|
Riflessioni
Più
cure a poveri e migranti
di Aldo Morrone
Direttore Struttura complessa di Medicina preventiva
delle migrazioni del turismo e di dermatologia
tropicale - Istituto scientifico San Gallicano
(Irccs) - Roma
Allo starter l’istituto nazionale per promuovere
un equo accesso al sistema sanitario.
La struttura lavorerà a contatto con i
centri di riferimento regionali.
Secondo
l’Onu, nel 2005, 191 milioni di persone
vivevano fuori dal loro Paese d’origine:
ovvero il 2,9% della popolazione mondiale (6 miliardi
e 464 milioni). Il 59% di queste persone è
diretto nei Paesi ad alto reddito, mentre la restante
parte migra nei Paesi meno sviluppati.
In Italia gli stranieri erano 3.772.000 (includendo
anche circa 760mila irregolari) all’inizio
del 2006: oltre il 7% della popolazione totale.
Più di uno ogni cinque stranieri è
un minore, di cui un decimo è nato in Italia
da genitori stranieri.
Nel 2003, secondo un’indagine Eurostat,
erano 56 milioni i cittadini europei a rischio
di povertà una massa di persone che vive
quotidianamente il dramma dei bassi salari, della
disoccupazione di lunga durata, della mancanza
di una abitazione e della povertà delle
loro famiglie. Il 15% della popolazione europea
deve accontentarsi di entrate inferiori al 60%
della media nazionale. I Paesi in cui il rischio
di povertà è più diffuso
sono Grecia e Portogallo, dove il problema riguarda
il 21% della popolazione, seguiti da Spagna e
Gran Bretagna (19%), Italia e Irlanda (18%).
In Italia, nel 2005, le famiglie in condizione
di povertà relativa sono 2 milioni 585mila,
pari all’11,1% delle famiglie residenti:
7 milioni 577mi1a persone. Una povertà
concentrata geograficamente: solo al Sud raggiunge
il 24 per cento.
Esiste ormai un indubbio rapporto che lega tra
loro fenomeni complessi quali l’espansione
delle migrazioni nel mondo, la crescita della
povertà in molti Paesi, non solo i cosiddetti
“in via di sviluppo”, e il livello
di salute di una popolazione. Si tratta di relazioni
complesse che interrogano anche la capacità
dei sistemi sanitari di affrontare le sfide che
nascono da questo profondo mutamento, che sta
attraversando tutti i Paesi globalmente.
Il fenomeno migratorio, pure essendo presente
nella storia dell’umanità fin dai
suoi albori, è oggi divenuto una realtà
globale, strutturale e dalla velocità estremamente
rapida. Il mondo appare infatti essere sempre
più piccolo: le distanze fisiche sono ridotte
dai progressi dei trasporti e le diverse culture
sono messe a più stretto contatto e confronto
dall’estensione quasi ubiquitaria delle
comunicazioni.
Intrecciata, ma anche distinta dal fenomeno migratorio,
appare l’evidenza dell’ampliamento
delle disuguaglianze di salute (health divide)
generate dal contesto sociale a sfavore delle
fasce deboli della popolazione in molti Paesi.
Secondo l’Ufficio dell’Organizzazione
mondiale della Sanità (Oms), che si occupa
dell’area europea (870 milioni di persone,
dal Mediterraneo al Pacifico), l’aspettativa
di vita alla nascita nella Regione si sta differenziando
significativamente: mentre sfiora gli 80 anni
per i Paesi dell’Unione, è di circa
dieci anni inferiore per la media della regione
europea Oms. In Russia le donne che nascono oggi
hanno una aspettativa di vita di 10 armi più
bassa rispetto alle cittadine dell’Unione
europea, mentre per gli uomini la differenza raggiunge
addirittura i 16 anni.
Queste disuguaglianze nella salute si evidenziano
anche all’interno dei Paesi: a Glasgow c’è
una differenza di aspettativa di vita di 10 anni
tra i bambini nati nei sobborghi più deprivati
rispetto a quelli dei quartieri più benestanti.
In Olanda si evidenzia una differenza di 5 anni
di aspettativa di vita e di 13 anni senza disabilità
tra i gruppi con basso e quelli con alto livello
di istruzione. In Finlandia per le donne questa
differenza è pari a otto anni, mentre in
Francia tra un lavoratore manuale di 35 anni e
un quadro impiegato della stessa età c’è
una differenza di aspettativa di vita pari a circa
9 anni.
Le disuguaglianze di salute generate dal contesto
sociale a sfavore delle fasce deboli della popolazione
sono presenti anche in Italia, colpiscono sia
italiani che stranieri, molto più in ragione
delle loro condizioni sociali, di vita e di lavoro
che dell’appartenenza etnica. Appare quindi
necessario proporre la sperimentazione di attività
di ricerca, diagnosi, cura e formazione che affrontino
questo tema e promuovano le azioni di contrasto
che il sistema sanitario può efficacemente
costruire contro l’emergere della salute
diseguale, a favore degli italiani come degli
stranieri.
È questo lo scopo principale che guida
la costruzione dell’ “Istituto nazionale
per la promozione della salute delle popolazioni
migranti e il contrasto alle malattie della povertà”,
recentemente previsto nella legge finanziaria
2006. L’Istituto nazionale intende promuovere
un lavoro di rete tra diversi centri di riferimento
regionali che, a partire dal Lazio, dalla Puglia
e dalla Sicilia, sperimentino sul campo questo
percorso di ricerca, prevenzione, assistenza specializzata
e formazione. Parallelamente occorre costruire
una rete con i centri internazionali, a partire
dall’Oms, che affrontano queste tematiche
emergenti nel contesto più vasto dell’Europa
e dei Paesi dell’Est, come anche di quelli
in via di sviluppo.
Il confronto aperto con le soluzioni sperimentate
da altri sistemi sanitari, l’apprendimento
dei successi, così come degli errori, può
divenire uno stimolo e un apporto prezioso per
affrontare il problema emergente del contrasto
alla riproduzione di livelli di salute profondamente
diseguali.
Occorre promuovere la consapevolezza che è
necessario invertire il circolo vizioso che, a
partire dalle svantaggiate condizioni di vita
e di lavoro, produce una riduzione del livello
di salute nei gruppi deboli della popolazione
che, a sua volta, aumenta il peso economico delle
spese sanitarie evitabili e peggiora il livello
socio-economico di questi gruppi. Per la parte
che compete ai sistemi sanitari anch’essi
debbono promuovere un inverso circuito virtuoso:
la riduzione delle disuguaglianze di salute comporta
una minore spesa sanitaria evitabile e aumenta
le possibilità di inserimento sociale e
lavorativo.
Oggi è assolutamente evidente che la salute
è imprescindibilmente legata all’ambiente
sociale e in tutti gli studi prodotti a livello
nazionale ed internazionale si possono evidenziare
quattro elementi peculiari. Il patrimonio di salute
non dipende solo da fattori generici, biologici,
chimici e fisici ma anche dai contesti socio-economici.
La condizione socio-culturale delle persone influenza
il rischio di ammalarsi, il decorso e spesso l’esito
della malattia.
È dimostrato che un modello valido di welfare
state deve integrare un servizio sanitario nazionale,
solidale, pubblico e universale. È inevitabile
che disuguaglianze economiche, sociali e culturali
determinino iniquità nell’accesso
ai servizi sanitari.
La povertà, il grado di deprivazione relativa
dei processi di esclusione sociale in ogni Paese
hanno un impatto considerevole sulla salute della
sua popolazione. Anche nazioni come l’Italia
in cui il benessere economico sembra essere molto
elevato, il fenomeno dell’esclusione sociale
e della marginalità presenta un’incidenza
crescente, In questi ultimi anni si è assistito
a un aumento sia delle disuguaglianze di salute
che di esclusione sociale e le fasce di popolazione
più emarginate si sono ampliate per l’arrivo
di molti stranieri da Paesi poveri.
La salute degli immigrati è spesso condizionata
dalla accumulazione di molte condizioni di privazione
relativa e di esclusione sociale, con particolare
riferimento a un’alimentazione spesso carente,
alla mancata tutela sul luogo di lavoro, a condizioni
abitative scadenti, alla presenza della detenzione
in carcere, alla prostituzione con alto rischio
di contrarre malattie sessualmente trasmissibili
ivi compresa l’infezione da Hiv.
Un altro elemento importante sui determinanti
sociali della salute è costituito dal livello
di istruzione delle persone: è noto che,
a parità di altri fattori, il rischio di
ammalarsi e di morire decresce con l’aumento
del livello di istruzione. In particolare le probabilità
di ammalarsi di malattie infettive e cronico-degenerative
e di non partecipazione agli screening di diagnosi
precoce dei tumori cresce con il decrescere del
livello di istruzione. Le stesse differenze geografiche
fra il Nord, il Centro e il Sud del Paese, pur
rappresentando un importante fattore di disuguaglianza
si rafforzano ulteriormente quando sono presenti
precarie condizioni abitative, bassi livelli di
istruzione e alti tassi di disoccupazione o di
lavoro precario.
In altre parole, possedere un alto status economico
e un alto livello di istruzione non determina
differenze tra Nord e Sud del Paese, ma essere
poveri nel Mezzogiorno d’Italia è
peggiore dal punto di vista della salute che esserlo
in altre zone del Paese. La stessa incidenza di
alcuni tumori pur essendo simile in molte aree
del Paese presenta una mortalità più
alta nel Sud. Ecco perchè occorre analizzare
i principali determinanti di salute con politiche
di intervento globale e offrire servizi che possano
ridurre e migliorare le discriminazioni presenti
per genere, età, istruzione, reddito, condizione
sociale e lavorativa nel nostro Paese. Anche la
politica ambientale e dei trasporti devono essere
tenute in conto all’interno di politiche
di scelte per la salute: occorre un’azione
organica e strutturale e di alta professionalità
per una politica di promozione della salute focalizzata
sull’equità, più che interventi
oscillanti tra imperativi etici e paternalismo.
Occorre rilanciare una politica della salute sui
determinanti sociali, il contesto ambientale e
le iniquità presenti nella popolazione.
Si tratta di favorire l’equità nell’accesso
ai servizi socio-sanitari di persone con bisogni
disuguali, che devono ricevere interventi socio-sanitari
appropriatamente dissimili e comunque garantire
uguali opportunità di acceso alle popolazioni
per contribuire a ridurre le disuguaglianze.
È necessaria inoltre una rilettura dei
bisogni di salute percepiti dalla popolazione
per poter demedicalizzare una domanda di salute
che spesso è artifìciosamente e
irresponsabilmente rivolta verso uno sfrenato
consumismo farmacologico e di prestazioni sanitarie
molto costose, assolutamente inappropiate, inefficaci,
spesso inutili e talvolta dannose.
Un Istituto nazionale può meglio elaborate
una health impact assessment
e una capacity building che migliori l’organizzazione,
le motivazioni del personale, le risorse, la partnership
e la leadership di una vera politica di promozione
della salute. Ciò deve essere fatto non
solo in collaborazione con l’Oms, in particolare
con l’ufficio per gli investimenti per la
salute e lo sviluppo di Venezia, ma anche con
il mondo del lavoro, della scuola, dell’ambiente,
con le associazioni dei malati, le famiglie e
i sindacati.
Oggi è possibile partire dal fenomeno migratorio
e dalle condizioni di svantaggio sociale per accettare
la sfida che ci pongono e rilanciare una forte
politica di promozione della salute, per uno sviluppo
e una dignità per tutti, nessuno escluso.
Le altre notizie del 22/12/07
HOME
- Riflessioni:
Più cure a poveri e migranti. di Aldo
Morrone
- Medicina
e web: In rete Cybermedjunior.eu
- Ricerca
psichica e sensitività: Incontro
con Umberto Di Grazia a cura di Paola Mastrorilli
|