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Riflessioni
Medicina
transculturale
"Oltre
la tortura. Percorsi di accoglienza
con rifugiati e vittime di tortura" -
Edizioni Magi
a
cura di Aldo Morrone
INMP, Istituto Nazionale per la promozione della
salute delle popolazioni Migranti e il contrasto
delle malattie della Povertà - Roma
Introduzione
Accogliere e prendersi cura
Una sfida del nostro tempo a Roma con persone
vittime di tortura.
seconda
parte:
La tortura
tra storia e attualità
Purtroppo non solo la tortura esiste ancora, anche
se talora mimetizzata e nascosta nelle pieghe
della storia, ma rappresenta ormai uno dei momenti
di crisi più acuti del rapporto con l’altro.
Formalmente sempre condannata, ripudiata e confutata
nelle sue pretese giustificazioni teoriche, oggi
appare e riappare continuamente sotto forme e
motivazioni diverse costringendo tutti noi a interrogarci
sulle dinamiche che la generano.
A livello mondiale e istituzionale la tortura
è oggetto di un’incondizionata condanna
in tutti i documenti internazionali sui diritti
umani (art. 5 della Dichiarazione universale dei
diritti umani del 1948; art. 3 della Convenzione
europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo
e delle libertà fondamentali del 1950;
art. 7 del Patto internazionale sui diritti civili
e politici del 1966; art. II-64 del progetto di
Trattato costituzionale per l’Unione Europea).
Una Convenzione del 1984, “Contro la tortura
e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o
degradanti” è interamente dedicata
alla messa al bando in tutto il mondo di queste
pratiche e ne prevede la perseguibilità
da parte dei tribunali di tutti i paesi ove si
trovi il colpevole, anche indipendentemente dal
luogo ove il delitto sia stato compiuto e senza
che sia invocabile alcuna giustificazione, come
le circostanze eccezionali di guerra odi minaccia
di guerra o il terrorismo o infine l’instabilità
politica interna.
Il dibattito sulla tortura è comunque molto
antico, quasi quanto la storia del genere umano.
Se n’è discusso sin dai filosofi
dell’antichità classica, dell’età
moderna e del XX e XXI secolo. Certamente però
il periodo in cui si sviluppa con più continuità
e maggiore incisività è il periodo
illuminista.
Oggi rispetto al Settecento molte realtà
sono radicalmente cambiate. Il contesto storico
è diverso. I giuristi e i filosofi del
settecento lavoravano avendo davanti agli occhi
una procedura penale che sia nei tribunali ecclesiastici
che civili, disciplinava con regole minuziose
una pratica, la tortura, considerata innanzitutto
legittima e utile. Oggi si lavora sapendo che
le carte dei diritti e le legislazioni internazionali,
unanimemente e apparentemente la condannano. È
vero, la tortura è vietata, ma certamente
non impedita. Il clima culturale è molto
diverso rispetto al Settecento, eppure non passa
giorno senza che venga messo al centro del dibattito
internazionale il tema della sicurezza, cui tutto
deve essere piegato, anche la tutela dei diritti
umani. E proprio all’indomani dell’11
settembre 2001 si è scatenato, negli USA
e nel resto del mondo, un dibattito sull’uso
e la legittimità della tortura nel contesto
della sicurezza di uno Stato e nella cornice di
una guerra contro il terrorismo e scatenata dal
terrorismo.
Anche nel Settecento il dibattito era molto acceso
tra chi considerava la tortura, pur sottoposta
a regole procedurali che ne limitassero e regolamentassero
l’impiego, utile ai fini della sicurezza
della società e chi ne chiedeva semplicemente
e totalmente l’abolizione. Questo secolo
ha certamente rappresentato uno dei momenti più
intensi del dibattito intorno alla tortura, che
ha visto la vittoria della linea abolizionista
e che riconoscendone la illiceità ne ha
permesso la sua eliminazione. Nel 1740 viene abolita
nella Prussia di Federico II, nel 1776 nell’Austria
di Maria Teresa, nel 1780 nella Francia di Luigi
XVI, almeno per alcune sue utilizzazioni e nel
1784 da Giuseppe II nel Ducato di Milano. Anche
nella Russia di Caterina II ne era stata raccomandata
la cancellazione nel 1765.
Numerosi sono stati gli autori che con i loro
scritti e con il dibattito successivo alla pubblicazione
delle loro opere, hanno diffuso una cultura della
tolleranza e spinto i sovrani verso una maggiore
sensibilità per le ragioni dell’individuo,
i diritti dell’umanità e l’illiceità
della tortura. Come non ricordare Christian Thomasius
in Prussia con la sua dissertazione De tortura
ex foris christianorum proscribenda del 1705,
Cesare Beccaria con Dei delitti e delle pene,
nel 1764 e Pietro Verri con le Osservazioni sulla
tortura in Italia, Voltaire con il suo Trattato
sulla tolleranza del 1767, Montesquieu e, ancora,
Joseph von Sonnenfels.
La tortura un tempo aveva la funzione di certificare
e confermare la verità del potere torturatore.
La persona sottoposta a tortura era chiamata a
confessare ciò di cui il potere lo accusava.
Il potere riteneva di possedere la verità
che andava confermata anche dalla tortura. Qualunque
potere fosse, quello ecclesiastico, quello del
sovrano o entrambi, poco importava. Il potere
della tortura consisteva nel far confessare una
verità che già il potere riteneva
di possedere.
La tortura non veniva applicata sempre su tutti
i soggetti, ma aveva una funzione discrezionale,
straordinaria e selettiva. Nel mondo greco non
era conosciuta e presso i romani non riguardava
gli uomini liberi, ma solo gli schiavi, che non
erano riconosciuti come cittadini, né considerati
come esseri umani a tutti gli effetti. Storicamente
il ricorso alla tortura si diffonderà più
tardi, in concomitanza con il processo di concentrazione
del potere nelle mani degli imperatori, seguito
alla progressiva corruzione del sistema politico
repubblicano e che aveva determinato l’insediamento
di governi dispotici.
Anche alla fine del Settecento - tempo in cui
inizia a essere abrogata - vi erano categorie
sociali, come i magistrati, che ne erano esentati,
qualunque fosse la colpa. La tortura, il supplizio
e la morte venivano spettacolarizzati, mostrati
alle masse che erano le destinatarie di quel messaggio
esemplare, simbolico e agghiacciante. Attraverso
la tortura, il supplizio e la morte pubblica,
il potere del sovrano veniva esaltato. La pena
doveva possedere un carattere particolare: doveva
essere esemplare ed evidente. Ma il carattere
esemplare ed evidente della pena ne denunciava
la parzialità, cioè l’impossibilità
di punire tutti. Il sovrano non poteva punire
tutti, non era nel suo potere, non era nei suoi
interessi, non era neanche nei suoi desideri.
Il sovrano doveva dimostrare di poter punire virtualmente
tutti e lo dimostrava in modo chiaro ed esemplare
punendo qualcuno: con le torture, con il supplizio,
con la conseguente morte. La tortura inoltre non
solo confermava e certificava la verità
del potere, ma aveva il potere della verità.
In alcuni sistemi giuridici questo potere era
legalizzato a tal punto che chi resisteva alla
tortura veniva considerato innocente, dunque liberato.
Contro questo risultato aberrante tutto l’Illuminismo
filosofico del Settecento si batterà, in
particolare Verri e Beccaria. La tortura infine
coincideva con la pena. Il sistema penale non
aveva al centro del proprio agire i penitenziari,
che si diffonderanno invece nel corso del XIX
secolo. La tortura dunque rendeva evidente la
pena, per quanto invece essa fosse parziale, selettiva
e non generalizzata. A un certo punto l’evidenza
della pena finisce di avere tutta la sua importanza
e la tortura comincia a essere abrogata. Non per
questo eliminata. Viene “abrogata”
vuol dire che non viene più applicata in
maniera legale, evidente ed esemplare.
La tortura comincia il suo percorso sotterraneo,
inizia a occultarsi rispetto alla legalità
affermata dai sistemi di potere. Cosa fa scomparire
la tortura dalla legge e cosa la induce a nascondersi
negli interstizi del sistema penale? Scricchiolano
i poteri assoluti, quello del sovrano e quello
della Chiesa. I poteri progressivamente legittimi,
per governare, non devono più mostrare
ai sudditi la propria crudeltà; devono
invece rendere evidente ai cittadini la loro legalità,
la normalità e la rieducazione. Non è
un caso che il movimento riformatore si propaghi
dall’alto, che l’eliminazione della
tortura sia raccomandata dagli stessi sovrani,
che non sia raro il caso in cui, di fronte alla
richiesta del sovrano di abrogazione della tortura,
ci siano diffuse resistenze tra intellettuali
e magistrati. La stessa vicenda familiare dei
Verri lo testimonia. Cambia il sistema di potere,
cambia il sistema delle pene, al terrore viene
sostituita la disciplina e dunque il controllo,
forse uno strumento ancora più sottile
e temibile, perché opportunamente mimetizzato.
Il rapporto tra arbitrio e controllo, tra barbarie
e civiltà, è stato ripreso in maniera
più elaborata da Alessandro Manzoni, che
pur rendendo omaggio alla nobiltà dell’opera
del Verri e al proposito perseguito nelle Osservazioni
sulla tortura, ne sottolineava il rischio di una
frettolosa rimozione proprio del problema del
rapporto tra violenza e potere. Manzoni richiamava
con forza l’attenzione sulla necessità
di un ricorso a strumenti di analisi più
raffinati, capaci di evitare i pericoli di una
concezione troppo lineare della storia. Per il
grande scrittore occorre tenere presenti le componenti
non razionali dell’agire in una visione
complessiva della natura dell’uomo, consapevole
dell’insondabilità dell’animo
umano e del ruolo svolto dalle passioni.
Le critiche del Manzoni prefigurano una spiegazione
del diffuso ripresentarsi sulla scena del mondo
civilizzato del XX e XXI secolo di fenomeni disumani,
di barbarie e tortura. Era ingenuo pensare che
la tortura fosse relegabile solo a una società
di barbarie del passato, determinata da arretratezza
culturale e superstizione.
Oggi essa è tornata prepotentemente sulla
scena mondiale, in particolare con le immagini
dei corpi nudi della prigione di Abu Ghraib. Un
richiamo quasi massmediologico, per una società
distratta che non voleva vedere e che già
aveva dimenticato via Tasso a Roma, la Spagna
di Franco, il Portogallo di Salazar, la guerra
di Algeria con le dichiarazioni del generale Massu,
la Grecia dei colonnelli, il Cile di Pinochet,
l’Argentina di Videla, l’ex Jugoslavia
con Sebrenica, Tuzla, e Mostar, e oggi il Myanmar
dei generali golpisti.
Libri come La tortura (1958) di Henri Alleg, sulla
guerra di Algeria o La confessione di Arthur London
(1970) sulla Cecoslovacchia degli anni Cinquanta,
sembrano relegati in un’altra epoca, in
un altro mondo. Eppure il dibattito sulla tortura
rilanciato dalle immagini vergognose di Abu Ghraib
incombe prepotente.
Quando le immagini dei corpi nudi, umiliati e
accatastati della prigione di Abu Ghraib furono
divulgate nel 2004, non si poteva più negare
l’uso della tortura da parte delle forze
armate statunitensi in Iraq, ma si cercò
di sminuire e ridurre. Donald Rumsfeld dichiarò:
“L’impressione è che ciò
che fino adesso ci viene imputato appartenga alla
categoria degli abusi, che ritengo essere diversi
dalla tortura”. Per questi “abusi”
furono individuati e puniti, con lievi pene, solo
alcuni soldati e la generale Janis Karpinsky che
fu degradata a colonnello! L’ignominia non
riguardava solo la tortura perpetrata nella prigione
di Abu Ghraib e a Guantanamo, ma l’esistenza
stessa di prigioni ufficiali e segrete in molti
paesi del mondo.
Gustavo Zagrebelsky sul quotidiano “La Repubblica”
del 18 settembre 2006 affermava: “Supplizi
e pena di morte riducono l’uomo a mera materia
vivente, priva di difesa e ammettere l’uso
della violenza per ragioni di sicurezza, significa
far crescere l’odio e la barbarie”.
La tortura, scriveva ancora Irene Khan, di Amnesty
International, “disumanizza al contempo
la vittima e l’aguzzino. Rappresenta il
massimo grado di corruzione dell’umanità”;
la lotta sempre vigile alla pratica della tortura
costituisce la base della civiltà. “Se
la comunità internazionale permette l’erosione
di questo pilastro fondamentale, non può
pensare di riuscire a salvare il resto”.
La tortura non è un ricordo però
dei secoli trascorsi, purtroppo rappresenta una
mostruosa realtà che muove interessi miliardari
in tutto il mondo e viene simbolicamente associata
a un mondo di dittatori e oppressori, invece la
si pratica sempre più in nome dello stato
d’eccezione proclamato da governi democratici.
Anzi oggi si torna a riconsiderare la tortura
come prevenzione di mali peggiori e addirittura
si levano voci sempre più insistenti per
legittimarla. “Newsweek”, nel 2004,
intitolava una delle sue copertine: Legittimare
la tortura? Questo vuol dire che assistiamo a
una regressione, in fatto di diritti umani, e
prima che sul piano giuridico, sul piano culturale.
La sconcertante realtà emersa in seguito
agli orrori di Abu Ghraib e Guantanamo consente
oggi una riflessione profonda sulla complessità
della tortura nel mondo.
Si parla di “uso ideologico della carta
dei diritti” in nome di una guerra umanitaria
per la democrazia, che si è andato costruendo
dopo l’11 settembre e che ha prodotto un
intero arsenale giuridico ai limiti della legalità.
Una delle pratiche usate dagli USA, denunciata
da numerose ONG, è l’invenzione del
decentramento della tortura.
Gli strateghi della guerra al terrorismo ripropongono
l’antica questione della legittimità
della tortura e sostengono la necessità
di una concezione permissiva se non proprio tollerante
dello Stato di diritto caratterizzata dai contorni,
per alcuni versi, sempre più ambigui del
rapporto tra sicurezza e libertà.
Sicurezza e libertà vivono normalmente
in un rapporto inverso d’implicazione.
Dove c’è più sicurezza, ivi
c’è meno libertà. Così,
chi vuole libertà deve provvedere alla
sicurezza e, al contrario, chi vuole togliere
libertà incomincia con il diffondere insicurezza
e paura. Che questo rapporto esista su un piano
di grande complessità è profondamente
vero.
Il rapporto tra sicurezza e libertà potrebbe
giustificare, e in quale misura, controlli sulle
comunicazioni, indagini sull’origine e la
destinazione di ricchezze sospette, restrizioni
dei movimenti delle persone, perquisizioni di
abitazioni, impiego della forza pubblica, “fermo”
delle persone sospette, isolamento carcerario
per certi periodi di tempo, e altre pur pesanti
cose di questo genere? Se ne può discutere,
ma, afferma Zagrebelsky, “non si può
discutere di bilanciamento a proposito della tortura
e ciò per almeno due importanti ragioni
(Granelli, Paternò, 2004) di moralità
e (Bimbi, Tognoni, 2006) di efficacia. Per una
volta, l’una e l’altra vanno d’accordo”.
Vediamole in dettaglio.
1. La tortura è normalmente associata alla
riduzione in schiavitù e al genocidio,
e insieme con questi è condannata come
crimine contro l’umanità. Esiste
qualcosa di essenziale che accomuna questi delitti
e che spiega e giustifica la comune esecrazione.
Per usare un’espressione di Giorgio Agamben,
si tratta di una degradazione dell’essere
umano a “nuda vita” biologica, a mera
materia vivente, priva di ogni autonomia e protezione,
inerme di fronte all’arbitrio di chi, per
propri fini, esercita su di essa un potere illimitato
e incontrollato. Per chi crede che sia possibile
parlare di “progresso morale dell’umanità”,
il rigetto della schiavitù del genocidio,
della pena di morte e della tortura è il
segno minimo e, per questo, irrinunciabile, della
coscienza civile in cammino. Anche la pena di
morte va inserita in questo elenco, considerando
i momenti finali prima dell’esecuzione,
i più moralmente ripugnanti, quando il
condannato, privo ormai di ogni difesa e speranza
e reso incosciente attraverso la somministrazione
di farmaci, diventa mera sostanza organica inerte
nelle mani di esseri umani che ne decidono la
morte. Accettare compromessi morali e giustificazione
della condizione di chi è totalmente privato
di dignità e posto letteralmente nelle
mani di qualcuno che può fare di lui ciò
che vuole, significherebbe un ritorno ai tempi
della schiavitù e degli stermini di massa,
quando i supplizi e la barbarie della tortura
erano non solo tollerati ma perfino imposti e
giustificati come diritti naturali dei più
forti. Significherebbe un tradimento dell’umanità,
dei suoi sforzi e delle sue sofferenze per uscire
da una condizione dove regna solo la legge del
più forte. Chi cerca di relativizzare la
tortura ammettendone un suo uso limitato nei confronti
dei terroristi, non si rende conto che tra i crimini
contro l’umanità rientrano anche
quelli del terrorismo e anche i terroristi considerano
gli esseri umani come nuda vita, da distruggere
per fini propri. Ma un’infamia (il terrorismo)
non ne giustifica un’altra (la tortura).
2. L’altra grande questione che si sta ponendo
sempre più intensamente, in particolare
dopo l’11 settembre, riguarda il ruolo che
potrebbe svolgere la tortura per estorcere a un
terrorista che sa dove e quando una bomba è
stata collocata per scoppiare tra la folla, le
notizie atte a fermare un’eventuale strage.
Se attraverso una confessione estorta con violenza
si potessero salvare molte vite innocenti da un
attentato? La questione è certamente seria
e complessa. Si tratta di interrogativi che pongono
dilemmi etici non eludibili, ma non dimostrano
quello che vorrebbero dimostrare: che lo Stato
di diritto, in questi casi, è impotente
e che, perciò, occorre comprometterne i
principi in favore della sicurezza. Di fronte
a gravi e imminenti pericoli per sé e per
altri, gli atti ritenuti necessari per sventarli,
anche quelli che altrimenti sarebbero gravi reati,
diventano, infatti, giustificati non solo moralmente
ma anche giuridicamente, in forza del principio
dello “stato di necessità”,
un principio comune a tutti gli ordinamenti giuridici.
È dunque totalmente inutile, per questi
casi, invocare sospensioni o attenuazioni della
legalità. Quelle domande, però tendono
a giustificarne un’altra: precisamente,
parlano della violenza per sventare pericoli attuali
e certi (cosa per la quale non c’è
bisogno di alterare il sistema giuridico) e mirano
a giustificare la violenza come strumento d’inquisizione,
per estorcere informazioni e provocare confessioni
da usare nei processi. Una cosa è la violenza
come difesa occasionata da impellenti circostanze
di fatto; un’altra, come mezzo per condurre
indagini di polizia.
Ma la tortura, a questo ultimo fine, è
uno strumento efficace? Storicamente le possibili
zone d’ombra e di ambiguità sono
assai rilevanti.
Afferma sempre Zagrebelsky che la legittimità,
come la morale relativa o strumentale, dipende
dall’efficacia. La criminologia che da secoli
ha combattuto la sua battaglia per l’abolizione
della tortura ne dubita; i dubbi aumentano con
riguardo a organizzazioni criminali cementate
sul fanatismo.
Su chi non ha nulla da confessare, la violenza
è pura e semplice crudeltà che.
semmai, può indurre la vittima a inventare
qualsiasi cosa pur di far smettere le sofferenze
subite. Chi sa ed è forte tacerà
fino alla morte o dirà cose utili non a
indirizzare le indagini, ma a sviarle. Solo chi
sa e non è fortemente motivato forse parlerà.
Ma il terrorismo internazionale in particolare
quello islamico si avvale di terroristi che non
siano fortemente motivati? Non sono essi pronti
a morire? Non trovano anzi nella morte per la
causa la ragione del loro paradiso? Soprattutto,
si può pensare che le organizzazioni terroristiche
non prendano le cautele per evitare che i loro
agenti, una volta caduti nelle mani di una polizia
torturatrice, abbiano qualcosa da rivelare sotto
i tormenti? (ibidem)
I dirottatori dell’11 settembre, sembra
che non si conoscessero l’uno con l’altro.
Già la resistenza algerina, contro l’occupazione
francese, aveva ideato delle cellule di combattenti
a gruppi piramidali che non consentissero, se
catturati, di compromettere l’intera rete.
L’utilità per lo scopo dichiarato
è quantomeno incerta (nemmeno Abu Ghraib
e Guantanarno, con i suoi metodi, hanno prodotto
risultati); certa è invece la barbarie
che penetra nei rapporti civili.
Nel famigerato manuale sugli interrogatori, Kubark
manual, messo a punto dalla CIA già nel
1963 e derubricato nel 1977, una cosa appariva
chiara a tutti: qualunque droga o metodo pseudoscientifico
venisse utilizzato durante gli interrogatori,
i risultati variavano da persona a persona. Era
importante per gli esperti americani provare a
definire certi tipi di personalità e scoprire
quali metodi funzionavano meglio con ciascun tipo,
ma la divisione in categorie o gruppi di prigionieri
era di un’approssimazione ridicola. Si trattava
di categorie inutili. Ogni persona e ogni situazione
era diversa. Indirettamente il Kubark manual confermava
il rischio che la tortura liberasse i terroristi
particolarmente forti e condannasse gli innocenti
deboli, come avevano sempre affermato Verri e
Beccaria. Lo stesso sant’Agostino aveva
argomentato la condanna della tortura, spostando
l’attenzione del dibattito dall’inaffidabilità
dei risultati. all’inaccettabilità
della tortura sul piano giuridico-filosofico.
Nel De civitate Dei, egli aveva fatto riferimento
alla sperequazione esistente tra la genericità
di un’accusa non suffragata da prove sufficienti
a dimostrare la colpevolezza dell’imputato
e la dolorosa concretezza della pena corporale
inflitta proprio allo scopo preciso di colmare,
attraverso questa procedura, quello spazio di
dubbio e di incertezza che rendeva possibile il
giudizio di condanna. Si realizzava così
una sorta di inversione della razionalità,
in cui la pena inflitta diventava conseguenza
diretta dell’insufficienza delle prove di
accusa:
Mentre si esamina se un uomo sia innocente,
si tormenta, e per un delitto incerto dessi un
certissimo spasimo, non perché si sappia
che sia reo il paziente ma perché non si
sa se sia reo, quindi l’ignoranza del giudice
ricade nell’esterminio dell’innocente
(ibidem).
Anche Beccaria contrario all’uso della tortura
come mezzo di inquisizione e di prova, la considerava
espressione di una forza non legittimata sul piano
del diritto perché, affermava:
Un uomo non può chiamarsi reo prima
della sentenza del giudice, né la società
può toglierli la pubblica protezione, se
non quando sia deciso ch’egli abbia violato
i patti, coi quali fu accordata. Qual è
dunque quel diritto, se non quello della forza,
che dia la podestà a un giudice di dare
una pena a un cittadino, mentre si dubita se sia
reo o innocente?
(ibidem)
La tortura non solo assolverebbe, ma valorizzerebbe
violenza e sadismo che degradano le vittime e
ancor più gli autori; comporta prelevamenti
illegali di individui e segregazioni in luoghi
di detenzione segreti (i “buchi neri”);
richiede “esperti” addestrati all’uso
tecnico della violenza; ha bisogno di tribunali
speciali, processi senza pubblico e imputati senza
difesa di fronte a “prove” ottenute
con metodi da inquisizione; si conclude spesso
con l’eliminazione fisica dei soggetti a
fine trattamento, quando non servono più:
tutte implicazioni che mostrano l’assurdità
e il pericolo di voler ammettere la “tortura
con garanzie legali”.
I fini sarebbero così pervertiti: la tortura,
giustificata con ragioni di sicurezza, finirebbe
per istillare nella società violenza e
terrore; se non si era terrorista prima, è
probabile che lo si diventi dopo. Essa sembra
organizzata apposta per moltiplicare l’odio,
diffonderlo anche in chi ne era esente e ritorcerlo
contro coloro che l’hanno provocato. È
proprio vero che quando si dispiegano le bandiere
e suonano le trombette, i cervelli vanno in soffitta.
Dunque, conclude Zagrebelsky:
Un’immorale stupidità. Eppure
c’è chi non si ritrae con spavento
di fronte all’idea di un potere con licenza
di tortura. Forse è perché, consciamente
o inconsciamente, è persuaso che ciò
non potrà riguardare se stesso e i suoi
cari, ma solo gli “altri”, individui
come loro ma di altre etnie, religioni o convinzioni
politiche. Solo a questa condizione, si possono
fare discorsi “freddi” sulla violenza
e la sua utilità. Se così fosse,
dovremmo constatare che alla base dell’apologia
della tortura c’è un discorso falso:
non è tanto questione di sicurezza, quanto
di discriminazione razzista, religiosa, classista
o ideologica. E così s’accenderebbe
una luce ulteriormente sinistra.
Continua nel prossimo numero con la terza
ed ultima parte dell'introduzione al libro
Aldo Morrone, medico
dermatologo, direttore della Struttura Complessa
di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo
e di Dermatologia Tropicale dell’Istituto
San Gallicano (IRCCS) di Roma. Viene considerato
uno dei maggiori esperti mondiali di medicina
delle migrazioni, delle patologie tropicali e
della povertà. A partire dal 1985 si occupa
della tutela e promozione della salute delle popolazioni
immigrate e a maggior rischio di esclusione sociale
presenti in Italia. Da molti anni è impegnato
con la sua équipe multidisciplinare in
diversi progetti di cooperazione in campo clinico-scientifico,
educativo e sociale in Africa, nel Sud-Est asiatico
e in America Latina. È docente in numerose
università italiane e straniere e consulente
dell’Ufficio dell’OMS di Venezia su
Povertà, Salute e Sviluppo. È autore
di oltre cinquecento articoli scientifici e di
venti libri. Nel 2007 è stato nominato
Direttore Generale dell’Istituto Nazionale
per la Promozione della Salute delle Popolazioni
Migranti e per il contrasto delle Malattie della
Povertà.
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