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Nutrizione
I segreti della Celiachia
Come una
modificazione genetica può portare un'intolleranza
epidemica.
di Claudia
Benatti
È mai possibile che la diffusione pressoché
“epidemica” della cellachia, cioè
dell'assoluta intolleranza al glutine che può
innescare anche gravi patologie conseguenti, possa
essere dovuta ad una modificazione genetica approntata
sul frumento?
Questa ipotesi non è nuova e su di essa
si sono spesso avventati, smentendola con ferocia,
i sostenitori delle biotecnologie e dei cibi Ogm.
Ma ora, grazie all'intuizione di uno scienziato
di esperienza pluridecennale in campo medico,
pare possa arricchirsi di ulteriori dettagli,
chiarendosi all'opinione pubblica.
Un frumento nanizzato
Il professor Luciano Pecchiai,
storico fondatore dell'Eubiotica in Italia e attuale
primario ematologo emerito all'ospedale Buzzi
di Milano, ha avanzato una spiegazione di questa
possibile correlazione causa-effetto su cui occorrerebbe
produrre indagini scientifiche ed epidemiologiche
accurate. «È ben noto che il frumento
del passato era ad alto fusto - spiega Pecchial
- cosicché facilmente allettava, cioè
si piegava verso terra all'azione del vento e
della pioggia. Per ovviare a questo inconveniente,
in questi ultimi decenni il frumento è
stato quindi per così dire “nanizzato”
attraverso una modificazione genetica».
Appare fondata l'ipotesi che la modifica genetica
di questo frumento sia correlata ad una modificazione
della sua proteina e in particolare di una frazione
di questa, la gliadina, proteina basica dalla
quale per digestione peptica-triptica si ottiene
una sostanza chiamata frazione III di Frazer,
alla quale è dovuta l'enteropatia infiammatoria
e quindi il malassorbimento caratteristico della
celiachia.
«È evidente - ammette lo stesso Pecchiai
- la necessità di dimostrare scientificamente
una differenza della composizione aminoacidica
della gliadina del frumento nanizzato, geneticamente
modificato, rispetto al frumento originario. Quando
questo fosse dimostrato, sarebbe ovvio eliminare
la produzione di questo frumento prima che tutte
le future generazioni diventino intolleranti al
glutine». E non è da escludere che
sia proprio questo uno degli scogli più
difficili da superare.
400.000 malati in Italia
La riconversione della produzione, una volta che
questa sia entrata a regime e abbia prodotto i
risultati economici sperati, diviene impresa assai
ardua e incontrerebbe senza dubbio molte resistenze.
Di qui la probabile mancanza di interesse ad approfondire
una simile ipotesi per trovarne l'eventuale fondamento.
D'altra parte, nessuno ancora ha trovato una spiegazione
al fatto che l'incidenza della celiachia è
aumentata in maniera esponenziale negli ultimi
anni e l'allarme non accenna a rientrare. «Mentre
qualche decennio fa l'incidenza della malattia
era di 1 caso ogni mille o duemila persone, oggi
siamo giunti a dover stimare 1 caso ogni 100 o
150 persone», spiega Adriano Pucci, presidente
dell'Associazione Italiana Celiachia. «Siamo
dunque nell'ordine, in Italia, di circa 400 mila
malati, di cui però soltanto 55 mila hanno
ricevuto una diagnosi certa e seguono una dieta
che può salvare loro la vita».
In molti sostengono che l’aumento dei casi
di celiachia sia una conseguenza del miglioramento
delle tecniche diagnostiche, ma la spiegazione
non convince, appare eccessivamente semplicistica
e riduttiva. Fatto sta che, anziché cercare
spiegazioni sulle cause, cosa che permetterebbe
di provvedere poi alla loro rimozione, la ricerca
oggi percorre direzioni opposte, ipotizzando e
sperimentando ulteriori modificazioni genetiche
del frumento stesso per «deglutinare»,
cioè privare del glutine, ciò che
ne è provvisto o «immettere»
nel frumento caratteristiche proprie di cereali
naturalmente privi di glutine.
Il mistero dei Creso
A proposito torna alla mente una questione dibattuta
qualche anno fa alla quale non è mai stata
fornita risposta e che rimane a tutt'oggi un problema
apertissimo e attuale: il cosiddetto grano
Creso. Nel 1974, all'insaputa dei più,
viene iscritto nel Registro varietale del grano
duro il Creso. Nove anni dopo, la superficie coltivata
a Creso in Italia era passata da pochi ettari
a oltre il 20% del totale, con 15 milioni di quintali
l'anno per un valore, di allora, di circa 600
miliardi di vecchie lire.
Da una pubblicazione del 1984 si ricavò
poi che quel grano era stato «inventato»
e sviluppato presso il centro di studi nucleari
della Casaccia(1).
Nel lavoro, come ricordò nel 2000 anche
il fisico Tullio Regge su Le Scienze, si sottolineava
l'efficacia della mutagenesi e l'introduzione
di nuovo germoplasma e di ibridazioni interspecifiche.
In sostanza, il Creso era il risultato dell'incrocio
tra una linea messicana di Cymmit e una linea
mutante ottenuta trattando una varietà
con raggi X. Per altre varietà in commercio
erano stati utilizzati neutroni termici. In che
misura, per esempio, il consumo continuativo di
questo frumento può avere influenzato l'organismo
di chi lo ha ingerito? Non si sa, né pare
che alcuno voglia scoprirlo. Lo stesso Regge si
limitò ad affermare che comunque «lo
hanno mangiato tutti con grande gusto».
E se la celiachia fosse il risultato di decenni
di ripetuti e differenti interventi sulle varietà
di grano che sta alla base della maggior parte
del cibo che mangiamo? Chissà se a qualcuno,
prima o poi, verrà voglia di capirlo.
Note
(1) «Il miglioramento genetico dei frumento
duro: bilancio di un ventennio di attività»
su L’informatore Agrario, Verona 40, n.
29, 1984, di Bozzini, Mosconi, Rossi, Scarascia-Mugnozza.
tratto da AAM Terranuova n.193
Fonte: www.disinformazione.it
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