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Ricerca
Alzheimer: una cura nel curry
Dal
curry, tipico alimento indiano, una cura contro
il morbo di Alzheimer. L'equipe di John Cashman,
direttore dell'Istituto di Ricerca BioMolecolare
Umana (HBRI) a San Diego, ha scoperto che il composto
attivo delle spezie presente nel curry, attiva
il sistema immunitario contro le placche che devastano
il cervello dei malati.
La molecola, bisdemetossicurcumina,
è il principio attivo dei curcuminoidi,
sostanze naturali presenti nella radice della
curcuma da cui si estraggono gli ingredienti per
preparare il curry.
Il morbo di Alzheimer è una demenza progressiva
invalidante senile. Prende il nome dal suo scopritore,
Alois Alzheimer.
La malattia o morbo di Alzheimer è oggi
definito come quel «processo degenerativo
che distrugge progressivamente le cellule cerebrali,
rendendo a poco a poco l'individuo che ne è
affetto incapace di una vita normale». In
Italia ne soffrono circa 500 mila persone, nel
mondo 18 milioni, con una netta prevalenza di
donne.
Definita anche "demenza di Alzheimer",
viene appunto catalogata tra le demenze essendo
un deterioramento cognitivo cronico progressivo.
Le persone affette iniziano dimenticandosi piccole
cose, poi mano a mano le dimenticanze aumentano
e la perdita della memoria arriva anche a cancellare
i parenti e le persone care. Una persona colpita
dal morbo può vivere anche una decina di
anni dopo la comparsa della malattia.
Col progredire della malattia le persone non solo
dimenticano, ma perdono la capacità di
parlare e di muoversi autonomamente necessitando
anche di continua assistenza personale.
La malattia è dovuta a una diffusa distruzione
di neuroni, causata principalmente dalla betamiloide,
una proteina che depositandosi tra i neuroni agisce
come una sorta di collante, inglobando placche
e grovigli "neurofibrillari". La malattia
è accompagnata da una forte diminuzione
di acetilcolina nel cervello, sostanza fondamentale
per la memoria ma anche per le altre facoltà
intellettive. La conseguenza di queste modificazioni
cerebrali è l'impossibilità per
il neurone di trasmettere gli impulsi nervosi
e quindi la morte.
Nel 1901, il dottor Alois Alzheimer, uno psichiatra
tedesco, intervistò una sua paziente, la
signora Auguste D., di 51 anni. Le mostrò
parecchi oggetti e successivamente le chiese che
cosa le era stato indicato. Lei non poteva però
ricordarsi. Inizialmente registrò il suo
comportamento come "disordine da amnesia
di scrittura", ma la sig.ra Auguste D. fu
la prima paziente a cui venne diagnosticata la
malattia di Alzheimer.
Dall'analisi post-mortem di tessuti cerebrali
di pazienti affetti da Alzheimer, si è
potuto riscontrare un accumulo extracellulare
di una proteina, chiamata beta-amiloide.
Nei soggetti sani la beta-amiloide viene prodotta
dalla APP (proteina progenitrice dell'amiloide)
in una reazione biologica catalizzata dall'alfa-secretasi
che produce una beta-amiloide costituita da 40
ammioacidi. Per motivi non totalmente chiariti,
nei soggetti malati l'enzima che interviene sull'APP
non è l'alfa-secretasi, bensì una
sua variante, la beta-secretasi che porta alla
produzione di una beta-amiloide anomala, costituita
da 42 amminoacidi invece che 40. Tale beta amiloide
non presenta le caratteristiche biologiche della
forma naturale, e tende a depositarsi in aggregati
extracellulari sulla membrana dei neuroni. Tali
placche neuronali innescano un processo infiammatorio
che richiama macrofagi e neutrofili i quali produrranno
citochine, interleuchine e TNF alfa che danneggiano
irreversibilmente i neuroni. Ulteriori studi mettono
in evidenza che nei malati di Alzheimer interviene
un ulteriore meccanismo patologico: all'interno
dei neuroni, una proteina tau, fosforilata in
maniera anomala, si accumula in aggregati neurofibrillari.
I neuroni particolarmente colpiti dal processo
patologico sono quelli colinergici e in particolare
le zone cerebrali più interessate sono
le aree corticali, sottocorticali e tra queste
ultime le aree ippocampali. In particolare l'ippocampo
interviene nell'apprendimento e nei processi di
memorizzazione. La distruzione dei neuroni di
queste zone è la causa della perdita di
memoria dei malati.
TERAPIA
Sfruttando perciò il fatto che nell'Alzheimer
si ha diminuizione dei livelli di acetilcolina,
l'idea è stata quella di ripristinarne
i livelli. L'aceticolina non può essere
usata, è troppo instabile e ha un effetto
limitato. Gli agonisti colinergici invece avrebbero
effetti sistemici e darebbero troppi effetti collaterali,
non sono perciò utilizzabili.
Possiamo invece usare inibitori della
colinesterasi, l'enzima che metabolizza
l'acetilcolina: inibendo tale enzima, aumentiamo
la quanttità di acetilcolina nel vallo
sinaptico. Sono a disposizione della terapia farmaci
inibitori dell'acetilcolinesterasi che abbiano
una bassa affinita per l'enzima presente in periferia
e che siano sufficientemente lipofili per superare
la BEE e agire di preferenza sul SNC; tra questi:
Fisostigmina, galantamina e neostigmina sono stati
i capostipiti, ma l'interesse farmacologico è
maggiormente puntato su inibitori reversibili
della acetilcolinesterasi come rivastigmina
e galantamina. La tacrina non
è più utilizzata perché epatotossica,
mentre il donezepil, inibitore non competitivo
dell'acetilcolinesterasi, sembrerebbe più
efficace perché, con una emivita di circa
70 ore, permette una sola somministrazione al
giorno, mentre la galantamina ha una emivita di
7 ore. Ovviamente però il donezepil sarà
più soggetto a manifestare effetti collaterali
dovuti ad un aumento del tono colinergico, quali
insonnia, aritmie, bradicardia, nausea, diarrea.
Di contro la galantamina e la rivastigmina possono
causare gli stessi effetti, ma in misura molto
minore. Un approccio alternativo alla patologia
potrebbe essere l'uso di FANS. Come detto, nell'Alzheimer
è presente una componente infiammatoria
che distrugge i neuroni.
L'uso di antiinfiammatori potrebbe migliorare
la condizione dei pazienti. Si è anche
notato che le donne in cura post-menopausale con
farmaci estrogeni, presentano una minor incidenza
della patologia, facendo presupporre un'azione
protettiva degli estrogeni.
I ricercatori hanno messo in evidenza anche l'azione
protettiva della vitamina E (alfa
tocoferolo), che sembra prevenire la perossidazione
lipidica delle membrane neuronali causata dal
processo infiammatorio. Al processo neurodegenerativo
può intervenire anche l'eccitotossicità,
ossia un'eccessiva liberazione di ac. glutammico
e aspartico, entrambi neurotrasmettitori eccitatori,
che inducono un aumento del calcio libero intracellulare
il quale è citotossico. Perciò si
è pensato di usare farmaci antagonisti
del glutammato e dell'aspartato, ma presentano
notevoli effetti collaterali. Al momento sono
presenti in commercio farmaci definiti nootropi:
piracetam e aniracetam: questi farmaci aumentano
il rilascio di ac. glutammico; ciò parrebbe
in netta contrapposizione a quandto detto sopra,
ma tale neurotrasmettitore è implicato
nei processi di memorizzazione e di apprendimento.
Aumentandone la quantità, miglioriamo la
qualità della vita dei pazienti.
Ultimo approccio: pentossifillina e diidroergotossina
(sembra che tali farmaci migliorino il flusso
ematico cerebrale, permettendo una migliore ossigenazione
cerebrale e un miglioramento delle performance
neuronali). La cura dell'Alzheimer è ai
primi passi: non esistono farmaci che guariscano
o blocchino la malattia. Si può solo migliorare
la qualità della vita dei pazienti malati.
Negli Stati Uniti è in sperimentazione
una terapia genica che utilizza l'ormone
della crescita per la cura dell'Alzheimer.
Fonte: wikipedia.it
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