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Psiche
Psicoterapia
e counseling
di Maurizio Mottola
Venerdì
11 maggio 2007 si è svolto all’auditorium
dell’Ordine dei Medici di Napoli il convegno
Psicoterapia e Counseling: convergenze e divergenze,
organizzato dall’Associazione Psichiatri
e Psicoterapeuti Dipartimentali e dall’Istituto
Internazionale di Studi Psicologici e Psicopatologici,
con relazioni dello psicoanalista Pantaleone D’Ostuni,
dello psicologo clinico Paolo Valerio, degli psichiatri
Maurizio Mottola e Felice Zoena, degli psicologi
Alida Labella, Silvana Lucariello e Narciso Maturo.
Non è possibile dare una definizione univoca
per il counseling, potendo solo concordare sul
fatto che con il termine di counseling ci si riferisce
ad una forma della relazione di aiuto,
che si colloca a ponte tra un intervento di generico
supporto psicologico ed uno più professionalizzato
di psicoterapia.
Rispetto a quest’ultima, in particolare
ci sono alcuni elementi distintivi come:
a) una più definita messa
a punto degli obiettivi realisticamente raggiungibili
valutando anche i limiti connessi a situazioni
più impegnative di quanto realisticamente
è possibile affrontare;
b) una contrattualità
terapeutica che coinvolga attivamente l’utente
nel processo della crescita personale e della
socializzazione;
c) un modello integrativo di
intervento che faccia riferimento sia ad aspetti
dinamici di tipo psico-emozionale sia ad aspetti
più propriamente relazionali e di interazione
con il mondo circostante;
d) una minore enfasi sugli aspetti
transferali sul singolo terapeuta in vista di
un allargamento ad una gamma più ampia
di possibilità concrete di intervento e
di mobilitazione delle risorse.
Il counseling si è originato
nei paesi anglosassoni come forma di intervento
spesso collegato all’orientamento sia in
ambito scolastico che lavorativo o nei paesi dell’Est
europeo come intervento nei confronti della coppia
e della famiglia in sostituzione di analoghe attività
in ambito pastorale e ad esso viene spesso indicato
in aggiunta l’ambito di riferimento nel
quale si applica.
Tra questi i più significativi sono:
il counseling scolastico che
si propone di incrementare le competenze del docente
referente per la salute già previste dai
Centri di Informazione e Consulenza (CIC) nella
scuola-;
il counseling socio-sanitario (importanti
le aree applicative per i servizi di trapianto
d’organo, dialisi, chirurgia estetica e
mutilante, patologie terminali, dipendenze ed
AIDS);
il counseling aziendale (sportello
di ascolto per i dipendenti di aziende ed organizzazioni);
il counseling familiare (diffuso
in Italia in quanto la formazione in terapia relazionale
ha riguardato prima della legge sulla psicoterapia
molte figure professionali che si sarebbero trovate
altrimenti e successivamente nell’impossibilità
di utilizzare le competenze apprese);
il counseling artistico (come
forma di sostegno ed avvicinamento ad attività
espressive e creative);
il counseling corporeo (come
interventi intermedi tra quelli psicoterapici
in senso stretto e di lavoro corporeo in senso
più settoriale);
il counseling pastorale, soprattutto
in ambito protestante.
Al di là di possibili aspetti competitivi
tra le diverse professioni, è dato rilevare
esperienze interessanti di utile integrazione
e sinergia come quelle in cui uno psicoterapeuta
affida al counselor alcuni casi che decide di
non seguire (per limiti di tempo o indicazione
specifica ad interventi più settoriali
e mirati) e - per converso - di riferimento a
psicoterapeuti da parte di counselor allorché
la problematica si manifesta come clinicamente
impegnativa ed allorché il paziente si
sente più pronto ad affrontare un lavoro
più approfondito.
Laddove l’intervento del counselor si esprime
al di fuori di un ambito istituzionale e quindi
in un setting individuale, familiare o di gruppo
è indispensabile ricorrere alla supervisione
con psicoterapeuti in grado di fornire un sostegno
sugli aspetti diagnostici e di accompagnamento
su processi più impegnativi.
Non bisogna dimenticare infatti che, al di là
dell’indicazione generalmente accettata
che prevede l’esclusione di interventi di
counseling con persone affette da patologie più
marcate, tali situazioni possono comunque presentarsi
ponendo quesiti di non facile soluzione.
Il paziente, ad esempio, può insistere
per rimanere in trattamento con il counselor e
rifiutare un invio o, addirittura, preferire questo
tipo di approccio ad uno orientato in senso più
esplicitamente medico-psichiatrico o psicologico-psicoterapeutico.
Coerentemente alla tradizione anglosassone che
riconosce maggior importanza alle competenze pragmatico-operative
rispetto a quelle teoriche, l’Associazione
Europea di Counseling (EAC) non richiede una laurea
anche se la stessa, anche sotto forma di laurea
breve, viene spesso richiesta da alcune organizzazioni
nazionali.
È noto, in proposito, come i laureati in
medicina ed i laureati in psicologia non ricevano
spesso nessun insegnamento pratico-esperienziale
per condurre attività di consulenza alla
persona.
Stando agli standard della citata EAC, si richiedono
un minimo di 450 ore di formazione teorico-pratica
con tirocinio e supervisione clinica in un arco
di tempo non inferiore ai tre anni per sottolineare
l’importanza di un percorso maturativo e
non solo di acquisizione teorica.
Alla formazione di base può far seguito
quella per ottenere il titolo di professional
counselor, trainer, eccetera. Trattandosi di una
nuova professione non regolamentata, permane a
tuttora una relativa difformità nei programmi
formativi e nelle prove di esame.
La Società Italiana di Counseling (SICo),
costituitasi in Italia 13 anni fa e che per prima
ha adottato criteri vincolanti di formazione per
le scuole aderenti (come il codice deontologico),
richiede ad esempio una prova d’esame con
membri esterni alle scuole abilitanti per l’accesso
al Registro dei Counselors, requisito che comunque
altre organizzazioni non richiedono.
Fonte: quaderniradicali.it
http://www.ventosociale.it
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