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Riflessioni
Medicina
transculturale
"Oltre
la tortura. Percorsi di accoglienza
con rifugiati e vittime di tortura" -
Edizioni Magi
a
cura di Aldo Morrone
INMP, Istituto Nazionale per la promozione della
salute delle popolazioni Migranti e il contrasto
delle malattie della Povertà - Roma
Introduzione
Accogliere e prendersi cura
Una sfida del nostro tempo a Roma con persone
vittime di tortura.
Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello
strale
Che l’arco dello essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
Lo pane altrui, e come è duro calle
Lo scendere e ‘l salir per l’altrui
scale
DANTE, Paradiso, 17, 55-60
Prendersi cura nella marginalità
“Il governo degli Stati Uniti non tortura
nessuno. Noi rispettiamo la legge e i nostri impegni
internazionali”, così ha affermato
venerdì 5 ottobre 2007, George Bush, presidente
degli Stati Uniti, in un intervento inatteso dallo
Studio Ovale della Casa Bianca. Investito da numerose
accuse, dopo le rivelazioni del “New York
Times” sulle autorizzazioni segrete date
dal suo ex ministro della Giustizia, George Bush
ha provato a difendere le procedure di detenzione
e le tecniche d’interrogatorio seguite dalla
sua amministrazione contro i presunti terroristi.
“Quando troviamo qualcuno che possa avere
informazioni riguardanti un potenziale attacco
all’America”, ha spiegato Bush, “potete
scommettere che lo terremo in carcere e lo interrogheremo.
Il popolo americano si aspetta che noi otteniamo
informazioni utili a proteggerlo. Questo è
esattamente il nostro lavoro, lo stiamo facendo
e continueremo a farlo”.
Due pareri “top secret” del Dipartimento
di Giustizia risalenti al 2005, erano stati svelati
giovedì 4 ottobre dal quotidiano newyorkese.
Nel primo, l’allora procuratore capo e fedelissimo
di Bush, Alberto Gonzales, autorizzava l’uso
di botte in testa, quasi annegamenti conosciuti
come waterbording e temperature sotto lo zero
durante gli interrogatori di sospetti terroristi,
in palese negazione della posizione ufficiale
dell’Amministrazione, che nel dicembre 2004
aveva definito la tortura “abominevole”.
L’altro parere, di poco successivo, confermava
il precedente, affermando che le pratiche d’interrogatorio
della CIA non violavano la legge che bandiva “trattamenti
crudeli, disumani e degradanti”.
È incredibile come milioni di persone siano
ancora convinte che la tortura non sia più
un problema del nostro tempo e che magari rappresenti
solo un interesse storico, proprio nel paese che
ha dato i natali a Cesare Beccaria e al suo famoso
“Dei delitti e delle pene”.
È stato necessario, nel 2004, vedere riprodotte
su tutti i mezzi d’informazione le immagini
raccapriccianti dei prigionieri di Abu Ghraib,
per accorgersi drammaticamente che la tortura
e la vendetta e l’uso di azioni disumane
e degradanti non fosse così lontano da
noi.
Ho voluto riassumere l’inatteso e recentissimo
intervento di George Bush perché è
riportato da tutti i giornali del mondo e soprattutto
perché mi trovavo a Buenos Aires quando
è stato pronunciato e la stampa argentina
ha dato un gran risalto alle parole del presidente
statunitense.
L’Argentina è molto sensibile al
tema delle torture e della violenza, Plaza de
Majo è ancora testimone delle madri e delle
nonne che coraggiosamente hanno sfidato per anni
la dittatura dei generali argentini che avevano
fatto della tortura, del rapimento e dell’assassinio
una pratica quotidiana, dinanzi al silenzio dei
governi di numerosi, troppi paesi del mondo. Il
generale Videla rimarrà esempio perverso
della malvagità nella memoria di milioni
di argentini che hanno perso madri, mogli, fratelli,
sorelle e figli desaparecido. E poi c’è
un’altra ragione che mi ha spinto a riportare
le parole di Bush; ero a Buenos Aires invitato
a partecipare al XXI Congresso Mondiale di Dermatologia
e Venereologia, il quale prevedeva numerose letture
scientifiche, tra le quali una in particolare,
“Dermatology and Human Rights”, insieme
a un’altra dal titolo “Skin and Torture”
rendevano il tema dei diritti umani e della tortura
all’ordine del giorno anche in un congresso
mondiale apparentemente più interessato
alle tecniche di ringiovanimento cutaneo che ai
diritti umani. Eppure le nostre relazioni hanno
colto nel segno, suscitando tra le migliaia di
colleghi presenti, ammirazione e vergogna per
questo “Homo sapiens/demens” così
grande nello studio e nella ricerca scientifica
e così spregevole nell’uso di tecniche
scientifiche di tortura, attuate per distruggere
la vita e la dignità delle persone, talora
anche con l’intervento di medici.
Sono ormai trascorsi oltre venticinque anni dall’esperienza
della camera mortuaria dell’Istituto Dermosifìlopatico
Santa Maria e San Gallicano (IRCCS) di Roma, il
luogo “non luogo” per eccellenza,
dove ero costretto a visitare, fuori dell’orario
di servizio, i pazienti immigrati irregolari o
clandestini e quindi privi di documenti che ne
“attestassero l’esistenza”.
La scelta di accogliere decine e decine di migliaia
di persone, provenienti da più di centocinquanta
paesi del mondo, cercando di prendercene cura
e di curare le loro malattie psichiche o fisiche
che fossero, è stata sempre molto contrastata.
Eppure si tratta di persone immigrate,
sì, ma che sono “in regola”
con le leggi dell’universo, noi
non crediamo che esistano clandestini, perché
nessun essere vivente può essere definito
clandestino nell’universo! Accogliamo anche
zingari e nomadi, anziani pensionati a reddito
minimo, donne vittime della tratta della prostituzione,
minori non accompagnati, richiedenti asilo politico
e vittime di tortura. Abbiamo avuto e continuiamo
ad avere il privilegio di incontrare queste straordinarie
persone, soprattutto in un momento particolare
della loro vita, di sofferenza, paura e solitudine.
Per noi si tratta di persone, con le loro storie,
le loro malattie, le loro angosce, i loro sogni,
i loro progetti e le loro emozioni e sono avvenuti
centinaia di migliaia di incontri con un gruppo
di professionisti della salute, medici, infermieri,
psicologi, assistenti sociali, mediatori culturali,
sociologi, impiegati, addetti alle pulizie - tutti
infatti hanno contribuito, pur nella diversità
delle funzioni, ad accogliere queste persone -
per cercare di capirle e di visitarle con il rispetto
che si deve a ogni creatura umana, con le diverse
istanze culturali e religiose di cui ognuno è
portatore.
È un’avventura affascinate, incredibile
e umanamente straordinaria e drammatica. Come
non lasciarsi sopraffare dalle loro sofferenze,
talvolta dalle proporzioni antiche, dolori
indicibili e raccontati in lingue sconosciute,
con le mani, con gli occhi, con le lacrime, con
le urla, con la pelle, ma sempre profondi, così
profondi da non scorgerne mai la fine.
Da una parte abbiamo vissuto la complessità
di un incontro difficile, dall’altra parte
la nostra pubblica amministrazione si chiedeva
e forse si chiede ancora perché dentro
un ospedale pubblico, un istituto di ricerca scientifica,
si dovesse offrire un servizio di accoglienza
alla persona richiedente asilo politico e vittima
di tortura. Era inconcepibile! Il disinteresse
portato avanti in questi lunghi anni da parte
della nostra amministrazione è emerso più
volte, un’amministrazione che quando ha
potuto e voluto, è intervenuta con un sapiente
mix di minacce e “consigli amministrativi”
per farci smettere ogni attività che veniva
definita “extra-istituzionale”. Quante
pressioni abbiamo dovuto subire per poter semplicemente
“accogliere persone bisognose di cure, dentro
un istituto pubblico di ricerca”. Per anni
siamo stati richiamati perché smettessimo
di visitare persone prive di documenti in regola,
prive del “fatidico” permesso di soggiorno.
“Il nostro è un istituto scientifico,
che c’entrano i profughi e i torturati?!”.
Erano le espressioni di maggiore apertura ed eleganza
usate nei nostri confronti dalle numerose amministrazioni
che si sono succedute in questi venticinque anni,
pur con rarissime e lodevoli eccezioni. E così
partivano i controlli dei NAS, non per capire
perché l’unico luogo dove potessimo
visitare queste persone fosse la camera mortuaria,
di solito adibita ad altro scopo, ma perché
avessero una sorta di effetto intimidatorio, per
scoprire chissà che cosa. Cosa avevamo
da nascondere? Probabilmente le lacrime, il pianto,
le urla e la dignità di tante, troppe persone,
abbandonate al loro destino dalla “mancanza”
dei documenti “giusti”. Eppure al
momento della laurea in medicina e chirurgia ricordo
di aver ricevuto in maniera solenne il testo del
giuramento di Ippocrate: non mi vietava di visitare
alcuna persona. Anzi!
Si è trattato di anni duri, di lavoro svolto,
questo sì, in gran segreto; non potevamo
pubblicizzare un servizio, di fatto non solo irregolare,
ma clandestino.
Le stesse persone richiedenti asilo politico e
vittime di tortura, se gli si richiedeva quale
prestazione volessero ricevere, rispondevano pronti
“una visita dermatologica”, con grande
soddisfazione di tutti.
È incredibile come per prendersi cura delle
persone si sia stati costretti a organizzare un
“servizio clandestino” all’interno
di una struttura pubblica, cioè aperta
a tutti.
Fa parte di quei paradossi istituzionali che solo
chi lavora nel pubblico da oltre trent’anni
conosce, e per cui si riescono a curare le persone
solo inventandosi una struttura parallela a quella
esistente e istituzionale, ma così farraginosa
e burocratizzata da impedirne ogni funzione. E
al contempo ci si trova completamente “fuori
dell’istituzione sanitaria”. Siamo
stati considerati pericolosi, sovversivi, perché
in effetti “sovvertivamo” un’istituzione
paralizzata, cioè compivamo quotidianamente
un piccolo miracolo, nel cercare di farla camminare,
funzionare. Forse in altri ambienti si sarebbe
potuti diventare degli eroi: nell’istituzione
eravamo solo lavoratori extraistituzionali.
È stato forse proprio quell’“extra”
che alla fine ci ha appassionato, e ha coinvolto
un altro centinaio di colleghi specialisti nelle
discipline più diverse, con i quali abbiamo
deciso di intraprendere questo viaggio, senza
conoscere assolutamente dove ci avrebbe condotto.
Il nostro istituto scientifico ormai sclerotizzato
e non più capace di vedere che la domanda
di salute e dignità che veniva gridata
e urlata, a partire dalla nostra camera mortuaria,
era cambiata, non riusciva più a muoversi.
Si trattava allora di lasciare il porto sicuro
del nostro ospedale, per cercare di creare uno
spazio, sempre all’interno del servizio
pubblico, dai contorni poco chiari, ma che avesse
al centro, l’accoglienza, il prendersi
cura e la ricerca scientifica vera, che
utilizzasse quella scienza che condivide le proprie
scoperte e le proprie ricerche proprio a favore
delle persone più deboli, a rischio di
esclusione sociale e di emarginazione.
Abbiamo vissuto dunque, paradossalmente accanto
ai nostri pazienti, una grande condizione di marginalità.
Bell Hooks aveva scritto nel 1991 un interessante
saggio sull’elogio del margine. La marginalità
veniva percepita come qualcosa di più di
un semplice luogo di privazione, bensì
un luogo di radicale possibilità, uno spazio
di resistenza. Una marginalità strategica
per la produzione di un discorso contro-egemonico,
non solo nelle parole, ma anche nei modi di essere
e di vivere. Non quindi una marginalità
che si spera di perdere - lasciare o abbandonare
- via via che ci si avvicina al centro, ma piuttosto
un luogo in cui abitare, cui restare attaccati
e fedeli, perché di esso si nutre la nostra
capacità creativa e di resistenza. Un luogo
capace di offrirci la possibilità di una
prospettiva radicale da cui guardare, creare,
ricercare, immaginare alternative e altri mondi.
Un luogo non luogo come lo avrebbe definito Marc
Augé nel suo interessante volume “Nonluoghi”
del 1992.
Eppure dal margine, siamo partiti verso un altro
“non luogo”. Un viaggio durato
oltre venticinque anni e sempre in compagnia delle
persone cui continuavamo a dare “accoglienza
e cura”.
Non già un viaggio di Ulisse, il quale
sembra rappresentare il prototipo dell’eroe
avventuroso, per poi semplicemente mostrare di
voler tornare a casa, a Itaca e ritrovare le sue
certezze familiari e politiche. Forse si è
trattato di un altro viaggio, ancora in corso,
il viaggio di Abramo che non ha più l’età
per mettersi in viaggio, lascia le sue certezze,
i suoi poteri e si affida a una promessa che sa
di incredibile, si affida alle stelle.
Questo viaggio in mare aperto ci ha fatto incontrare
persone, non malati, bensì persone, talvolta
malate, altre volte vittime di tortura o della
tratta della prostituzione, ma sempre esseri umani.
Abbiamo imparato a evitare la sostantivizzazione
di un aggettivo che poteva uccidere. Non esistono
i tossicodipendenti, i malati, i carcerati, le
prostitute, ma le persone tossicodipendenti, le
persone malate, le persone detenute e le persone
vittime della tratta della prostituzione.
È quanto sottolinea Patrizia Comuzzi in
questo volume, quando afferma che ogni
relazione terapeutica dev’essere impostata
tenendo conto dell’unicità della
persona umana, cercando di non incasellarla
in una “categoria diagnostica” che
diventa in realtà una “categoria
culturale e simbolica”. Così come
non esistono i cardiopatici, i diabetici, gli
ipertesi, gli schizofrenici, cioè persone
identificate con una patologia di cui soffrono,
così non si può parlare di “vittime
di tortura”.
Denominando una persona in tal senso si pone l’attenzione
non alla sua globalità ma solo al problema
che la caratterizza, per quanto grave esso sia,
mettendo in assoluto secondo piano tutte le altre
caratteristiche, risorse, potenzialità
di cui ognuno è portatore.
Abbiamo incontrato persone e storie, piccole e
grandi, importanti e apparentemente banali, ci
siamo innamorati del profumo del mare, soprattutto
dell’alba, quando le persone e la realtà
che le circonda è ancora avviluppata dalle
ombre della notte che sta scomparendo e lascia,
con delicatezza, il suo posto al giorno, alla
luce - non alla luce accecante di mezzogiorno
che rende tutto bianco o nero, ma alla luce dell’alba
che sfuma la realtà complessa della vita,
per restituire il testimone, dopo il tramonto,
alla notte, che solo quando è profondamente
buia permette di cogliere la bellezza delle stelle,
in un gioco infinito di tempo e spazio.
Siamo stati contaminati dalle persone che abbiamo
accolto, dalle loro culture, dalle loro fedi,
dai loro colori e profumi. Non si tratta di aver
abbandonato le nostre certezze culturali e scientifiche
oltre che etiche, ma di averle rafforzate in una
girandola di colori e di emozioni, in un caleidoscopio
di passioni che vorremmo condividere con tutti.
Abbiamo imparato insieme a loro, la differenza
tra “curare le malattie” e “prendersi
cura delle persone”: nessuno ce lo aveva
insegnato alla facoltà dì medicina.
Tra le persone che abbiamo incontrato e che continuiamo
ad accogliere ci sono tanti, forse troppe persone
richiedenti asilo politico, rifugiate e vittime
di tortura. Non si tratta di sinonimi, a volte
una stessa persona può racchiudere più
di un’esperienza.
Presentiamo solo la casistica dei pazienti compresa
nel periodo di tempo 2002-2007. Non abbiamo inserito
le persone accolte e osservate precedentemente,
perché i dati non erano omogenei, trattandosi
di pazienti di cui non erano stati raccolti con
completezza di indagine, tutti gli elementi clinici,
epidemiologici e socio-culturali ottenuti invece
successivamente per ogni singola persona vittima
di tortura.
Questo volume non raccoglie tutte le storie delle
persone che in questi anni abbiamo incontrato,
ma solo alcune. Quelle che abbiamo ritenuto più
significative, ben sapendo che ogni storia personale
è importante e unica. Abbiamo voluto inoltre,
come si può osservare nei primi tre capitoli,
sottolineare la caratteristica di un servizio
multidisciplinare e transculturale, con la partecipazione
al setting non solo di medici, infermieri e psicologi,
ma anche di antropologi, sociologi, pedagogisti,
mediatori culturali e le stesse persone già
vittime di tortura, con la loro esperienza straordinaria.
Alla fine del libro abbiamo voluto allegare cartine
geografiche e informazioni su alcuni dei paesi
da cui provengono alcune delle persone vittime
di tortura, per cercare di contestualizzare anche
ogni storia personale, nel luogo e nel tempo in
cui essa si svolgeva.
Il tentativo che abbiamo voluto realizzare, e
speriamo di esserci riusciti, era non già
di scrivere un trattato sulla tortura e la sua
storia nel mondo, ma più semplicemente
di mantenere viva tra noi una memoria umana, culturale
e scientifica che altrimenti sarebbe andata perduta.
Il limite della nostra attività spesso
era dato dalla contingenza di dover accogliere,
visitare, curare e studiare una persona per poter
poi compilare una certificazione, certamente ben
fatta, che poteva rappresentare la sua unica speranza
di ottenere quello “status” di richiedente
asilo, che gli avrebbe permesso di avviare un
nuovo percorso di vita. Questo compito, pur importante,
correva il rischio di farci disperdere una memoria
di incontri, di storie, di riflessioni e di emozioni.
Un altro elemento che ci ha spinto a voler dare
alle stampe questa testimonianza è la profonda
indignazione che nel contempo abbiamo sperimentato
e che ancora viviamo quando cerchiamo di accogliere
queste persone e ascoltiamo le loro storie e poi
verifichiamo la loro sconcertante autenticità.
L’indignazione, come afferma Filippo Gentiloni
in un bel libro dal titolo "Abramo contro
Ulisse", fa parte ormai delle piccole cose
inutili di cui si è apparentemente persa
traccia. Si tratta di un’esperienza rara
al giorno d’oggi, giorni di omologazioni,
di appiattimenti, di pensiero debole, di minimi
comuni denominatori, di paure delle differenze
che emarginano.
Troppe volte non resta che indignarsi, ma sembra
che non ne valga la pena: che cosa cambia? Un’altra
scelta apparentemente inutile, privata, senza
sbocchi, né pubblici né politici.
Eppure non è così. Indignazione
o sdegno. Due varianti famose: ira e rabbia. La
prima, più nobile, più interiore;
la seconda, più volgare ed esteriore. La
prima riguarda il cuore (le viscere dicevano i
testi antichi), e spinge a grandi cose. Ne sono
piene la Bibbia, ma anche l’iliade e l’Odissea
e la tragedia greca.
La rabbia, esprime piuttosto gesti incontrollati,
passaggio dalla parte della ragione a quella del
torto. Se l’ira è sorella del coraggio,
la rabbia sembra esserlo della follia, di cui
comunque non si può dimenticare l’elogio
tessuto da Erasmo da Rotterdam.
Oggi comunque abbiamo scoperto che l’indignazione
non solo non è di moda ma è considerata
sostanzialmente inutile. Non è più
di moda, neppure nella cultura e negli atteggiamenti
di quella parte politica che sembra averla dimenticata
insieme a quella rabbia che per decenni ha riempito
i cuori del movimento operaio. Indignazione per
le ingiustizie subite, per la forbice fra ricchi
e poveri, fra padroni sempre più ricchi
e operai forse meno poveri di prima, ma non meno
socialmente e politicamente impotenti, e soprattutto
oggi sotto la spada della flessibilità.
Indignazione perché si tratta di persone
senza soldi e soprattutto senza dignità
e senza voce. Noi abbiamo sentito prepotentemente
questa indignazione per un mondo, più ampio
di quanto comunemente si possa credere, che tortura
i suoi oppositori, nell’indifferenza di
quei governi e di quei movimenti che si ostinano
a non voler lanciare lo sguardo oltre i propri
confini.
Abbiamo così deciso di “prenderci
cura” delle persone richiedenti asilo politico,
rifugiati e vittime di tortura, cercando di accoglierle
e poi di ricomporre le loro lacerazioni, i loro
frammenti di vita e in ultimo curare le loro patologie.
“Prenderci cura” ha rappresentato
un’esperienza clinica e antropologica molto
più complessa che “curare”.
La mancanza di cura, o meglio del prendersi cura,
rappresenta un terribile marchio del nostro tempo.
Forse, a partire proprio dall’11 settembre
2001, ormai sono troppi i sintomi della crisi
di civiltà. Vi è noncuranza e abbandono
dei sogni di generosità, aggravati dall’egemonia
del neo-liberismo abbinato all’individualismo
e all’esaltazione della proprietà
privata che ne conseguono e al grande tema della
sicurezza cui tutto deve essere condizionato.
Si disprezza la tradizione di solidarietà.
Non si tiene conto degli ideali di libertà
e di dignità per tutti gli esseri umani,
a partire dai più apparentemente inutili.
Predomina la società dello spettacolo,
dell’apparenza, dell’avere, rispetto
all’essere o al saper essere.
Da ogni parte viene espresso il desiderio di una
nuova alleanza di pace perenne con tutte le specie
e con la Terra. Questo nuovo contratto sociale,
afferma Leonardo Boff in “Il creato in una
carezza”, trova la sua radice nella partecipazione
rispettosa del maggior numero possibile di persone
e di popoli, nella valorizzazione delle differenze,
nell’accoglienza delle complementarità
e nella convergenza costruita accogliendo la diversità
delle culture, dei modelli di produzione, delle
tradizioni e dei diversi significati della vita.
Si sente l’urgenza di un nuovo “ethos”
che nel suo significato originario greco indica
anche la tana dell’animale o la casa umana,
quindi quella parte del mondo che viene riservata
per organizzare, curare e realizzare il nostro
habitat.
Ma di quale ethos avremmo bisogno? Cosa si contrappone
alla mancanza di cura, al disinteresse e all’abbandono,
in particolare di persone vittime della tortura?
È la cura che si oppone all’incuria.
La cura rappresenta un atteggiamento di impegno,
di responsabilizzazione e di coinvolgimento affettivo
con l’altro e non di mero oggetto di terapie,
farmacologiche o psicologiche che siano. Martin
Heidegger nel suo famoso libro Essere e tempo
(1927), scrive:
La cura, in quanto totalità strutturale
unitaria, è situata, esistenzialmente-apriormente,
“prima” di ogni “comportamento”
e “situazione” dell’Esserci,
cioè essa è sempre già in
ognuno di questi fenomeni.
Questo significa che la cura la troviamo nella
radice primaria dell’essere umano, prima
che egli faccia qualsiasi cosa. Senza la cura
cesserebbe quindi di essere umano.
Sempre secondo Heidegger, la cura sta a indicare
un fenomeno ontologico-esistenziale fondamentale,
in altre parole un fenomeno che è la base
che rende possibile l’esistenza umana in
quanto umana, sempre in relazione, poiché
fuori della relazione nulla esiste. L’essere
umano è un essere che si prende cura, o
meglio ancora, la sua essenza è nella cura;
tanto più se si è medici, infermieri,
psicologi e operatori della salute.
Prendersi cura delle persone significa
avere intimità, sentirsi dentro, accoglierle,
rispettarle, dare loro quiete e tranquillità.
Prendersi cura significa entrare in sintonia con,
auscultare il loro ritmo ed essere in armonia
con loro. La ragione analitico-strumentale
lascia il posto alla ragione-cordiale, all’“esprit
de finesse”, allo spirito di delicatezza,
al sentimento profondo. La centralità non
è più occupata dal logos-ragione,
ma dal pathos-sentimento. Tutti ci sentiamo col-legati
gli uni con gli altri, formando un tutto organico
unico, diverso e sempre in-cludente, mai es-cludente.
La cura è stata diffamata come femminilizzazione
dell’agire umano, come impedimento all’oggettività
nella comprensione e come ostacolo all’efficienza.
Eppure non è così. Si è perduta
la visione dell’essere umano come essere-di-relazioni
illimitate, essere capace di creatività,
di tenerezza, di cura, di spiritualità,
portatore di un progetto infinito.
Diventa così evidente che il dato originario
non è il logos, la ragione e le strutture
del capire, ma il pathos, il sentimento, la capacità
di simpatia ed empatia, la dedizione, la premura
e la comunione con il diverso.
Chi non ricorda il segreto che la volpe rivela
al Piccolo principe di Antoine de Saint Exupéry,
prima della sua partenza definitiva verso il suo
piccolo pianeta: “L’essenziale
è invisibile agli occhi, non si vede bene
che con il cuore”. È il
sentimento che rende persone, cose e situazioni
importanti per noi. Questo sentimento profondo
si chiama “cura”.
Come afferma Boffi, più che il cartesiano
cogìto ergo sum, “penso,
dunque esisto”, vale il sentio ergo
sum, “sento, dunque esisto”.
Dovremmo sempre più sviluppare un atteggiamento
di ascolto, non solo delle persone che si rivolgono
a noi, ma sperimentare un sentimento profondo
di attenzione all’ambiente e in definitiva
alla natura. L’essere umano deve sentirsi
natura. Quanto più si immerge in essa,
tanto più sente quanto deve cambiare e
quanto deve conservare nella sua vita e nelle
sue relazioni dell’afflato vitale dell’universo.
C’è un aspetto spesso non considerato
nelle relazioni umane, in particolare tra operatori
della salute intesa in ogni sua accezione e le
persone che si affidano a noi, pazienti o malati
che dir si voglia: la tenerezza.
Quella tenerezza vitale che è sinonimo
della cura essenziale. La tenerezza è l’affetto
che doniamo alle persone e la cura che dedichiamo
alle situazioni esistenziali.
La tenerezza è la cura senza ossessione:
include anche il lavoro, non come mera produzione
utilitaria, ma come opera che manifesta la creatività
e l’autorealizzazione della persona. Essa
non rinuncia al rigore nella conoscenza. E un
affetto che, alla sua maniera, è anche
conoscenza. Di fatto noi conosciamo solo quando
nutriamo affetto e ci sentiamo coinvolti con quanto
vogliamo conoscere. La tenerezza può e
deve convivere con l’impegno estremo per
una causa, come fu dimostrato in modo esemplare
da Che Guevara. Di lui conserviamo quella sentenza
ispiratrice “Hay que endurecer pero sin
perder la ternura jamàs” (Dobbiamo
diventare duri, ma senza perdere la tenerezza).
La tenerezza emerge dall’atto stesso di
esistere con gli altri nel mondo. Non esistiamo,
co-esistiamo, con-viviamo e siamo in comunione
con le realtà più immediate.
Blaise Pascal ha introdotto un’importante
distinzione per aiutarci a comprendere meglio
la cura e la tenerezza: l’esprit de
finesse e l’esprit de géometrie.
L’esprit de finesse è lo spirito
di finezza, di sensibilità, di cura e di
tenerezza. L’esprit de géometrie
è lo spirito calcolatore e attivista interessato
all’efficacia e al potere. Da lì
deriva anche il vuoto terrificante della nostra
cultura “geometrica” con la sua pletora
di sensazioni ma senza esperienze profonde.
La differenza profonda nell’esperienza realizzata
al San Gallicano con le vittime di tortura, rispetto
ad analoghe esperienze altrove, risiede nel tentativo
di percepire la persona vittima come un
frammento dell’universo, di quell’energia
vitale proveniente dalle stelle, che altri hanno
tentato di distruggere. Nella pratica
della tortura non c’è solo il tentativo
dell’annientamento dell’altro, ma
anche la negazione della vita, così come
si è andata formando negli ultimi miliardi
di anni, dall’attimo del Big Bang. Per cui,
l’accoglienza dell’altro, il volto
dell’altro, richiamano la scintilla della
vita, che sul nostro pianeta, con grande difficoltà,
sbocciò 4,5 miliardi di anni fa. La tortura,
in ogni tempo, rappresenta la distruzione della
vita, in ogni sua forma.
Il volto dell’altro rende impossibile l’indifferenza.
Il viso dell’altro mi obbliga a prendere
posizione perché parla, pro-voca, e-voca
e con-voca soprattutto il volto del povero, del
malato, della persona malata mentale, della persona
emarginata e della persona esclusa. Il volto e
lo sguardo lanciano sempre una pro-posta alla
ricerca di una ri-sposta. Nasce così una
res-ponsabilità, l’obbligo di dare
ris-poste. Qui troviamo il luogo di nascita dell’etica,
che risiede in questa relazione di res-ponsabilità
davanti al volto dell’altro, in modo particolare
di chi è maggiormente “altro”,
come l’oppresso, l’immigrato irregolare,
la persona senza fissa dimora, i richiedenti asilo
politico, le vittime della tratta della prostituzione
e della tortura.
Ma esiste ancora la tortura?
Continua nel prossimo numero con “La
tortura tra storia e attualità”
Aldo Morrone, medico
dermatologo, direttore della Struttura Complessa
di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo
e di Dermatologia Tropicale dell’Istituto
San Gallicano (IRCCS) di Roma. Viene considerato
uno dei maggiori esperti mondiali di medicina
delle migrazioni, delle patologie tropicali e
della povertà. A partire dal 1985 si occupa
della tutela e promozione della salute delle popolazioni
immigrate e a maggior rischio di esclusione sociale
presenti in Italia. Da molti anni è impegnato
con la sua équipe multidisciplinare in
diversi progetti di cooperazione in campo clinico-scientifico,
educativo e sociale in Africa, nel Sud-Est asiatico
e in America Latina. È docente in numerose
università italiane e straniere e consulente
dell’Ufficio dell’OMS di Venezia su
Povertà, Salute e Sviluppo. È autore
di oltre cinquecento articoli scientifici e di
venti libri. Nel 2007 è stato nominato
Direttore Generale dell’Istituto Nazionale
per la Promozione della Salute delle Popolazioni
Migranti e per il contrasto delle Malattie della
Povertà.
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Percorsi di accoglienza con rifugiati e vittime
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Accogliere e prendersi cura. a cura di Aldo
Morrone
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Un'arte per la salute. di Giorgio Mortini
- Salute
mentale: La sofferenza mentale tra relazione d’aiuto
e assistenza. di Carla Ginanneschi
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