generano.
A livello mondiale e istituzionale la tortura è oggetto di un’incondizionata condanna in tutti i documenti internazionali sui diritti umani (art. 5 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948; art. 3 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950; art. 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966; art. II-64 del progetto di Trattato costituzionale per l’Unione Europea). Una Convenzione del 1984, “Contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” è interamente dedicata alla messa al bando in tutto il mondo di queste pratiche e ne prevede la perseguibilità da parte dei tribunali di tutti i paesi ove si trovi il colpevole, anche indipendentemente dal luogo ove il delitto sia stato compiuto e senza che sia invocabile alcuna giustificazione, come le circostanze eccezionali di guerra odi minaccia di guerra o il terrorismo o infine l’instabilità politica interna.
Il dibattito sulla tortura è comunque molto antico, quasi quanto la storia del genere umano. Se n’è discusso sin dai filosofi dell’antichità classica, dell’età moderna e del XX e XXI secolo. Certamente però il periodo in cui si sviluppa con più continuità e maggiore incisività è il periodo illuminista.
Oggi rispetto al Settecento molte realtà sono radicalmente cambiate. Il contesto storico è diverso. I giuristi e i filosofi del settecento lavoravano avendo davanti agli occhi una procedura penale che sia nei tribunali ecclesiastici che civili, disciplinava con regole minuziose una pratica, la tortura, considerata innanzitutto legittima e utile. Oggi si lavora sapendo che le carte dei diritti e le legislazioni internazionali, unanimemente e apparentemente la condannano. È vero, la tortura è vietata, ma certamente non impedita. Il clima culturale è molto diverso rispetto al Settecento, eppure non passa giorno senza che venga messo al centro del dibattito internazionale il tema della sicurezza, cui tutto deve essere piegato, anche la tutela dei diritti umani. E proprio all’indomani dell’11 settembre 2001 si è scatenato, negli USA e nel resto del mondo, un dibattito sull’uso e la legittimità della tortura nel contesto della sicurezza di uno Stato e nella cornice di una guerra contro il terrorismo e scatenata dal terrorismo.
Anche nel Settecento il dibattito era molto acceso tra chi considerava la tortura, pur sottoposta a regole procedurali che ne limitassero e regolamentassero l’impiego, utile ai fini della sicurezza della società e chi ne chiedeva semplicemente e totalmente l’abolizione. Questo secolo ha certamente rappresentato uno dei momenti più intensi del dibattito intorno alla tortura, che ha visto la vittoria della linea abolizionista e che riconoscendone la illiceità ne ha permesso la sua eliminazione. Nel 1740 viene abolita nella Prussia di Federico II, nel 1776 nell’Austria di Maria Teresa, nel 1780 nella Francia di Luigi XVI, almeno per alcune sue utilizzazioni e nel 1784 da Giuseppe II nel Ducato di Milano. Anche nella Russia di Caterina II ne era stata raccomandata la cancellazione nel 1765.
Numerosi sono stati gli autori che con i loro scritti e con il dibattito successivo alla pubblicazione delle loro opere, hanno diffuso una cultura della tolleranza e spinto i sovrani verso una maggiore sensibilità per le ragioni dell’individuo, i diritti dell’umanità e l’illiceità della tortura. Come non ricordare Christian Thomasius in Prussia con la sua dissertazione De tortura ex foris christianorum proscribenda del 1705, Cesare Beccaria con Dei delitti e delle pene, nel 1764 e Pietro Verri con le Osservazioni sulla tortura in Italia, Voltaire con il suo Trattato sulla tolleranza del 1767, Montesquieu e, ancora, Joseph von Sonnenfels.
La tortura un tempo aveva la funzione di certificare e confermare la verità del potere torturatore. La persona sottoposta a tortura era chiamata a confessare ciò di cui il potere lo accusava. Il potere riteneva di possedere la verità che andava confermata anche dalla tortura. Qualunque potere fosse, quello ecclesiastico, quello del sovrano o entrambi, poco importava. Il potere della tortura consisteva nel far confessare una verità che già il potere riteneva di possedere.
La tortura non veniva applicata sempre su tutti i soggetti, ma aveva una funzione discrezionale, straordinaria e selettiva. Nel mondo greco non era conosciuta e presso i romani non riguardava gli uomini liberi, ma solo gli schiavi, che non erano riconosciuti come cittadini, né considerati come esseri umani a tutti gli effetti. Storicamente il ricorso alla tortura si diffonderà più tardi, in concomitanza con il processo di concentrazione del potere nelle mani degli imperatori, seguito alla progressiva corruzione del sistema politico repubblicano e che aveva determinato l’insediamento di governi dispotici.
Anche alla fine del Settecento - tempo in cui inizia a essere abrogata - vi erano categorie sociali, come i magistrati, che ne erano esentati, qualunque fosse la colpa. La tortura, il supplizio e la morte venivano spettacolarizzati, mostrati alle masse che erano le destinatarie di quel messaggio esemplare, simbolico e agghiacciante. Attraverso la tortura, il supplizio e la morte pubblica, il potere del sovrano veniva esaltato. La pena doveva possedere un carattere particolare: doveva essere esemplare ed evidente. Ma il carattere esemplare ed evidente della pena ne denunciava la parzialità, cioè l’impossibilità di punire tutti. Il sovrano non poteva punire tutti, non era nel suo potere, non era nei suoi interessi, non era neanche nei suoi desideri. Il sovrano doveva dimostrare di poter punire virtualmente tutti e lo dimostrava in modo chiaro ed esemplare punendo qualcuno: con le torture, con il supplizio, con la conseguente morte. La tortura inoltre non solo confermava e certificava la verità del potere, ma aveva il potere della verità. In alcuni sistemi giuridici questo potere era legalizzato a tal punto che chi resisteva alla tortura veniva considerato innocente, dunque liberato. Contro questo risultato aberrante tutto l’Illuminismo filosofico del Settecento si batterà, in particolare Verri e Beccaria. La tortura infine coincideva con la pena. Il sistema penale non aveva al centro del proprio agire i penitenziari, che si diffonderanno invece nel corso del XIX secolo. La tortura dunque rendeva evidente la pena, per quanto invece essa fosse parziale, selettiva e non generalizzata. A un certo punto l’evidenza della pena finisce di avere tutta la sua importanza e la tortura comincia a essere abrogata. Non per questo eliminata. Viene “abrogata” vuol dire che non viene più applicata in maniera legale, evidente ed esemplare.
La tortura comincia il suo percorso sotterraneo, inizia a occultarsi rispetto alla legalità affermata dai sistemi di potere. Cosa fa scomparire la tortura dalla legge e cosa la induce a nascondersi negli interstizi del sistema penale? Scricchiolano i poteri assoluti, quello del sovrano e quello della Chiesa. I poteri progressivamente legittimi, per governare, non devono più mostrare ai sudditi la propria crudeltà; devono invece rendere evidente ai cittadini la loro legalità, la normalità e la rieducazione. Non è un caso che il movimento riformatore si propaghi dall’alto, che l’eliminazione della tortura sia raccomandata dagli stessi sovrani, che non sia raro il caso in cui, di fronte alla richiesta del sovrano di abrogazione della tortura, ci siano diffuse resistenze tra intellettuali e magistrati. La stessa vicenda familiare dei Verri lo testimonia. Cambia il sistema di potere, cambia il sistema delle pene, al terrore viene sostituita la disciplina e dunque il controllo, forse uno strumento ancora più sottile e temibile, perché opportunamente mimetizzato.
Il rapporto tra arbitrio e controllo, tra barbarie e civiltà, è stato ripreso in maniera più elaborata da Alessandro Manzoni, che pur rendendo omaggio alla nobiltà dell’opera del Verri e al proposito perseguito nelle Osservazioni sulla tortura, ne sottolineava il rischio di una frettolosa rimozione proprio del problema del rapporto tra violenza e potere. Manzoni richiamava con forza l’attenzione sulla necessità di un ricorso a strumenti di analisi più raffinati, capaci di evitare i pericoli di una concezione troppo lineare della storia. Per il grande scrittore occorre tenere presenti le componenti non razionali dell’agire in una visione complessiva della natura dell’uomo, consapevole dell’insondabilità dell’animo umano e del ruolo svolto dalle passioni.
Le critiche del Manzoni prefigurano una spiegazione del diffuso ripresentarsi sulla scena del mondo civilizzato del XX e XXI secolo di fenomeni disumani, di barbarie e tortura. Era ingenuo pensare che la tortura fosse relegabile solo a una società di barbarie del passato, determinata da arretratezza culturale e superstizione.
Oggi essa è tornata prepotentemente sulla scena mondiale, in particolare con le immagini dei corpi nudi della prigione di Abu Ghraib. Un richiamo quasi massmediologico, per una società distratta che non voleva vedere e che già aveva dimenticato via Tasso a Roma, la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar, la guerra di Algeria con le dichiarazioni del generale Massu, la Grecia dei colonnelli, il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla, l’ex Jugoslavia con Sebrenica, Tuzla, e Mostar, e oggi il Myanmar dei generali golpisti.
Libri come La tortura (1958) di Henri Alleg, sulla guerra di Algeria o La confessione di Arthur London (1970) sulla Cecoslovacchia degli anni Cinquanta, sembrano relegati in un’altra epoca, in un altro mondo. Eppure il dibattito sulla tortura rilanciato dalle immagini vergognose di Abu Ghraib incombe prepotente.
Quando le immagini dei corpi nudi, umiliati e accatastati della prigione di Abu Ghraib furono divulgate nel 2004, non si poteva più negare l’uso della tortura da parte delle forze armate statunitensi in Iraq, ma si cercò di sminuire e ridurre. Donald Rumsfeld dichiarò: “L’impressione è che ciò che fino adesso ci viene imputato appartenga alla categoria degli abusi, che ritengo essere diversi dalla tortura”. Per questi “abusi” furono individuati e puniti, con lievi pene, solo alcuni soldati e la generale Janis Karpinsky che fu degradata a colonnello! L’ignominia non riguardava solo la tortura perpetrata nella prigione di Abu Ghraib e a Guantanamo, ma l’esistenza stessa di prigioni ufficiali e segrete in molti paesi del mondo.
Gustavo Zagrebelsky sul quotidiano “La Repubblica” del 18 settembre 2006 affermava: “Supplizi e pena di morte riducono l’uomo a mera materia vivente, priva di difesa e ammettere l’uso della violenza per ragioni di sicurezza, significa far crescere l’odio e la barbarie”.
La tortura, scriveva ancora Irene Khan, di Amnesty International, “disumanizza al contempo la vittima e l’aguzzino. Rappresenta il massimo grado di corruzione dell’umanità”; la lotta sempre vigile alla pratica della tortura costituisce la base della civiltà. “Se la comunità internazionale permette l’erosione di questo pilastro fondamentale, non può pensare di riuscire a salvare il resto”.
La tortura non è un ricordo però dei secoli trascorsi, purtroppo rappresenta una mostruosa realtà che muove interessi miliardari in tutto il mondo e viene simbolicamente associata a un mondo di dittatori e oppressori, invece la si pratica sempre più in nome dello stato d’eccezione proclamato da governi democratici.
Anzi oggi si torna a riconsiderare la tortura come prevenzione di mali peggiori e addirittura si levano voci sempre più insistenti per legittimarla. “Newsweek”, nel 2004, intitolava una delle sue copertine: Legittimare la tortura? Questo vuol dire che assistiamo a una regressione, in fatto di diritti umani, e prima che sul piano giuridico, sul piano culturale. La sconcertante realtà emersa in seguito agli orrori di Abu Ghraib e Guantanamo consente oggi una riflessione profonda sulla complessità della tortura nel mondo.
Si parla di “uso ideologico della carta dei diritti” in nome di una guerra umanitaria per la democrazia, che si è andato costruendo dopo l’11 settembre e che ha prodotto un intero arsenale giuridico ai limiti della legalità. Una delle pratiche usate dagli USA, denunciata da numerose ONG, è l’invenzione del decentramento della tortura.
Gli strateghi della guerra al terrorismo ripropongono l’antica questione della legittimità della tortura e sostengono la necessità di una concezione permissiva se non proprio tollerante dello Stato di diritto caratterizzata dai contorni, per alcuni versi, sempre più ambigui del rapporto tra sicurezza e libertà.
Sicurezza e libertà vivono normalmente in un rapporto inverso d’implicazione.
Dove c’è più sicurezza, ivi c’è meno libertà. Così, chi vuole libertà deve provvedere alla sicurezza e, al contrario, chi vuole togliere libertà incomincia con il diffondere insicurezza e paura. Che questo rapporto esista su un piano di grande complessità è profondamente vero.
Il rapporto tra sicurezza e libertà potrebbe giustificare, e in quale misura, controlli sulle comunicazioni, indagini sull’origine e la destinazione di ricchezze sospette, restrizioni dei movimenti delle persone, perquisizioni di abitazioni, impiego della forza pubblica, “fermo” delle persone sospette, isolamento carcerario per certi periodi di tempo, e altre pur pesanti cose di questo genere? Se ne può discutere, ma, afferma Zagrebelsky, “non si può discutere di bilanciamento a proposito della tortura e ciò per almeno due importanti ragioni (Granelli, Paternò, 2004) di moralità e (Bimbi, Tognoni, 2006) di efficacia. Per una volta, l’una e l’altra vanno d’accordo”.
Vediamole in dettaglio.
1. La tortura è normalmente associata alla riduzione in schiavitù e al genocidio, e insieme con questi è condannata come crimine contro l’umanità. Esiste qualcosa di essenziale che accomuna questi delitti e che spiega e giustifica la comune esecrazione. Per usare un’espressione di Giorgio Agamben, si tratta di una degradazione dell’essere umano a “nuda vita” biologica, a mera materia vivente, priva di ogni autonomia e protezione, inerme di fronte all’arbitrio di chi, per propri fini, esercita su di essa un potere illimitato e incontrollato. Per chi crede che sia possibile parlare di “progresso morale dell’umanità”, il rigetto della schiavitù del genocidio, della pena di morte e della tortura è il segno minimo e, per questo, irrinunciabile, della coscienza civile in cammino. Anche la pena di morte va inserita in questo elenco, considerando i momenti finali prima dell’esecuzione, i più moralmente ripugnanti, quando il condannato, privo ormai di ogni difesa e speranza e reso incosciente attraverso la somministrazione di farmaci, diventa mera sostanza organica inerte nelle mani di esseri umani che ne decidono la morte. Accettare compromessi morali e giustificazione della condizione di chi è totalmente privato di dignità e posto letteralmente nelle mani di qualcuno che può fare di lui ciò che vuole, significherebbe un ritorno ai tempi della schiavitù e degli stermini di massa, quando i supplizi e la barbarie della tortura erano non solo tollerati ma perfino imposti e giustificati come diritti naturali dei più forti. Significherebbe un tradimento dell’umanità, dei suoi sforzi e delle sue sofferenze per uscire da una condizione dove regna solo la legge del più forte. Chi cerca di relativizzare la tortura ammettendone un suo uso limitato nei confronti dei terroristi, non si rende conto che tra i crimini contro l’umanità rientrano anche quelli del terrorismo e anche i terroristi considerano gli esseri umani come nuda vita, da distruggere per fini propri. Ma un’infamia (il terrorismo) non ne giustifica un’altra (la tortura).
2. L’altra grande questione che si sta ponendo sempre più intensamente, in particolare dopo l’11 settembre, riguarda il ruolo che potrebbe svolgere la tortura per estorcere a un terrorista che sa dove e quando una bomba è stata collocata per scoppiare tra la folla, le notizie atte a fermare un’eventuale strage. Se attraverso una confessione estorta con violenza si potessero salvare molte vite innocenti da un attentato? La questione è certamente seria e complessa. Si tratta di interrogativi che pongono dilemmi etici non eludibili, ma non dimostrano quello che vorrebbero dimostrare: che lo Stato di diritto, in questi casi, è impotente e che, perciò, occorre comprometterne i principi in favore della sicurezza. Di fronte a gravi e imminenti pericoli per sé e per altri, gli atti ritenuti necessari per sventarli, anche quelli che altrimenti sarebbero gravi reati, diventano, infatti, giustificati non solo moralmente ma anche giuridicamente, in forza del principio dello “stato di necessità”, un principio comune a tutti gli ordinamenti giuridici. È dunque totalmente inutile, per questi casi, invocare sospensioni o attenuazioni della legalità. Quelle domande, però tendono a giustificarne un’altra: precisamente, parlano della violenza per sventare pericoli attuali e certi (cosa per la quale non c’è bisogno di alterare il sistema giuridico) e mirano a giustificare la violenza come strumento d’inquisizione, per estorcere informazioni e provocare confessioni da usare nei processi. Una cosa è la violenza come difesa occasionata da impellenti circostanze di fatto; un’altra, come mezzo per condurre indagini di polizia.
Ma la tortura, a questo ultimo fine, è uno strumento efficace? Storicamente le possibili zone d’ombra e di ambiguità sono assai rilevanti.
Afferma sempre Zagrebelsky che la legittimità, come la morale relativa o strumentale, dipende dall’efficacia. La criminologia che da secoli ha combattuto la sua battaglia per l’abolizione della tortura ne dubita; i dubbi aumentano con riguardo a organizzazioni criminali cementate sul fanatismo.

Su chi non ha nulla da confessare, la violenza è pura e semplice crudeltà che. semmai, può indurre la vittima a inventare qualsiasi cosa pur di far smettere le sofferenze subite. Chi sa ed è forte tacerà fino alla morte o dirà cose utili non a indirizzare le indagini, ma a sviarle. Solo chi sa e non è fortemente motivato forse parlerà. Ma il terrorismo internazionale in particolare quello islamico si avvale di terroristi che non siano fortemente motivati? Non sono essi pronti a morire? Non trovano anzi nella morte per la causa la ragione del loro paradiso? Soprattutto, si può pensare che le organizzazioni terroristiche non prendano le cautele per evitare che i loro agenti, una volta caduti nelle mani di una polizia torturatrice, abbiano qualcosa da rivelare sotto i tormenti? (ibidem)

I dirottatori dell’11 settembre, sembra che non si conoscessero l’uno con l’altro. Già la resistenza algerina, contro l’occupazione francese, aveva ideato delle cellule di combattenti a gruppi piramidali che non consentissero, se catturati, di compromettere l’intera rete.
L’utilità per lo scopo dichiarato è quantomeno incerta (nemmeno Abu Ghraib e Guantanarno, con i suoi metodi, hanno prodotto risultati); certa è invece la barbarie che penetra nei rapporti civili.
Nel famigerato manuale sugli interrogatori, Kubark manual, messo a punto dalla CIA già nel 1963 e derubricato nel 1977, una cosa appariva chiara a tutti: qualunque droga o metodo pseudoscientifico venisse utilizzato durante gli interrogatori, i risultati variavano da persona a persona. Era importante per gli esperti americani provare a definire certi tipi di personalità e scoprire quali metodi funzionavano meglio con ciascun tipo, ma la divisione in categorie o gruppi di prigionieri era di un’approssimazione ridicola. Si trattava di categorie inutili. Ogni persona e ogni situazione era diversa. Indirettamente il Kubark manual confermava il rischio che la tortura liberasse i terroristi particolarmente forti e condannasse gli innocenti deboli, come avevano sempre affermato Verri e Beccaria. Lo stesso sant’Agostino aveva argomentato la condanna della tortura, spostando l’attenzione del dibattito dall’inaffidabilità dei risultati. all’inaccettabilità della tortura sul piano giuridico-filosofico. Nel De civitate Dei, egli aveva fatto riferimento alla sperequazione esistente tra la genericità di un’accusa non suffragata da prove sufficienti a dimostrare la colpevolezza dell’imputato e la dolorosa concretezza della pena corporale inflitta proprio allo scopo preciso di colmare, attraverso questa procedura, quello spazio di dubbio e di incertezza che rendeva possibile il giudizio di condanna. Si realizzava così una sorta di inversione della razionalità, in cui la pena inflitta diventava conseguenza diretta dell’insufficienza delle prove di accusa:

Mentre si esamina se un uomo sia innocente, si tormenta, e per un delitto incerto dessi un certissimo spasimo, non perché si sappia che sia reo il paziente ma perché non si sa se sia reo, quindi l’ignoranza del giudice ricade nell’esterminio dell’innocente (ibidem).

Anche Beccaria contrario all’uso della tortura come mezzo di inquisizione e di prova, la considerava espressione di una forza non legittimata sul piano del diritto perché, affermava:

Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violato i patti, coi quali fu accordata. Qual è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la podestà a un giudice di dare una pena a un cittadino, mentre si dubita se sia reo o innocente?
(ibidem)


La tortura non solo assolverebbe, ma valorizzerebbe violenza e sadismo che degradano le vittime e ancor più gli autori; comporta prelevamenti illegali di individui e segregazioni in luoghi di detenzione segreti (i “buchi neri”); richiede “esperti” addestrati all’uso tecnico della violenza; ha bisogno di tribunali speciali, processi senza pubblico e imputati senza difesa di fronte a “prove” ottenute con metodi da inquisizione; si conclude spesso con l’eliminazione fisica dei soggetti a fine trattamento, quando non servono più: tutte implicazioni che mostrano l’assurdità e il pericolo di voler ammettere la “tortura con garanzie legali”.
I fini sarebbero così pervertiti: la tortura, giustificata con ragioni di sicurezza, finirebbe per istillare nella società violenza e terrore; se non si era terrorista prima, è probabile che lo si diventi dopo. Essa sembra organizzata apposta per moltiplicare l’odio, diffonderlo anche in chi ne era esente e ritorcerlo contro coloro che l’hanno provocato. È proprio vero che quando si dispiegano le bandiere e suonano le trombette, i cervelli vanno in soffitta.
Dunque, conclude Zagrebelsky:

Un’immorale stupidità. Eppure c’è chi non si ritrae con spavento di fronte all’idea di un potere con licenza di tortura. Forse è perché, consciamente o inconsciamente, è persuaso che ciò non potrà riguardare se stesso e i suoi cari, ma solo gli “altri”, individui come loro ma di altre etnie, religioni o convinzioni politiche. Solo a questa condizione, si possono fare discorsi “freddi” sulla violenza e la sua utilità. Se così fosse, dovremmo constatare che alla base dell’apologia della tortura c’è un discorso falso: non è tanto questione di sicurezza, quanto di discriminazione razzista, religiosa, classista o ideologica. E così s’accenderebbe una luce ulteriormente sinistra.


Continua nel prossimo numero con la terza ed ultima parte dell'introduzione al libro


Aldo Morrone, medico dermatologo, direttore della Struttura Complessa di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo e di Dermatologia Tropicale dell’Istituto San Gallicano (IRCCS) di Roma. Viene considerato uno dei maggiori esperti mondiali di medicina delle migrazioni, delle patologie tropicali e della povertà. A partire dal 1985 si occupa della tutela e promozione della salute delle popolazioni immigrate e a maggior rischio di esclusione sociale presenti in Italia. Da molti anni è impegnato con la sua équipe multidisciplinare in diversi progetti di cooperazione in campo clinico-scientifico, educativo e sociale in Africa, nel Sud-Est asiatico e in America Latina. È docente in numerose università italiane e straniere e consulente dell’Ufficio dell’OMS di Venezia su Povertà, Salute e Sviluppo. È autore di oltre cinquecento articoli scientifici e di venti libri. Nel 2007 è stato nominato Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti e per il contrasto delle Malattie della Povertà.


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