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Scriveva Pascal che "il vero viaggio non è cercare nuove terre ma avere occhi nuovi". Con questo spirito bisognerebbe affrontare ogni viaggio, sia che la meta prescelta sia un continente lontano e misterioso, sia che ci si accinga a riscoprire luoghi che si crede di conoscere bene, che sono lì, dietro l’angolo, ma di cui, spesso, sfugge l’essenza intima, quello che fa di ogni posto un mistero.

Nel nostro mare, immerso in un uno specchio di cristallo, c’è un fazzoletto di terra che ha molto da offrire e da raccontare. Storie e leggende antiche, luoghi impervi e nascosti, una natura ancora in parte incontaminata… è l’isola d’Elba, un susseguirsi di insenature e golfi arricchito da un paesaggio vario di pianure, campagne tipicamente toscane coltivate a vite, montagne ricoperte di secolari castagni e colline ferrose, dove sorgevano le miniere di ferro del mondo antico.

Le prime notizie su quest’isola ci giungono dall’epoca remota in cui storia e leggenda erano indissolubilmente intrecciate. Secondo un’incerta e antichissima tradizione orale, che certamente ha influenzato anche gli antichi redattori dei testi, l’isola fu il luogo di approdo della mitica spedizione del greco Giasone e degli argonauti, partiti alla ricerca del mitico vello d’oro.
Negli antichi scritti di Diodoro Siculo (90-20 a.c.) e dello storico greco Strabone (63 a.c. 24 d.c.) si dice infatti che i naviganti, dopo avere trovato il vello, approdarono pacificamente all’Elba in una comoda cala, chiamata in seguito Porto Argo dal nome della nave greca. La baia in questione sembra essere l’attuale spiaggia delle Ghiaie a Portoferraio.
Dalle vicende un po’ meno lontane si deduce che il destino dell’Elba è sempre stato determinato da due fattori: la sua posizione strategica e la ricchezza di minerali del sottosuolo. Per queste caratteristiche fu spesso terra di conquista per le varie potenze che si affacciarono sul mediterraneo.
Nota nell’antichità come "la fuligginosa", per i fuochi fusori che vi si accendevano per ridurre il minerale di ferro, l’Elba vanta quattromila anni di storia di escavazione e un patrimonio geologico che l’Unesco ha inserito tra i beni dell’umanità. Tra Rio Marina e Rio nell’Elba si trova la zona ferrosa per eccellenza: già gli Etruschi estraevano la nera ematite per ottenervi il ferro, fonte di ricchezza che contribuì al prosperare di questa civiltà.
Dei cinque secoli di dominazione rimangono le necropoli, i resti dei forni fusori e numerosi "villaggi d’altura". Ancora oggi, alle pendici del monte Giove, in uno scenario lunare acceso dalle concentrazioni di sali e ferro, si possono vedere le pozze rosse e gialle e i gradoni di sbancamento dove avveniva l’estrazione a cielo aperto.
Nei pressi di punta Calamita si trova la magnetite. Da qui il nome di questo lembo di terra in cui, secondo antiche leggende, le bussole impazzivano e le imbarcazioni rischiavano il naufragio. Altri minerali ferrosi sono l’azzurrite e la pirite, con cristalli di quarzo che ha la proprietà di emettere scintille; per il suo colore simile all’oro, esercitava un grande fascino sugli antichi.
I Romani apprezzarono l’Elba per il suo ferro, ma anche per i fanghi curativi, tanto che una delle due ricche ville patrizie, di cui sono stati ritrovati i resti, si trova proprio nei pressi di un bacino termale. Se il Medioevo conobbe la dominazione pisana, di cui restano alcune importanti e suggestive costruzioni a difesa del territorio, la signoria degli Appiani e la grande cura di Cosimo de’ Medici trasformarono l’isola, con la progettazione di "Cosmopoli", oggi Portoferraio, cinta da mura possenti che in diverse occasioni salvarono gli abitanti dalle incursioni piratesche.
Poi fu la volta degli spagnoli, insediatisi a Porto Azzurro, dove edificarono il forte di San Giacomo, degli inglesi, dei tedeschi e dei francesi, che si sfidarono con la diplomazia e con le armi per impadronirsene. Nei dieci mesi che precedettero l’avventura dei cento giorni e la prigionia a Sant’Elena, Napoleone Bonaparte fece dell’Elba il suo minuscolo regno, lasciando un’impronta significativa della sua presenza.
Tutta questa ricchezza di vicende ed eventi, oltre che una rara bellezza dal punto di vista naturalistico, fanno dell’isola un luogo unico e dalle innumerevoli facce.

Maestosi e imponenti, i forti eretti nei periodi di guerra e di instabili equilibri - il più rappresentativo e carico di mistero è la fortezza pisana del Volterrano, eretta su un massiccio zoccolo montuoso - e le torri di avvistamento costruite in posizioni strategiche a scrutare l’orizzonte e a prevenire le incursioni barbaresche si contrappongono all’architettura sobria e severa di santauri ed eremi edificati nei secoli, testimonianza dell’operato di molti uomini di fede che hanno fatto dell’Elba una terra di pace e di elevazione spirituale.
Avventurandosi tra gli innumerevoli sentieri ci si può imbattere nei ricordi del suo passato: reperti archeologici, architetture militari, residenze napoleoniche. Tra suggestivi borghi montani e caratteristici porti sul mare, gli echi della antiche vicende si odono nei fari solitari e nelle arroccate torri, nei selciati di granito e nelle chiesette romaniche abbandonate e sconsacrate, nelle case dalle facciate sbiadite dal sole e nei maestosi portali di granito.
Affascinano e parlano di una storia più antica della storia stessa, i "mostri di pietra" sparsi sul territorio elbano: un materiale solo apparentemente inerte, modellato dalla salsedine, dalla pioggia e dal vento, che prende le forme fantastiche di cui si nutrono i sogni: giganti, elefanti, volti di donna, tartarughe, draghi, topolini, teste di condor, orsi, maschere e serpenti, veri e propri monumenti della natura che non cessano si sfidare il tempo e la fantasia.
Dalla segreta frescura dei boschi, tra i colori e la dolcezza dei profumi della campagna, percorrendo vecchie mulattiere di granito e sentieri immersi nella macchia mediterranea tra paesaggi incantati, odori, suoni e colori, imbattendosi in antiche rovine romane o in giacimenti minerari abbandonati, si arriva fino al mare.
I quasi centocinquanta chilometri di coste, che formano il perimetro a forma di pesce dell’isola d’Elba, accolgono con il medesimo aspetto multiforme dell’interno.
Dalle spiagge di sabbia nera, come Norsi, a quelle in cui gli scogli si tuffano nel mare, che si insinua negli anfratti degli alti dirupi e si infrange su chiare scogliere. Qui, il profumo di alghe e salmastro si arrende all’aroma intenso della lavanda selvatica.
Dall’arena finissima di Marina di Campo alla ghiaia che crea riflessi verdi e cobalto sulle acque. Risalendo, tra fichi d’India e rododendri, castagni secolari, querce, lecci e tassi, bocche di leone e orchidee spontanee (oltre quaranta sono le specie censite sull’isola), si arriva ai mille metri della cima del Monte Capanne, da cui di riesce a vedere l’intero Golfo toscano, di una bellezza mozzafiato.
E non si può dar torto agli elbani, quando affermano che "è una questione di energia...", per indicare il senso di positività e ottimismo che si avverte quando si soggiorna su questa incantevole isola, la più grande dell’altrettanto bello arcipelago toscano. Si tratta di una sensazione di benessere che coinvolge il corpo e lo spirito, frutto del dialogo incessante tra le civiltà e le risorse naturali, di un delicato equilibrio tra l’essere umano e la natura, di un inscindibile legame tra l’uomo e il mare.


Le leggende

Sull’isola d’Elba esistono numerose leggende, frutto di una mai sopita tradizione orale che si è sovrapposta a reali ricordi storici. Ve ne proponiamo un paio, a titolo di esempio.

Punta della Madonna
Gli antichi nonni erano usi raccontare ai nipotini che sulla sporgenza della Ripa a Marciana Marina dimorasse un enorme diavolo, che soffiando sul mare provocava tempeste così terribili da mettere in serio pericolo le barche dei pescatori di passaggio.
Un giorno i pescatori notarono che il mare era stranamente calmo e che il diavolo era scomparso misteriosamente. Tra l’incredulo e l’incuriosito, facendosi coraggio l’un l’altro, si avvicinarono cautamente allo scoglio dove solitamente dimorava il demone e vi trovarono solo una grande orma lasciata nella roccia dal corpo del diavolo.
Proseguendo le ricerche verso la punta estrema dello scoglio, poco sopra il livello del mare, notarono stupiti che in una nicchia di granito color nero, era impressa l’immagine della Madonna che dopo avere scacciato il diavolo aveva lasciato la sua immagine a protezione della scogliera.

La Balena di S. Andrea
Camminando lungo la scogliera delle Cote piane, con un poco di fortuna si può ancora incontrare qualche vecchio del luogo e farsi raccontare una storia che si tramanda da tempi antichi. Sulla cima del monte che sovrasta questa scogliera, sorgeva la dimora di una principessa che con i suoi canti dolcissimi riusciva ad attirare le balene di passaggio.
Un giorno, un piccolo balenottero più curioso degli altri, attratto da quel canto e sordo ai richiami della madre, si avvicinò troppo agli scogli rimanendovi imprigionato, eterno schiavo della principessa.
Ogni anno a settembre e ottobre, quando i primi venti di ponente increspano il mare, si possono vedere le balene nuotare controvento e, nelle circostanze più fortunate, salendo a mezza costa fra il capo S. Andrea e il monte Saurino, quando il mare si frange violentemente sugli scogli sottostanti, sembra di udire tra il sibilare del vento i richiami di una balena che cerca il suo piccolo.

Fonte: http://www.auraweb.it


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