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Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
Che l’arco dello essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
Lo pane altrui, e come è duro calle
Lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale
DANTE, Paradiso, 17, 55-60

Prendersi cura nella marginalità


“Il governo degli Stati Uniti non tortura nessuno. Noi rispettiamo la legge e i nostri impegni internazionali”, così ha affermato venerdì 5 ottobre 2007, George Bush, presidente degli Stati Uniti, in un intervento inatteso dallo Studio Ovale della Casa Bianca. Investito da numerose accuse, dopo le rivelazioni del “New York Times” sulle autorizzazioni segrete date dal suo ex ministro della Giustizia, George Bush ha provato a difendere le procedure di detenzione e le tecniche d’interrogatorio seguite dalla sua amministrazione contro i presunti terroristi.
“Quando troviamo qualcuno che possa avere informazioni riguardanti un potenziale attacco all’America”, ha spiegato Bush, “potete scommettere che lo terremo in carcere e lo interrogheremo. Il popolo americano si aspetta che noi otteniamo informazioni utili a proteggerlo. Questo è esattamente il nostro lavoro, lo stiamo facendo e continueremo a farlo”.
Due pareri “top secret” del Dipartimento di Giustizia risalenti al 2005, erano stati svelati giovedì 4 ottobre dal quotidiano newyorkese. Nel primo, l’allora procuratore capo e fedelissimo di Bush, Alberto Gonzales, autorizzava l’uso di botte in testa, quasi annegamenti conosciuti come waterbording e temperature sotto lo zero durante gli interrogatori di sospetti terroristi, in palese negazione della posizione ufficiale dell’Amministrazione, che nel dicembre 2004 aveva definito la tortura “abominevole”. L’altro parere, di poco successivo, confermava il precedente, affermando che le pratiche d’interrogatorio della CIA non violavano la legge che bandiva “trattamenti crudeli, disumani e degradanti”.
È incredibile come milioni di persone siano ancora convinte che la tortura non sia più un problema del nostro tempo e che magari rappresenti solo un interesse storico, proprio nel paese che ha dato i natali a Cesare Beccaria e al suo famoso “Dei delitti e delle pene”.
È stato necessario, nel 2004, vedere riprodotte su tutti i mezzi d’informazione le immagini raccapriccianti dei prigionieri di Abu Ghraib, per accorgersi drammaticamente che la tortura e la vendetta e l’uso di azioni disumane e degradanti non fosse così lontano da noi.
Ho voluto riassumere l’inatteso e recentissimo intervento di George Bush perché è riportato da tutti i giornali del mondo e soprattutto perché mi trovavo a Buenos Aires quando è stato pronunciato e la stampa argentina ha dato un gran risalto alle parole del presidente statunitense.
L’Argentina è molto sensibile al tema delle torture e della violenza, Plaza de Majo è ancora testimone delle madri e delle nonne che coraggiosamente hanno sfidato per anni la dittatura dei generali argentini che avevano fatto della tortura, del rapimento e dell’assassinio una pratica quotidiana, dinanzi al silenzio dei governi di numerosi, troppi paesi del mondo. Il generale Videla rimarrà esempio perverso della malvagità nella memoria di milioni di argentini che hanno perso madri, mogli, fratelli, sorelle e figli desaparecido. E poi c’è un’altra ragione che mi ha spinto a riportare le parole di Bush; ero a Buenos Aires invitato a partecipare al XXI Congresso Mondiale di Dermatologia e Venereologia, il quale prevedeva numerose letture scientifiche, tra le quali una in particolare, “Dermatology and Human Rights”, insieme a un’altra dal titolo “Skin and Torture” rendevano il tema dei diritti umani e della tortura all’ordine del giorno anche in un congresso mondiale apparentemente più interessato alle tecniche di ringiovanimento cutaneo che ai diritti umani. Eppure le nostre relazioni hanno colto nel segno, suscitando tra le migliaia di colleghi presenti, ammirazione e vergogna per questo “Homo sapiens/demens” così grande nello studio e nella ricerca scientifica e così spregevole nell’uso di tecniche scientifiche di tortura, attuate per distruggere la vita e la dignità delle persone, talora anche con l’intervento di medici.

Sono ormai trascorsi oltre venticinque anni dall’esperienza della camera mortuaria dell’Istituto Dermosifìlopatico Santa Maria e San Gallicano (IRCCS) di Roma, il luogo “non luogo” per eccellenza, dove ero costretto a visitare, fuori dell’orario di servizio, i pazienti immigrati irregolari o clandestini e quindi privi di documenti che ne “attestassero l’esistenza”. La scelta di accogliere decine e decine di migliaia di persone, provenienti da più di centocinquanta paesi del mondo, cercando di prendercene cura e di curare le loro malattie psichiche o fisiche che fossero, è stata sempre molto contrastata. Eppure si tratta di persone immigrate, sì, ma che sono “in regola” con le leggi dell’universo, noi non crediamo che esistano clandestini, perché nessun essere vivente può essere definito clandestino nell’universo! Accogliamo anche zingari e nomadi, anziani pensionati a reddito minimo, donne vittime della tratta della prostituzione, minori non accompagnati, richiedenti asilo politico e vittime di tortura. Abbiamo avuto e continuiamo ad avere il privilegio di incontrare queste straordinarie persone, soprattutto in un momento particolare della loro vita, di sofferenza, paura e solitudine.
Per noi si tratta di persone, con le loro storie, le loro malattie, le loro angosce, i loro sogni, i loro progetti e le loro emozioni e sono avvenuti centinaia di migliaia di incontri con un gruppo di professionisti della salute, medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, mediatori culturali, sociologi, impiegati, addetti alle pulizie - tutti infatti hanno contribuito, pur nella diversità delle funzioni, ad accogliere queste persone - per cercare di capirle e di visitarle con il rispetto che si deve a ogni creatura umana, con le diverse istanze culturali e religiose di cui ognuno è portatore.
È un’avventura affascinate, incredibile e umanamente straordinaria e drammatica. Come non lasciarsi sopraffare dalle loro sofferenze, talvolta dalle proporzioni antiche, dolori indicibili e raccontati in lingue sconosciute, con le mani, con gli occhi, con le lacrime, con le urla, con la pelle, ma sempre profondi, così profondi da non scorgerne mai la fine.
Da una parte abbiamo vissuto la complessità di un incontro difficile, dall’altra parte la nostra pubblica amministrazione si chiedeva e forse si chiede ancora perché dentro un ospedale pubblico, un istituto di ricerca scientifica, si dovesse offrire un servizio di accoglienza alla persona richiedente asilo politico e vittima di tortura. Era inconcepibile! Il disinteresse portato avanti in questi lunghi anni da parte della nostra amministrazione è emerso più volte, un’amministrazione che quando ha potuto e voluto, è intervenuta con un sapiente mix di minacce e “consigli amministrativi” per farci smettere ogni attività che veniva definita “extra-istituzionale”. Quante pressioni abbiamo dovuto subire per poter semplicemente “accogliere persone bisognose di cure, dentro un istituto pubblico di ricerca”. Per anni siamo stati richiamati perché smettessimo di visitare persone prive di documenti in regola, prive del “fatidico” permesso di soggiorno. “Il nostro è un istituto scientifico, che c’entrano i profughi e i torturati?!”. Erano le espressioni di maggiore apertura ed eleganza usate nei nostri confronti dalle numerose amministrazioni che si sono succedute in questi venticinque anni, pur con rarissime e lodevoli eccezioni. E così partivano i controlli dei NAS, non per capire perché l’unico luogo dove potessimo visitare queste persone fosse la camera mortuaria, di solito adibita ad altro scopo, ma perché avessero una sorta di effetto intimidatorio, per scoprire chissà che cosa. Cosa avevamo da nascondere? Probabilmente le lacrime, il pianto, le urla e la dignità di tante, troppe persone, abbandonate al loro destino dalla “mancanza” dei documenti “giusti”. Eppure al momento della laurea in medicina e chirurgia ricordo di aver ricevuto in maniera solenne il testo del giuramento di Ippocrate: non mi vietava di visitare alcuna persona. Anzi!
Si è trattato di anni duri, di lavoro svolto, questo sì, in gran segreto; non potevamo pubblicizzare un servizio, di fatto non solo irregolare, ma clandestino.
Le stesse persone richiedenti asilo politico e vittime di tortura, se gli si richiedeva quale prestazione volessero ricevere, rispondevano pronti “una visita dermatologica”, con grande soddisfazione di tutti.
È incredibile come per prendersi cura delle persone si sia stati costretti a organizzare un “servizio clandestino” all’interno di una struttura pubblica, cioè aperta a tutti.
Fa parte di quei paradossi istituzionali che solo chi lavora nel pubblico da oltre trent’anni conosce, e per cui si riescono a curare le persone solo inventandosi una struttura parallela a quella esistente e istituzionale, ma così farraginosa e burocratizzata da impedirne ogni funzione. E al contempo ci si trova completamente “fuori dell’istituzione sanitaria”. Siamo stati considerati pericolosi, sovversivi, perché in effetti “sovvertivamo” un’istituzione paralizzata, cioè compivamo quotidianamente un piccolo miracolo, nel cercare di farla camminare, funzionare. Forse in altri ambienti si sarebbe potuti diventare degli eroi: nell’istituzione eravamo solo lavoratori extraistituzionali.
È stato forse proprio quell’“extra” che alla fine ci ha appassionato, e ha coinvolto un altro centinaio di colleghi specialisti nelle discipline più diverse, con i quali abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio, senza conoscere assolutamente dove ci avrebbe condotto. Il nostro istituto scientifico ormai sclerotizzato e non più capace di vedere che la domanda di salute e dignità che veniva gridata e urlata, a partire dalla nostra camera mortuaria, era cambiata, non riusciva più a muoversi. Si trattava allora di lasciare il porto sicuro del nostro ospedale, per cercare di creare uno spazio, sempre all’interno del servizio pubblico, dai contorni poco chiari, ma che avesse al centro, l’accoglienza, il prendersi cura e la ricerca scientifica vera, che utilizzasse quella scienza che condivide le proprie scoperte e le proprie ricerche proprio a favore delle persone più deboli, a rischio di esclusione sociale e di emarginazione.
Abbiamo vissuto dunque, paradossalmente accanto ai nostri pazienti, una grande condizione di marginalità.
Bell Hooks aveva scritto nel 1991 un interessante saggio sull’elogio del margine. La marginalità veniva percepita come qualcosa di più di un semplice luogo di privazione, bensì un luogo di radicale possibilità, uno spazio di resistenza. Una marginalità strategica per la produzione di un discorso contro-egemonico, non solo nelle parole, ma anche nei modi di essere e di vivere. Non quindi una marginalità che si spera di perdere - lasciare o abbandonare - via via che ci si avvicina al centro, ma piuttosto un luogo in cui abitare, cui restare attaccati e fedeli, perché di esso si nutre la nostra capacità creativa e di resistenza. Un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, ricercare, immaginare alternative e altri mondi. Un luogo non luogo come lo avrebbe definito Marc Augé nel suo interessante volume “Nonluoghi” del 1992.
Eppure dal margine, siamo partiti verso un altro “non luogo”. Un viaggio durato oltre venticinque anni e sempre in compagnia delle persone cui continuavamo a dare “accoglienza e cura”.
Non già un viaggio di Ulisse, il quale sembra rappresentare il prototipo dell’eroe avventuroso, per poi semplicemente mostrare di voler tornare a casa, a Itaca e ritrovare le sue certezze familiari e politiche. Forse si è trattato di un altro viaggio, ancora in corso, il viaggio di Abramo che non ha più l’età per mettersi in viaggio, lascia le sue certezze, i suoi poteri e si affida a una promessa che sa di incredibile, si affida alle stelle.
Questo viaggio in mare aperto ci ha fatto incontrare persone, non malati, bensì persone, talvolta malate, altre volte vittime di tortura o della tratta della prostituzione, ma sempre esseri umani. Abbiamo imparato a evitare la sostantivizzazione di un aggettivo che poteva uccidere. Non esistono i tossicodipendenti, i malati, i carcerati, le prostitute, ma le persone tossicodipendenti, le persone malate, le persone detenute e le persone vittime della tratta della prostituzione.
È quanto sottolinea Patrizia Comuzzi in questo volume, quando afferma che ogni relazione terapeutica dev’essere impostata tenendo conto dell’unicità della persona umana, cercando di non incasellarla in una “categoria diagnostica” che diventa in realtà una “categoria culturale e simbolica”. Così come non esistono i cardiopatici, i diabetici, gli ipertesi, gli schizofrenici, cioè persone identificate con una patologia di cui soffrono, così non si può parlare di “vittime di tortura”.
Denominando una persona in tal senso si pone l’attenzione non alla sua globalità ma solo al problema che la caratterizza, per quanto grave esso sia, mettendo in assoluto secondo piano tutte le altre caratteristiche, risorse, potenzialità di cui ognuno è portatore.

Abbiamo incontrato persone e storie, piccole e grandi, importanti e apparentemente banali, ci siamo innamorati del profumo del mare, soprattutto dell’alba, quando le persone e la realtà che le circonda è ancora avviluppata dalle ombre della notte che sta scomparendo e lascia, con delicatezza, il suo posto al giorno, alla luce - non alla luce accecante di mezzogiorno che rende tutto bianco o nero, ma alla luce dell’alba che sfuma la realtà complessa della vita, per restituire il testimone, dopo il tramonto, alla notte, che solo quando è profondamente buia permette di cogliere la bellezza delle stelle, in un gioco infinito di tempo e spazio.
Siamo stati contaminati dalle persone che abbiamo accolto, dalle loro culture, dalle loro fedi, dai loro colori e profumi. Non si tratta di aver abbandonato le nostre certezze culturali e scientifiche oltre che etiche, ma di averle rafforzate in una girandola di colori e di emozioni, in un caleidoscopio di passioni che vorremmo condividere con tutti.
Abbiamo imparato insieme a loro, la differenza tra “curare le malattie” e “prendersi cura delle persone”: nessuno ce lo aveva insegnato alla facoltà dì medicina.
Tra le persone che abbiamo incontrato e che continuiamo ad accogliere ci sono tanti, forse troppe persone richiedenti asilo politico, rifugiate e vittime di tortura. Non si tratta di sinonimi, a volte una stessa persona può racchiudere più di un’esperienza.
Presentiamo solo la casistica dei pazienti compresa nel periodo di tempo 2002-2007. Non abbiamo inserito le persone accolte e osservate precedentemente, perché i dati non erano omogenei, trattandosi di pazienti di cui non erano stati raccolti con completezza di indagine, tutti gli elementi clinici, epidemiologici e socio-culturali ottenuti invece successivamente per ogni singola persona vittima di tortura.
Questo volume non raccoglie tutte le storie delle persone che in questi anni abbiamo incontrato, ma solo alcune. Quelle che abbiamo ritenuto più significative, ben sapendo che ogni storia personale è importante e unica. Abbiamo voluto inoltre, come si può osservare nei primi tre capitoli, sottolineare la caratteristica di un servizio multidisciplinare e transculturale, con la partecipazione al setting non solo di medici, infermieri e psicologi, ma anche di antropologi, sociologi, pedagogisti, mediatori culturali e le stesse persone già vittime di tortura, con la loro esperienza straordinaria. Alla fine del libro abbiamo voluto allegare cartine geografiche e informazioni su alcuni dei paesi da cui provengono alcune delle persone vittime di tortura, per cercare di contestualizzare anche ogni storia personale, nel luogo e nel tempo in cui essa si svolgeva.
Il tentativo che abbiamo voluto realizzare, e speriamo di esserci riusciti, era non già di scrivere un trattato sulla tortura e la sua storia nel mondo, ma più semplicemente di mantenere viva tra noi una memoria umana, culturale e scientifica che altrimenti sarebbe andata perduta. Il limite della nostra attività spesso era dato dalla contingenza di dover accogliere, visitare, curare e studiare una persona per poter poi compilare una certificazione, certamente ben fatta, che poteva rappresentare la sua unica speranza di ottenere quello “status” di richiedente asilo, che gli avrebbe permesso di avviare un nuovo percorso di vita. Questo compito, pur importante, correva il rischio di farci disperdere una memoria di incontri, di storie, di riflessioni e di emozioni.
Un altro elemento che ci ha spinto a voler dare alle stampe questa testimonianza è la profonda indignazione che nel contempo abbiamo sperimentato e che ancora viviamo quando cerchiamo di accogliere queste persone e ascoltiamo le loro storie e poi verifichiamo la loro sconcertante autenticità.
L’indignazione, come afferma Filippo Gentiloni in un bel libro dal titolo "Abramo contro Ulisse", fa parte ormai delle piccole cose inutili di cui si è apparentemente persa traccia. Si tratta di un’esperienza rara al giorno d’oggi, giorni di omologazioni, di appiattimenti, di pensiero debole, di minimi comuni denominatori, di paure delle differenze che emarginano.
Troppe volte non resta che indignarsi, ma sembra che non ne valga la pena: che cosa cambia? Un’altra scelta apparentemente inutile, privata, senza sbocchi, né pubblici né politici. Eppure non è così. Indignazione o sdegno. Due varianti famose: ira e rabbia. La prima, più nobile, più interiore; la seconda, più volgare ed esteriore. La prima riguarda il cuore (le viscere dicevano i testi antichi), e spinge a grandi cose. Ne sono piene la Bibbia, ma anche l’iliade e l’Odissea e la tragedia greca.
La rabbia, esprime piuttosto gesti incontrollati, passaggio dalla parte della ragione a quella del torto. Se l’ira è sorella del coraggio, la rabbia sembra esserlo della follia, di cui comunque non si può dimenticare l’elogio tessuto da Erasmo da Rotterdam.
Oggi comunque abbiamo scoperto che l’indignazione non solo non è di moda ma è considerata sostanzialmente inutile. Non è più di moda, neppure nella cultura e negli atteggiamenti di quella parte politica che sembra averla dimenticata insieme a quella rabbia che per decenni ha riempito i cuori del movimento operaio. Indignazione per le ingiustizie subite, per la forbice fra ricchi e poveri, fra padroni sempre più ricchi e operai forse meno poveri di prima, ma non meno socialmente e politicamente impotenti, e soprattutto oggi sotto la spada della flessibilità.
Indignazione perché si tratta di persone senza soldi e soprattutto senza dignità e senza voce. Noi abbiamo sentito prepotentemente questa indignazione per un mondo, più ampio di quanto comunemente si possa credere, che tortura i suoi oppositori, nell’indifferenza di quei governi e di quei movimenti che si ostinano a non voler lanciare lo sguardo oltre i propri confini.
Abbiamo così deciso di “prenderci cura” delle persone richiedenti asilo politico, rifugiati e vittime di tortura, cercando di accoglierle e poi di ricomporre le loro lacerazioni, i loro frammenti di vita e in ultimo curare le loro patologie. “Prenderci cura” ha rappresentato un’esperienza clinica e antropologica molto più complessa che “curare”.
La mancanza di cura, o meglio del prendersi cura, rappresenta un terribile marchio del nostro tempo. Forse, a partire proprio dall’11 settembre 2001, ormai sono troppi i sintomi della crisi di civiltà. Vi è noncuranza e abbandono dei sogni di generosità, aggravati dall’egemonia del neo-liberismo abbinato all’individualismo e all’esaltazione della proprietà privata che ne conseguono e al grande tema della sicurezza cui tutto deve essere condizionato. Si disprezza la tradizione di solidarietà. Non si tiene conto degli ideali di libertà e di dignità per tutti gli esseri umani, a partire dai più apparentemente inutili. Predomina la società dello spettacolo, dell’apparenza, dell’avere, rispetto all’essere o al saper essere.
Da ogni parte viene espresso il desiderio di una nuova alleanza di pace perenne con tutte le specie e con la Terra. Questo nuovo contratto sociale, afferma Leonardo Boff in “Il creato in una carezza”, trova la sua radice nella partecipazione rispettosa del maggior numero possibile di persone e di popoli, nella valorizzazione delle differenze, nell’accoglienza delle complementarità e nella convergenza costruita accogliendo la diversità delle culture, dei modelli di produzione, delle tradizioni e dei diversi significati della vita. Si sente l’urgenza di un nuovo “ethos” che nel suo significato originario greco indica anche la tana dell’animale o la casa umana, quindi quella parte del mondo che viene riservata per organizzare, curare e realizzare il nostro habitat.
Ma di quale ethos avremmo bisogno? Cosa si contrappone alla mancanza di cura, al disinteresse e all’abbandono, in particolare di persone vittime della tortura?
È la cura che si oppone all’incuria. La cura rappresenta un atteggiamento di impegno, di responsabilizzazione e di coinvolgimento affettivo con l’altro e non di mero oggetto di terapie, farmacologiche o psicologiche che siano. Martin Heidegger nel suo famoso libro Essere e tempo (1927), scrive:

La cura, in quanto totalità strutturale unitaria, è situata, esistenzialmente-apriormente, “prima” di ogni “comportamento” e “situazione” dell’Esserci, cioè essa è sempre già in ognuno di questi fenomeni.

Questo significa che la cura la troviamo nella radice primaria dell’essere umano, prima che egli faccia qualsiasi cosa. Senza la cura cesserebbe quindi di essere umano.
Sempre secondo Heidegger, la cura sta a indicare un fenomeno ontologico-esistenziale fondamentale, in altre parole un fenomeno che è la base che rende possibile l’esistenza umana in quanto umana, sempre in relazione, poiché fuori della relazione nulla esiste. L’essere umano è un essere che si prende cura, o meglio ancora, la sua essenza è nella cura; tanto più se si è medici, infermieri, psicologi e operatori della salute.
Prendersi cura delle persone significa avere intimità, sentirsi dentro, accoglierle, rispettarle, dare loro quiete e tranquillità. Prendersi cura significa entrare in sintonia con, auscultare il loro ritmo ed essere in armonia con loro. La ragione analitico-strumentale lascia il posto alla ragione-cordiale, all’“esprit de finesse”, allo spirito di delicatezza, al sentimento profondo. La centralità non è più occupata dal logos-ragione, ma dal pathos-sentimento. Tutti ci sentiamo col-legati gli uni con gli altri, formando un tutto organico unico, diverso e sempre in-cludente, mai es-cludente.
La cura è stata diffamata come femminilizzazione dell’agire umano, come impedimento all’oggettività nella comprensione e come ostacolo all’efficienza. Eppure non è così. Si è perduta la visione dell’essere umano come essere-di-relazioni illimitate, essere capace di creatività, di tenerezza, di cura, di spiritualità, portatore di un progetto infinito.
Diventa così evidente che il dato originario non è il logos, la ragione e le strutture del capire, ma il pathos, il sentimento, la capacità di simpatia ed empatia, la dedizione, la premura e la comunione con il diverso.
Chi non ricorda il segreto che la volpe rivela al Piccolo principe di Antoine de Saint Exupéry, prima della sua partenza definitiva verso il suo piccolo pianeta: “L’essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che con il cuore”. È il sentimento che rende persone, cose e situazioni importanti per noi. Questo sentimento profondo si chiama “cura”.
Come afferma Boffi, più che il cartesiano cogìto ergo sum, “penso, dunque esisto”, vale il sentio ergo sum, “sento, dunque esisto”.
Dovremmo sempre più sviluppare un atteggiamento di ascolto, non solo delle persone che si rivolgono a noi, ma sperimentare un sentimento profondo di attenzione all’ambiente e in definitiva alla natura. L’essere umano deve sentirsi natura. Quanto più si immerge in essa, tanto più sente quanto deve cambiare e quanto deve conservare nella sua vita e nelle sue relazioni dell’afflato vitale dell’universo. C’è un aspetto spesso non considerato nelle relazioni umane, in particolare tra operatori della salute intesa in ogni sua accezione e le persone che si affidano a noi, pazienti o malati che dir si voglia: la tenerezza.
Quella tenerezza vitale che è sinonimo della cura essenziale. La tenerezza è l’affetto che doniamo alle persone e la cura che dedichiamo alle situazioni esistenziali.
La tenerezza è la cura senza ossessione: include anche il lavoro, non come mera produzione utilitaria, ma come opera che manifesta la creatività e l’autorealizzazione della persona. Essa non rinuncia al rigore nella conoscenza. E un affetto che, alla sua maniera, è anche conoscenza. Di fatto noi conosciamo solo quando nutriamo affetto e ci sentiamo coinvolti con quanto vogliamo conoscere. La tenerezza può e deve convivere con l’impegno estremo per una causa, come fu dimostrato in modo esemplare da Che Guevara. Di lui conserviamo quella sentenza ispiratrice “Hay que endurecer pero sin perder la ternura jamàs” (Dobbiamo diventare duri, ma senza perdere la tenerezza).
La tenerezza emerge dall’atto stesso di esistere con gli altri nel mondo. Non esistiamo, co-esistiamo, con-viviamo e siamo in comunione con le realtà più immediate.
Blaise Pascal ha introdotto un’importante distinzione per aiutarci a comprendere meglio la cura e la tenerezza: l’esprit de finesse e l’esprit de géometrie. L’esprit de finesse è lo spirito di finezza, di sensibilità, di cura e di tenerezza. L’esprit de géometrie è lo spirito calcolatore e attivista interessato all’efficacia e al potere. Da lì deriva anche il vuoto terrificante della nostra cultura “geometrica” con la sua pletora di sensazioni ma senza esperienze profonde.

La differenza profonda nell’esperienza realizzata al San Gallicano con le vittime di tortura, rispetto ad analoghe esperienze altrove, risiede nel tentativo di percepire la persona vittima come un frammento dell’universo, di quell’energia vitale proveniente dalle stelle, che altri hanno tentato di distruggere. Nella pratica della tortura non c’è solo il tentativo dell’annientamento dell’altro, ma anche la negazione della vita, così come si è andata formando negli ultimi miliardi di anni, dall’attimo del Big Bang. Per cui, l’accoglienza dell’altro, il volto dell’altro, richiamano la scintilla della vita, che sul nostro pianeta, con grande difficoltà, sbocciò 4,5 miliardi di anni fa. La tortura, in ogni tempo, rappresenta la distruzione della vita, in ogni sua forma.
Il volto dell’altro rende impossibile l’indifferenza. Il viso dell’altro mi obbliga a prendere posizione perché parla, pro-voca, e-voca e con-voca soprattutto il volto del povero, del malato, della persona malata mentale, della persona emarginata e della persona esclusa. Il volto e lo sguardo lanciano sempre una pro-posta alla ricerca di una ri-sposta. Nasce così una res-ponsabilità, l’obbligo di dare ris-poste. Qui troviamo il luogo di nascita dell’etica, che risiede in questa relazione di res-ponsabilità davanti al volto dell’altro, in modo particolare di chi è maggiormente “altro”, come l’oppresso, l’immigrato irregolare, la persona senza fissa dimora, i richiedenti asilo politico, le vittime della tratta della prostituzione e della tortura.
Ma esiste ancora la tortura?

Continua nel prossimo numero con “La tortura tra storia e attualità”


Aldo Morrone, medico dermatologo, direttore della Struttura Complessa di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo e di Dermatologia Tropicale dell’Istituto San Gallicano (IRCCS) di Roma. Viene considerato uno dei maggiori esperti mondiali di medicina delle migrazioni, delle patologie tropicali e della povertà. A partire dal 1985 si occupa della tutela e promozione della salute delle popolazioni immigrate e a maggior rischio di esclusione sociale presenti in Italia. Da molti anni è impegnato con la sua équipe multidisciplinare in diversi progetti di cooperazione in campo clinico-scientifico, educativo e sociale in Africa, nel Sud-Est asiatico e in America Latina. È docente in numerose università italiane e straniere e consulente dell’Ufficio dell’OMS di Venezia su Povertà, Salute e Sviluppo. È autore di oltre cinquecento articoli scientifici e di venti libri. Nel 2007 è stato nominato Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti e per il contrasto delle Malattie della Povertà.


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- Shiatsu: Un'arte per la salute. di Giorgio Mortini
- Salute mentale: La sofferenza mentale tra relazione d’aiuto e assistenza. di Carla Ginanneschi

 


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