HOME



Storia della medicina
Il Dottor John Locke


Dottor John Locke Nel 1704, trecento anni fa, moriva nel castello di Oates nell’Essex il dottor John Locke che prese varie lauree, anche quella in medicina, senza mai poterne avere il dottorato; eppure fu uno dei medici-filosofi più importanti della storia del mondo occidentale.
Nel 1666, infatti, John Locke, non essendo ancora laureato in medicina, tentò di avere un privilegio in modo da ottenere il dottorato, cosa che gli fu negata (si dice perchè era del partito puritano), ma sinceramente gli mancavano i requisiti legali.
“Tutto quello che era chiesto per ottenere una laurea in medicina - dice Fox Bourne, il suo biografo - era la regolare frequenza per tre anni alle lezioni d’arabo, anatomia e medicina e la partecipazione ad un certo numero di dispute nella scuola medica, dopo di che poco più di quattro anni erano sufficienti per qualificarsi per il dottorato. Le lezioni di medicina, ogni martedì e venerdì mattina, durante i corsi erano semplicemente l’esposizione d’insegnamenti ippocratici e galenici. Per il corso d’anatomia, gli studenti erano tenuti in primavera a seguire il dissezionamento di un corpo umano e partecipare a quattro lezioni, ciascuna di due ore, su quest'argomento, e in autunno seguire tre lezioni sullo scheletro umano”. Cosa che il Nostro aveva fatto, ma quando ottenne la laurea, nel 1674, la sua influenza politica non gli valse il titolo di dottore; oltretutto, più tardi (1684), fu espulso dalla Crist Church per ordine del re, la scuola dove era fellow dal 1659 e aveva tra i suoi amici il chimico Robert Boyle, il medico Thomas Sydenam, il naturalista Walter Needham,... e oltretutto aveva contribuito a fondare la Royal Society.
“La durata della vita, - così inizia il De Arte medica del 1669 - liberi da infermità e dolore, per quanto sia possibile, considerando la nostra fragile costituzione, è così importante per l’umanità, che è difficile immaginare una professione più grande di quella che cura le malattie, né esiste un’arte che merita più cure e industriosità da parte dei suoi professori, per migliorarla e portarla alla perfezione, che non dubito si possa fare in molte parti”.
Ma andiamo con ordine: John Locke, nel 1652, si iscrisse ad Oxford dove, studiando oratoria e lettere classiche, ottenne la laurea nel 1655 e conseguì il dottorato nel 1658; l’anno dopo divenne studente senior alla Christ Church, nel 1660 lettore di greco e nel 1662 lettore di retorica. Si iscrive a medicina, ma non ottenne la laurea fino al 1674, pur avendo fatto un quadriennio in una delle più importanti sedi estere di studi medici, a Montpellier, ma il dottorato non lo conseguì mai, nonostante fosse un ottimo medico pratico e teorico, amico di Richard Lower, Walter Needham e John Mapletoft, collaboratore di Sydenam, impegnato nelle ricorrenti epidemie di vaiolo e operante con ruolo di primo piano in casi clinici rilevanti e in consulti chirurgici considerevoli.
Il suo lavoro An Essay concerning Human understanling, del 1690, lo ascrive fra i filosofi che hanno dato qualcosa all’umanità e che gli studenti continuano a leggere e a discutere, e non fra quelli che sono declamati e commentati all’interno della propria setta politica o religiosa.
Con l’Epistola sulla tolleranza del 1689 e con i due Trattati sul governo e con i Pensieri sulla educazione ci troviamo di fronte a un autentico filantropo e a un politologo di vaglia. Come segretario dei Lords Proprietors collaborò alla stesura di Fundamental Constitution of the Government of Carolina, dando così il proprio impegno a un qualcosa di fattibile e l’originale, scritto di suo pugno, con molte cancellazioni e cambiamenti lo attesta.
Ma veniamo alla medicina o al lavoro del medico, cosa che occupò parte della sua vita, dal 1666 fino al 1684. Di questo fatto i manuali di storia della filosofia o non ne parlano proprio o ne dicono qualcosa, ma discutendo di Sydenam (la Prefazione e la Dedica della Methodus Curandi Febres - la più nota opera dell’empirismo medico inglese), o si accorgono che nel 1683 Boyle dedicò il suo testo Memoirs for the Natural History of the Human Blood all’ “ingegnoso e preparato del Dr. J. L.”, sotto la richiesta del quale aveva intrapreso il lavoro o, last but not least, come un pettegolezzo su come s’incontrarono Lord Axley Cooper, Cancelliere d’Ingilterra e conte di Shaftesbury, e John Locke: “Pare che Lord Ashley, essendo in cattiva salute e avendo una malattia che nessun medico poteva spiegare, che stava diventando ogni giorno più dolorosa, e avendo un’opinione molto alta del valore mentale e morale del suo nuovo amico, persuase Locke a risiedere presso di lui come medico per la sua famiglia”. In altre parole: da questo venne tutta la fortuna di Locke nella vita, o almeno finchè visse il suo protettore, perchè nell’1683 fu sospettato di aver cospirato contro la Corona e si rifugiò esule in Olanda fino al 1689; tornato in Inghilterra non ebbe più a che fare con la medicina, ma solo con la filosofia e la politica.
“È necessario scrivere - afferma Locke - la storia naturale di ciascuna malattia scartando rigorosamente ogni ipotesi: essa (l'esperienza clinica) è l'unico mezzo per scoprire le cause, se non le cause lontane e segrete (speranza chimerica) almeno le cause immediate e prossime, che noi possiamo rilevare e che ci indicano i rimedi”.
In altri termini: non si persegue più l'indagine naturalistica (intesa alla ricerca delle cause dell'evento morboso nello sconcerto delle strutture fisico-chimiche della macchina organismica), ma si propone di sostituirle l'indagine storico-fenomenologica intesa alla “spiegazione” (nel senso di “dare ragioni” e non soltanto “cause”) dell'intero svolgersi della malattia.

Nel 1670 uscirà, con la Prefazione di J. Locke, la "Methodus curandi febres" di Thomas Sydenham, opera che già dal titolo allude a profonde differenze rispetto ai manifesti iatromeccanico e iatrochimici e che rappresenterà con le appena posteriori "Observationes circa morborum acutorum historiam et curationem" (dedicata da Sydenham a Locke) il manifesto della medicina empirica.
Thomas Sydenham oppone infatti, sulla falsariga della classica polemica fra empirici e razionali, all'a-priori dei razionali l'aforisma di Celso: Ars medica tota in observationibus. Alla loro concezione della malattia come “squilibrio funzionale” (scompensi meccanici e chimici, alterazioni dei liquidi e lesioni dei solidi, sconcerto nella composizione delle minute macchine, impedimenti ai moti interni delle particelle, ecc.) egli risponde con una nosologia in cui il morbo è studiato nelle sue particolarità ed accidentalità. In altre parole: alla terapeutica della medicina razionale derivata nel senso della consequenzialità logica dalla teoria biologica (nel caso in questione, dalla teoria meccanicistica del vivente) la medicina empirica oppone una terapeutica basata su descrizioni precise (per catalogazione e raggruppamento) dei sintomi, su puntuali cronache del decorso del morbo, a seconda della somministrazione di rimedi specifici, sulla costituzione di quadri clinici sempre meglio definiti. All'esperimento viene opposta la semplice esperienza, in quanto la natura va osservata così come si presenta e non costretta entro gli angusti limiti della sperimentazione. Alla concezione razionalistica della scienza, per cui sapere significa “dedurre entro la teoria”, si oppone un uso restrittivamente pragmatico dell'induzione.
Alla illusione di poter pervenire, per via speculativa, alla conoscenza del vero modo d'operare della natura si sostituisce la consapevolezza che l'umana conoscenza deve accontentarsi di descrivere ciò che è stato raccolto osservativamente.
“L’arte della medicina - dice appunto Sydenham - può essere correttamente appresa solo dalla pratica e dall’esercizio”.
E Locke, all’inizio della sua De arte medica, ribadisce: “La mia intenzione è quindi proporre alcune cose alla considerazione degli uomini saggi di questa facoltà così utile, ed eccitare la loro mutua assistenza per perfezionare l’arte e stabilire una pratica certa e sicura nella cura delle malattie, in modo che il grande catalogo delle malattie ancora incurabili, e i frequenti eventi tristi di altri che diminuiscono ogni giorno, la diffidenza che alcuni uomini sobri, dopo considerazioni serie, sembrano avere della stessa arte e il discredito, che altri gettano industriosamente sulla pratica della fisica, essendo rimossi dalla crescita giornaliera del successo dei medici, gl’industriosi e dotti praticanti della medicina (possano), con più confidenza e soddisfazione, rispondere alla loro chiamata, quando non saranno più legati a quei confessi opprobria medicorum, che ogni giorno si piegano all’efficienza dei loro farmaci o metodi ben ordinati.”
Ammaestrato infatti dalla sterile polemica fra Harvey e Cartesio, se fosse il sangue oppure il cuore il principio e la causa della vita, e certamente consapevole del fatto che la biologia cartesiana (che già iniziava ad esser mitizzata come il verbo medico) era intessuta di molte ipotesi metafisiche più dannose che inutili per il clinico (Stenone e Swammerdam avevano infatti da poco dimostrato il primo la fantasiosità della ghiandola pineale ed il secondo l'improponibilità dello schema idrostatico nella conduzione nervosa), J. Locke dichiara, un decennio prima di Newton, il suo “Hypoteses non fingo”. Il suo rigoroso rifiuto di ogni ipotesi è però (come sarà anche per Newton) non certo imputabile ad una immatura metodologia empiristica, bensì il frutto della consapevolezza che il contrabbando di “presupposti metafisici” nella scienza farebbe regredire questa al livello prebaconiano e pregalileiano. In verità la denuncia di Locke, e conversamente quella di Newton, contro l'uso delle “ipotesi” (il termine, val la pena di ripeterlo, è usato nel senso del classico semantema greco, che oggi traduciamo con “postulato” o “presupposto”) non è gratuita.
Il principale bersaglio polemico è evidentemente la teoria cartesiana del mondo vivente, alla quale proprio in quegli stessi anni era stata data ampia pubblicità (il De homine viene pubblicato infatti nel 1662 e la sua versione francese nel 1664; inoltre ci pare improbabile che proprio negli anni in cui Locke fu a Montpellier non avesse avuto modo di discutere con Barbeyrac la concezione cartesiana dell'uomo). La presenza nella biologia cartesiana di molte ipotesi ad hoc, inventate proprio per far quadrare i conti dell'osservabile con il sistematizzato, ma (nella terminologia logica newtoniana) “non deducibili dai fenomeni”, giustifica ampiamente la critica lockiana ad una dottrina del vivente che pretenda di fondarsi come scienza ricorrendo ai princìpi della metafisica. Che invece Locke non avesse nulla a che ridire sull'uso di autentiche ipotesi scientifiche (nel senso che oggi diamo a tale termine) può essere facilmente verificato dal fatto che, ad esempio, nell'VIII capitolo del "II Libro del Saggio sull'intelletto umano" egli, per impostare la fisica delle qualità secondarie, ricorre proprio a quella ipotesi corpuscolare sulla quale, da Galileo in poi, la scuola medica italiana aveva costruito l'intera teoria biologica e non soltanto l'estesiologia (l’atomismo).
Ma c’è qualcosa di più che è sempre rimasto nascosto nella vita del dottor Locke, ossia il fatto che fosse da grecista-medico divenuto un filosofo-politico. I termini "loimov" (pestilenza), "loigov" (flagello), rivoluzione ("stavsi") e "nou~so" (morbo o malattia) vengono utilizzati come sinonimi allorchè indicano il risultato morboso di un corpo malato, in una visione organicistica del soggetto bio-politico fra macrocosmo (salute dello stato) e microcosmo (salute del cittadino).
“Dunque un piccolo agente esterno - Platone, Repubblica, 556 e - basta a far ammalare un corpo debole, che talvolta si trova di per sé in cattivo stato, così anche una città che si trovi in una condizione analoga, per un futile motivo, mentre gli uni chiedono soccorso a un'altra città oligarchica e gli altri a una città democratica, si ammala e combatte con se stessa, e talora anche senza soccorso esterno scoppia la guerra civile…”
Ed è a questo punto che si rende conto che la cura del corpo e della mente individuale e sociale vanno di pari passo, per cui è il momento di darsi alla politica.
“La terra greca è divenuta il tuo soggiorno, - diceva Euripide nella Medea, vv. 536-537 - tu hai conosciuto la giustizia e sai vivere secondo la legge e non secondo la forza” .
Il dottor Locke, allora, pronuciava la più celebre frase del suo secolo: “Tutti gli uomini sono per natura liberi”.

Fonte: http://www.medicinealtre.it


Le altre notizie del 22/09/07

HOME
Riflessioni: Sicko, ammalati e delusi del sistema americano a cura di Gavino Maciocco
Medicine Non Convenzionali: I principi dell'Ayurveda
Medicina cinese: I suoni terapeutici del Tao di Anna Poletti
Bellezza: Nutrire la pelle dopo le vacanze di Annalisa Antodicola
Colonna vertebrale: Cerniera tra mente e anima di Vani Gloria Gagliardo
Ricerca: Alzheimer: una cura nel curry
Psicotestimonianze: Un sogno lucido a cura di Roberta Pedicino
Salute a scuola: Due articoli dal web: - Banchi e sedie "a misura d'alunno", nuove regole UE - Stress prima elementare, sei mesi per adattarsi
Storia della medicina: Il Dottor John Locke
Itinerari: La pietra guaritrice di Santa Varena di Isabella Bresci

 


www.infoculturale.it è un sito amatoriale e viene aggiornato saltuariamente. Pertanto, ai sensi della Legge n. 62 del 07/03/2001 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001, non può considerarsi un prodotto editoriale. Chi collabora all'aggiornamento di InfoCulturale lo fa senza alcun tipo di retribuzione, né di rimborso spese ma unicamente con intento divulgativo e informativo. InfoCulturale non è collegato ad alcun periodico o testata giornalistica, non persegue finalità politiche o economiche e in ogni caso fini di lucro, nè vantaggi materiali o ingiusto profitto. In qualità di iniziativa di servizio il sito si ispira al principio della totale gratuità, di condivisione e divulgazione degli argomenti trattati.